E’ del 1984, ricordo di averlo visto dopo la mia separazione dal mio ex marito e quando guardavo stringevo i pugni, molte delle cose che venivano crudemente, coraggiosamente, raccontate, nel film le avevo vissute sulla mia pelle.
Era ed è uno dei rari esempi di narrazione in cui si tenta di condurre empatia verso la vittima di violenza domestica, infine quando scappa o, se le viene impedito, provando la costante paura di essere uccisa, uccide il carnefice per legittima difesa. Alla donna non viene concesso il lusso di poterla invocare, perché fisicamente non può surclassare la forza di un uomo aggressivo, perciò le donne violate lungamente scelgono di uccidere i mariti quando questi ultimi dormono. Non pensano di avere altre vie d’uscita, a volte non ce l’hanno. Nel caso del fine lei viene assolta per temporanea infermità mentale, che vale come la sindrome della donna maltrattata, non si nomina il femminicidio né la violenza domestica.
Nel film si racconta l’ipotesi del tempo che fu e che io ho vissuto, quando nessuno ti ascoltava, la famiglia presupponeva che tu dovessi sopportare e le forze dell’ordine non intervenivano se non per visite vane per poi lasciare il carnefice nella stessa abitazione della vittima esposta a ulteriori ritorsioni. Era un tempo in cui l’omertà era obbligatoria, ed è ancora il tempo in cui la vittima non viene creduta quando dice di aver subito violenza per tanti anni e di non aver potuto pensare ad altro modo per liberarsi se non con un delitto che pagano come fossero mostri di criminalità invece che donne impaurite e sole che cercavano solo di salvarsi la vita.
Vi consiglio di rivederlo, o vederlo per la prima volta, se non l’avete già visto, e di contestualizzare in quel tempo che per noi forse è ancora attuale. Le leggi forse riconosceranno l’allontanamento del coniuge violento ma nessuno gli vieta di finirti quando ne ha voglia. Ne è prova il grave numero di femminicidi in Italia.
Buona visione.
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