Culture, Ricerche&Analisi, Violenza

Lettere al carcerato femminicida: perché le donne scrivono agli assassini

Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, internet non era come ora, secondo un documentario su crime history (rintracciato su web in inglese), negli Stati Uniti scoppiò uno scandalo su un gruppo di associazioni religiose che consigliava alle donne di scrivere ad uomini in galera senza spiegare il motivo per cui stavano scontando la condanna. Alcune donne divennero vittime dei loro amici di penna non appena questi ultimi uscirono di prigione e la cosa destò scalpore. Inorridite le associazioni che ritenevano un criminale non potesse mai volgere mano violento contro un’anima buona, come se le prime vittime del criminale fossero meno che anime buone. Inorridite le istituzioni che diederò la colpa alle donne scriventi, nonostante fossero state assillate dall’idea che solo loro avrebbero potuto salvare quei criminali.

Non è una sorpresa, d’altronde, che si coltivi lo stereotipo della donna crocerossina che possa salvare il bruto, il mostro, il carnefice. La bella trasforma la bestia in un principe, secondo la versione favolistica della storia. In realtà non è così. Eppure ci sono donne che continuano ancora oggi a scrivere a uomini rinchiusi nel braccio della morte o condannati all’ergastolo, forse rassicurate dal fatto che non usciranno mai. Nel caso in cui uscissero non saprei come le donne reagirebbero.

Nel nostro mondo possiamo comunque vedere esempi di donne che hanno perfino sposato in carcere uomini che si sono macchiati di femminicidio e stupro, come a distinguere le vittime da loro stesse, quelle a cui giammai potrà accadere nulla di male perché in fondo le donne stuprate e uccise se la sono cercata. E questa convinzione è talmente radicata per cui non è raro vedere una donna schierarsi con misogini e violenti in tante circostanze, fidanzarsi con loro, offrirgli rifugio, ritenerli vittime, sposare le missioni innocentiste che li coinvolgono pur se tutte le prove dimostrano che hanno commesso quei reati. Alle donne non bisogna credere, e se una donna sta al fianco del carnefice, sia chiaro, diventa legittimante, uno strumento affinché la società creda ancor meno alle sue vittime.

Questa cosa delle lettere in carcere affonda le radici nella cultura più maschilista che ci possa essere. Senza contare l’attrazione di donne verso uomini criminali che a vario titolo sembrano godere di sex appeal. Negli Stati Uniti molte donne facevano il tifo per Ted Bundy, stupratore e femminicida seriale, come si trattasse di una star. Possibile che non ci siamo mai interrogate abbastanza sulla fascinazione che coinvolge tante donne nei confronti di carnefici misogini? Possibile che non abbiamo mai voluto approfondire su questo punto?

Molti di questi carnefici sono uomini di famiglia, padri, fratelli, mariti, ex, ed è già difficile prendere le distanze da loro, rompere il velo dell’omertà, denunciarli. Possibile che si sia esteso il velo dell’incredulità sull’azione dei carnefici a partire da quel che i nostri padri, mariti e fratelli ci hanno fatto credere? Perché credete agli uomini e mai alle donne? Chiedetevelo. Perché?

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