Lo Stalking è una delle forme di violenza più sminuite in assoluto in moltissimi stati occidentali. Negli Stati Uniti risolvono con un ordine restrittivo che viene costantemente violato e dato il sistema giudiziario fallace anche se c’è una violazione di tale ordine lo stalker viene subito rilasciato su cauzione. E’ così che si autofinanzia il sistema penale degli Usa, con i soldi dei carcerati. Perciò i poveri restano in carcere e i ricchi sono a spasso.
In Europa non va molto meglio, solo di recente per noi è stata approvata una legge che però ha delle falle perché lo stalking non viene visto come il preludio di qualcosa di più grave. Si passa dal “Ignoratelo” al “forse hai fatto qualcosa per incoraggiarlo” al “se non commette una azione davvero criminale (uno stupro o un femminicidio) non possiamo agire… abbiamo le mani legate”. Dunque si chiede alla persona che denuncia lo stalking di dimostrare attraverso copie di mail, messaggi, foto, video, roba seria, gravissima, non equivoca, che lo stalking si sta compiendo.
Se si compie in modo furtivo, con messaggi anonimi e azioni criminose all’abitazione, o alla persona, senza poter dimostrare che sia stato lo stalker a commetterle, allora si denuncia contro ignoti e la denuncia contro ignoti finisce in fondo alla lista delle indagini. Non esiste una logica secondo cui si raccoglie un certo numero di denunce e si previene un femminicidio. Tante sono le volte in cui aggressioni, speronamenti in auto, danneggiamenti, minacce telefoniche o via mail, sono state considerate per compartimenti stagni e non come preludio a qualcosa d’altro. Dunque leggerete sulle cronache che la donna è stata assassinata dopo aver fatto venti denunce cui non è stato fatto seguire nulla di più se non un ordine di allontanamento che di certo non è stato rispettato.
Oltretutto identica è la dimensione della violenza domestica che non viene messa in relazione, in escalation, al femminicidio, ma il femminicidio diventa un reato a se stante, perciò proponibile come raptus per il quale l’imputato reclama il riconoscimento di una momentanea incapacità di intendere e volere. Il fatto è che tutte le azioni criminose, la violenza domestica, seguita da separazione con stalking annesso, sono tutte preludio di un femminicidio. Non è raptus. E’ premeditato. Tutto premeditato. Non c’è nulla che possa essere ignorato, bisogna riconoscere i segnali e difendersi. Bisogna insistere affinché si prendano provvedimenti prima che sia troppo tardi. Le polizie del mondo si parano il culo dicendo che a volte sono le donne che denunciano tardi, per esempio quando dopo una serie di mail (per le quali viene consigliato di ignorarle) o minacce telefoniche (anche queste da ignorare) si arriva ad un evento tragico, un’aggressione, con l’acido, per sfregiarti, una coltellata, se non quaranta, per finirti.
Da un lato ti dicono di lasciar perdere dall’altro ti dicono che denunci tardi, nel frattempo la cultura patriarcale ti fa il lavaggio del cervello dicendoti che devi salvare l’uomo problematico, lo devi curare, è tuo dovere di femmina, e poi giammai rovinargli la vita con una denuncia, non si fa, non si rompe il velo dell’omertà. Dunque non sono le donne che denunciano tardi ma un insieme di fattori educativi, sociali e culturali che abituano le donne a non fidarsi del proprio istinto di sopravvivenza e a non fidarsi delle proprie percezioni. Se ti viene detto che sbagli sempre, che pensi male, che è tutta colpa tua, che forse puoi gestirlo (non è così), alla fine finisci per crederci, e quando ti liberi dal controllo psicologico che la società e l’uomo esercita su di te infatti si abbatte sulla tua vita tutta l’inefficienza penale e la ferocia maschilista e misogina del mondo.
In questi giorni sto ascoltando podcast da tutto il mondo in raccolta per una serie che parla di stalking e in tutte c’è una costante precisa: lei alla fine viene uccisa, se sopravvive riporta comunque ferite che la rendono disabile a vita, molte in carrozzina, molte con ustioni su tutto il corpo, perché gli uomini sono feroci e se non ti sparano ti accoltellano, se non ti accoltellano ti cospargono di liquido infiammabile e ti danno fuoco e se non ti danno fuoco ti investono con l’auto, poi ripassano sul tuo corpo, e quel che resta di te, i tuoi pezzi, se sopravvivi, devi rimetterli insieme da sola, senza l’aiuto di nessuno, perché nessuno se ne fa carico, nessuno, proprio nessuno. Non sono previsti risarcimenti monetari dallo Stato, perché ti dice che ha fatto il possibile, anche se non è vero, non ti risarcisce lo stalker assassino, perché piuttosto getta via una fortuna al gioco d’azzardo, non ti risarcisce il sistema sanitario, perché privato in molti Stati e dove non lo è comunque non è adeguato alle tue esigenze.
Nessuno ti celebra come eroina di guerra, nessuno ti consegna medaglie, perché le conferiscono solo a uomini che vanno altrove a uccidere gente per soldi e potere. Nessuno riconosce neppure simbolicamente che quel che hai vissuto rappresenta qualcosa di importante, che possa essere insegnato ad altre. Nelle scuole gli Stati Uniti portano militari ad addestrare giovani. Le femministe non possono entrare a parlare di violenza di genere. Anche qui non siamo messi meglio. Se parli di femminicidio arriva l’antifemminista che ti dice che odi gli uomini. Non è così. Sono gli uomini che odiano le donne, vogliono dominarle, controllarne e chiunque usi potere e capacità di comunicazione per veicolare odio e controllo contro le donne non fa che perpetrare una cultura che incoraggia altri uomini a massacrarci mentre a noi non è dato neppure il diritto di difenderci legittimamente. Non possiamo farlo da sole, non possiamo denunciare se ci sentiamo in pericolo perché ci dicono che siamo paranoiche, non possiamo liberarci di uno stalker che ci ucciderà. Sarebbe ora di dire basta. Io non voglio morire. E voi?
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