
Fine anni ottanta, Long Island. Lisa Solomon scompare alla vigilia di natale. Il marito (erano sposati da tre mesi) Matthew Solomon dispera e rilascia interviste, organizza raduni e squadre di ricerca, finché un parente di Lisa non trova il corpo della donna, chiuso in un sacco per l’immondizia, in una discarica. Dopo il ritrovamento Solomon accenna ad un tentativo di contaminare le prove, così come dichiarato nel documentario dedicato alla vicenda “Il lato oscuro degli anni ottanta“. In pochi però sospettano che lui sia l’assassino.
Quando i risultati di una perquisizione svelano la prova del suo coinvolgimento lui confessa, smentisce quanto detto fino a quel momento, cioè che la donna sarebbe uscita al buio per calmarsi dopo un litigio. In tribunale i suoi difensori colpevolizzano la vittima, dicono che Solomon stava solo cercando di fermare l’aggressività di Lisa (vi ricorda niente?), sicché, per assicurarsi che lei non lo aggredisse ancora l’ha strangolata, poi messa in un sacco come spazzatura e lasciata nella discarica. La versione della difesa fa breccia in quel tribunale e lui viene condannato solo per “indifferenza per la vita umana” (probabilmente riferito all’abbandono del corpo in quella discarica). Gli assegnano 18 anni di pena, durante i quali si è risposato un paio di volte e ha avuto un figlio. Di pena ne sconta però un trentennio, perché non si convincono a rilasciarlo sulla parola, almeno fino al 2019. Secondo un articolo di Cbs New York, datato aprile 2019, Solomon avrebbe ottenuto il rilascio un mese dopo.
Di pene e carcere mi interesso poco, non importa, non credo aiutino, ma della cultura che consente ad un assassino di poter raccontare di aver strangolato la moglie durante un litigio mi occupo da tempo. Sono argomenti che ho letto e sentito molte volte, incluse quelle in cui alle vittime di violenza domestica, piene di lividi, viene detto che i carnefici le hanno malmenate solo per “fermarle” o “farle calmare”. Attribuendo alle donne lo stereotipo dell’immancabile “isteria”, in ogni valutazione sui casi di violenza domestica, si fornisce ai carnefici una utile attenuante, una legittimazione sociale, una giustificazione accettata dalla mentalità comune. Quante volte avete sentito dell’uomo che, poverino, è stato costretto a picchiare una donna perché lei aveva osato criticarlo, “spingerlo” o “strattonarlo”? Io l’ho sentito troppe volte e ancor di più tale versione viene collaudata e legittimata in conversazioni con donne educate a riflettere il punto di vista maschilista invece che quello delle vittime di violenza di genere. Anche questo è parte del contrattacco maschilista.
Le donne oggi hanno la parità, dicono, non sono sottomesse come ai bei tempi in cui il patriarcato la faceva da padrone, sono critiche, mettono in discussione i mariti, i fidanzati, i padri, non sono arrendevoli, non concedono sconti agli uomini che frequentano, dunque questo legittima i maschilisti a dire che tali donne vogliono diventare “maschi”, vogliono “portare i pantaloni”, vogliono umiliare e mortificare il pover’uomo che non si è ancora reso conto del fatto che i tempi sono cambiati e le donne ne hanno abbastanza. Quel povero uomo reagisce con il mansplaining, veicolando meme in cui ti dice come dovrebbe essere una “vera donna”. La donna che reagisce dunque diventa la cattiva, viene demonizzata, perciò se discute e si arrabbia diventa lecito pensare che l’uomo che la picchia o, peggio, la uccida, agisca per qualcosa di simile ad una eccessiva difesa. Le donne morte ammazzate in quest’epoca di controriforma antifemminista sono un monito per le altre, perché tornino ad essere quelle di un tempo. Così agisce il contrattacco maschilista, attraverso il terrore. Eppure non si parla di terrorismo di genere. Chissà perché.
La ricerca continua.
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