
Una volte vedevi soltando il detective uomo, con impermeabile, fascino virile e vita invidiabilmente maschia. Poi affiancarono donne a quei detective. Le prime sono americane, somigliano per piglio solo a uomini. Sono femmine ma virili. Vogliono il pugno duro e la legge del taglione. Nulla di cambiato se non nel maquillage. Infine siamo arrivati all’ultimo stadio della sciatta detective dalla vita privata scassata, perché se vuoi una carriera niente famiglie e figli e sicuramente nessuna sensibilità affettiva.
Per rafforzare lo stereotipo da restaurazione maschilista la detective è geniale e brava solo se autistica o con la sindrome di asperger, ovvero beve come un marinaio e al mattino senza lavarsi la faccia infila un elastico per una coda bassa, sempre bassa, e indossa abiti grigi e mai appariscenti. Rinuncia alla femminilità perché se è arrivata a quella posizione o l’ha data a qualcuno, in quel caso è decorativa, oppure ha subito un intervento paternalistico da chi l’ha adottata dopo la tragica morte dei genitori che l’hanno portata all’autismo o a qualsivoglia sindrome e trauma.

In tutti i casi quella donna non ce l’ha fatta da sola, non può mai dirsi emancipata, non mostra nulla di quel che una donna deve vivere, se non in qualche comica serie francese poliziesca in cui la detective è una macchietta in rosa, con cinque figli e vita multitasking. Gira che ti gira quella che mi è sempre stata più simpatica è stata la protagonista di The Closer, bulimica, gattara, fascinosa, elegante, intelligente. Mai quel che ci si aspetterebbe ma comunque per lo meno un personaggio complesso. dopo di lei il vuoto. Le serie italiane con detective sciatte a coda bassa seguono la scia. Possibile che non si possa parlare di intelligenza femminile senza imbruttirci o sminuirci o parlare malalmente e specularmente di disabilità?
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