Autodeterminazione, Storie

Donne e maternità: un racconto horror

Essere madre è la cosa più bella del mondo. Lo status sociale di una donna, quando è madre, diventa improvvisamente alto. La donna madre viene citata con rispetto in caso di femminicidio e stupro. Se non sei madre tutto può accadere e a nessuno gliene frega un caxxo. Perciò eccomi qui, con la pancia che cresce, milioni di consigli non richiesti da parte di perfette sconosciute, tanti stereotipi inviati telepaticamente da figure ambigue, che stanno sullo sfondo, come a voler manovrare i fili che reggono le mie scelte. Lui si dichiarava felice per la notizia, naturalmente lo voleva maschio, in un secondo tempo gli sarebbe piaciuta anche una femminuccia, per fare coppia, celebrando il binarismo biologico per eccellenza. Così avrebbe potuto sperimentare su entrambi diversi modelli educativi. Le femminucce sono più gentili, armoniose, i maschietti amano sporcarsi e i papà li portano a vedere le partite di calcio. Dovevo soddisfare queste richieste, perciò venivo monitorata come se fossi una cavia da laboratorio. La perfetta riuscita dell’esperimento sociale avrebbe donato frutti nuovi per alimentare la cultura patriarcale.

Improvvisamente contavo qualcosa, ero considerata degna di attenzione, perfino la suocera mi riteneva capace di soddisfare il suo prezioso figlio. Non importava che lui mi menava se ero un po’ distratta, perché le botte servivano a redimermi, rendermi più attenta a ciò che il mio ventre custodiva. Potevo anche crepare, in un secondo tempo, ma mai mettere a rischio la vita di suo figlio. Quindi niente sforzi, nessun lavoro, nessuna passeggiata lunga, nessuna paranoia. Tutti a tranquillizzarmi su un evento che avrebbe portato solo gioia e benessere. In preda al panico chiedevo informazioni e molti erano restii a chiarirmi quale fosse il mio destino. Frasi celebrative di dimensioni metafisiche commemoravano il mio spirito, quasi che fossi già crepata. “L’importante è che tuo figlio nasca e stia bene… vedrai… a te non importerà altro!” – dicevano. Tutto restava avvolto da fumo opaco, quasi tossico, decisamente sedativo. Le mie ansie dovevano restare sotto controllo, mai dare troppe informazioni ad una donna incinta, altrimenti potrebbe non portare avanti la gravidanza. Serve disegnare un quadro ottimista, positivo, creativamente falso, per alleviare il panico. “Andrà tutto bene… le donne lo fanno da secoli!” e io mi chiedevo cosa desse loro tanta certezza. Sapevo della faccenda dei secoli, imperituri scultori della favola sull’istinto materno, ma ogni tanto avevo udito notizie oltremodo allarmanti: di parto si può morire, così certune dicevano. Quelle notizie venivano però immediatamente censurate. Le donne dovevano essere sempre felici e pronte a generare prole. Giammai confuse, dubbiose, chiunque lo fosse doveva essere descritta come sbagliata, cattiva, insensibile, poco femminile. In una parola “sterili”, di cervello prima che nell’utero.

La sterilità cerebrale delle donne è stata stigmatizzata in ogni momento della storia che celebrava l’uomo, mai la donna. A lui dobbiamo tanta rassicurante presenza sedativa di ogni ansia.

Ero prossima al parto, avevo già vissuto mesi di vomito, calo di vitamine, discreta anemia, potenti emorroidi, dolori ventricolari, respiro mozzo, sorprendente calo della vista e delle mie capacità motorie. Non ero malata, solo incinta, eppure vivevo la gioia trasfusa per endovena come una tortura. Non vivevo un solo momento gioioso. Ero destinata al martirio, per il bene dei figli si fa tutto, si sa!

L’ultimo mese, accelerando i miei cali di funzioni vitali, qualcuno diceva che perfino le donne malatissime di tumore o altre malattie gravissime rifiutavano di curarsi per “dare la vita”, togliendola a se stesse. Il sacrificio era apprezzato da tutti. Il funerale della madre si celebrava con tutti gli onori. Sapevo di donne in stato vegetativo tenute in vita perché gravide. Trovavo che il parto post mortem fosse una sciagura, però tutti sostanziavano accuse formali contro famiglie che volevano staccare le macchine, perché perfino una donna morta ha un utero da poter utilizzare.

Il blocco ospedaliero delle quasi partorienti era un mercato per le vacche. Le infermiere passavano per dire che dovevamo smettere di lamentarci, ché c’erano passate tutte, non era poi quella gran cosa. Mentre le doglie spezzavano il mio corpo l’ostetrica trangugiava uno stuzzichino, solleticava il mio ego materno lasciando trasparire invidia e un pizzico di comprensione. Giusto un pizzico. Il ginecologo diceva che dovevo smettere di urlare, poiché avrei spaventato altre, chissà cosa avrebbero potuto pensare. Forse che il parto non era poi quella gran cosa. Tagliò virilmente la mia pelle per ampliare la porta d’uscita della creatura. Disse che era una procedura normale, tutta colpa mia che non mi ero aperta abbastanza. Infine invitò l’ostetrica a conficcarmi i gomiti sul ventre affinché il bambino fosse sputato via dall’utero. Anche per quel metodo ebbe parole di grande apprezzamento. Ed io che pensavo che il parto “naturale” fosse, per l’appunto naturale. Invece c’erano quei tagli, poi le ricuciture, poi le spinte, poi le lesioni alle costole, poi l’incontinenza, preceduta da un doveroso clistere, affinché il medico non fosse insozzato dalla mia merda. Infine hanno posto la prole tra le mie braccia e io vedevo un’estraneo. Ci guardavamo come se qualcuno avesse assegnato ad entrambi compiti precisi. Non sei felice? Ululava l’ostetrica. Forse, magari, direi, ssssì, o anche no. Non lo so. Mi fa male tutto. Non pensarci, ora devi allattarlo. Ed eccolo artigliare sul mio seno, succhiandomi la vita. Dio, che male! Ma devo proprio? Certo. E’ essenziale per la salute del tuo bimbo. Tutto dipende da te. Qualunque tua scelta da ora in poi riguarda il suo benessere, tu non conti più un caxxo. Già non contavo molto prima, replicai mentalmente, non osai dirlo ad alta voce, perché attorno a me vedevo celebrazioni in grande stile, paternità soddisfatte e suocera pronta a ricoprire di azzurro un corpo il cui genere non era ancora stato svelato. Maschio, deve essere maschio, nulla di più e nulla di meno. E se non volesse essere maschio? Pazienza. Si abituerà. Lo abbiamo fatto tutti, dovrà farlo pure lui. E già pensavo al bullismo che avrebbe subito se non fosse stato abbastanza maschio per i compagni dell’asilo.

Cullando l’alieno dicevo a me stessa che ero riuscita a sopravvivere. Nessuno però pareva dare importanza alla cosa. Ero sopravvissuta. Lui disse: “ora mettiamoci al lavoro per fare una bambina!”. Col cazzo! – stavolta lo dissi ad alta voce. Lo fai tu, se vuoi. Io ho già dato. Egoista, dissero, poi passerà, non ricorderai niente, i dolori scompariranno, questo è il giorno più bello della tua vita. Ti verrà il desiderio. E se l’amnesia non dovesse colpirmi… che faccio? Dovrei spararmi? La voce metafisica penetrò la mia mente: una martellata in testa e dimenticherai tutto!

Ecco come. Vedrò di procurarmi un martello. E spero di avere una buona mira.

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