Le donne sono regine del focolare, a loro non capita mai nulla di male, gli incidenti sul lavoro riguardano solo gli uomini. Quel che succede alle donne viene descritto solo come “incidente domestico”. Nulla di grave che meriti l’attenzione pensionistica, nulla che metta in relazione quegli incidenti con future disabilità. Perché alle donne va data l’impressione che il lavoro a casa sia quello più sicuro in assoluto. Se sospettassero fosse il contrario non se ne starebbero lì a tentare di rendere lucida la casa, in ogni suo invisibile angolo. Gli uomini, quellì sì che rischiano parecchio. Eppure.
Mio padre faceva l’impiegato pubblico. Il massimo che poteva capitargli era di graffiarsi un dito con una graffetta. Non sapeva affrontare le emergenze, c’erano le donne a risolvere al suo posto. Lui bestemmiava, se la prendeva con me, bimba di otto anni – “perché non hai aiutato tua madre?” – perché era un uomo fragile, non sopportava lo squilibrio che un incidente comportava. Non sapeva fare altro che incolpare mamma o me per qualunque cosa comportasse il fatto che lui, in posa da martire, doveva prepararsi il pranzo da solo. Lui vittima, lui povero, lui tutto.
La giornata di mia madre iniziava presto, all’alba. Ogni tanto si udiva un rumore al piano di sopra, in cucina, perché lei, assonnata, aveva tentato di sistemare stoviglie su ripiani che papà aveva voluto ad altezza d’uomo. Se non ci arrivi è colpa tua, sei bassa. Che ridere! Dunque mamma prendeva la sedia, si arrampicava e come una scalatrice senza appigli sistemava ciò che poteva in zone remote che apparivano invisibili dal basso. Ripiani alti e profondi, per contenere più cose, secondo le intenzioni del padre. Prendere qualcosa dal fondo senza far cadere quello che era più vicino diventava assai arduo.
Caduta. Si rialzava, continuava le sue attività mattutine. Mamma, cosa è successo? Niente! Perché alle donne non succede mai nulla che sia degno di nota. Non farne parola è segno di forza e saggezza. Se la notizia viene fuori il padre si turba inutilmente. Tutto risolto. Non si dice, non se ne parla. Ma perché non metti le cose un po’ più in basso? Non si può. Va bene così. E iniziava a preparare il necessario per percorrere tre piani di scale, di quelle case antiche fabbricate una stanza sull’altra. Tutte da spazzare e lavare e lucidare. Dovevano essere pulite prima di pranzo. Il padre, rientrando dal lavoro, doveva trovarle splendenti.
Lei scivolava, di tanto in tanto. Che ti è successo? Niente, diceva. Non le era mai successo niente. Poi si arrampicava su una sedia e sul davanzale delle finestre perché altrimenti non sarebbe riuscita a pulire i vetri fino in cima. Mamma, potresti cadere di sotto! Non succederà, mi rassicurava. Eppure la vedevo in bilico, obliqua per pulire gli infissi esterni, pericolosamente esposta ad una caduta da sei metri, otto, dieci. Forse di più. Ad una vicina era giù successo. Scivolata dal primo piano. Le vicine accorsero e tutte a fare festa perché lei si era solo rotta una gamba. Che bello! Solo una gamba. Non ha sbattuto di testa. E’ atterrata sui piedi. Wonder Woman al confronto le fa un baffo. Poi le vicine le portavano cibi squisiti, non per nutrire la donna ferita ma affinché l’incidente non lasciasse i familiari privi della cura e di un buon pasto. Ci pensiamo noi, la rassicuravano le vicine. Non ti preoccupare. Nessuna si aspettava che il marito la sostituisse, giusto per dimostrare di essere qualcosa di diverso da un padre padrone.
Mamma portava due bidoni pieni d’acqua, venti o trenta litri ciascuno, dal piano terra all’ultimo, dove stava la vasca che ci permetteva di poter lavare i piatti e fare il bucato. Non c’era acqua corrente, arrivava solo una volta ogni venti giorni, non c’erano altri mezzi per farla arrivare in alto salvo raccoglierla in una grande vasca al pian terreno e poi scortarla per le scale ripide fino all’altra vasca, di dimensioni inferiori, posta proprio sopra il lavello da cucina. Per inserirvi il liquido mamma doveva spostare il coperchio, pesantissimo, poi doveva sollevare i bidoni pieni e versare infine tutto nella vasca. Che brava sei, mamma, le dicevo. Mi sentivo in colpa perché non riuscivo a portare bidoni pieni oltre i cinque litri a testa. Poi migliorai.
Noi donne di famiglia abbiamo braccia forti, recitava. Davvero, mamma? Certo. Guarda che muscoli! E mostrava il braccio forzuto degno di una body builder. Portava sulle spalle anche le bombole del gas. Non esisteva una rete che collegasse le case. Ogni bombola stava alla cucina come ogni cucina alla sua bombola. Le trasportava piene al piano di sopra e poi le restituiva al piano terra come vuoto da riconsegnare al bombolaro. E se ti cade e scoppia? Ma no, sciocchina, mi rassicurava. A noi non potranno mai accadere queste cose. Eppure una strada più giù era avvenuto un incendio proprio perché una bombola funzionava male. Gli abitanti della casa si erano lanciati dal balcone del secondo piano. Non sono morti. Solo feriti, un pochino. Perché il buon Dio li aveva protetti. Esiste un Dio delle bombole, mamma? Certo, cara, esiste un Dio per ogni cosa. E io crescevo tranquilla, perché sapevo che nel mio futuro non avrei mai rischiato nulla di grave. Le cose brutte riguardavano solo gli uomini che lavoravano fuori, mai le donne che si occupavano della casa.
Un buon marito tiene le donne al sicuro, non permette loro di lavorare fuori, proprio per mantenerle in salute. Questo mi insegnavano. Un giorno mamma cadde dalla scala perché si era fissata con una ragnatela in cima alla parete del pianerottolo della scala, secondo piano. Battè la testa, era tutta gonfia, c’era un ematoma che non riusciva ad assorbirsi. Papà mi interrogò: tu dov’eri? Che facevi? Non potevi evitare che accadesse? Avrei voluto, padre, però ero a scuola e poi non conosco arti magiche che allietino cadute di donne fissate con la ripulitura delle ragnatele. C’era una storia familiare che parlava di un nonno che poteva far librare in volo le donne. Mi sentii inutile perché non avevo ereditato quel talento. Cazzo, cazzo, cazzo!
Il grave livido si assorbì dopo un paio di settimane, tuttavia la mamma riprese presto le attività casalinghe, perché non poteva lasciare che tutto andasse in malora. Certe donne sono così. Devote e pienamente legate ai propri dovevi casalinghi. Non sopportava più di sentir bestemmiare mio padre che mi accusò di volerlo avvelenare perché preparavo pietanze che non avevano lo stesso sapore cui era abituato. Studiai a fondo per tentare di colmare le lacune ma lui non fu mai soddisfatto. Mia madre doveva tornare in azione. Presto fatto. Ricominciò con le attività mattutine, poi giornaliere e quelle serali. Un po’ distratta, a tratti, si ustionava le dita col ferro da stiro, poi una lisca di un pesce le penetrò il braccio. Mamma si scusò per l’inconveniente. Era il caso di andare al pronto soccorso. Non disturbare tuo padre, mi disse. E chiamò il figlio patentato di una vicina pensando di poter risistemare tutto prima che il babbo tornasse. Non fu abbastanza puntuale, il padre scoprì quelle malefatte, la rimproverò di agire alle sue spalle, di essere distratta, di non fare abbastanza attenzione. Ti faccio forse mancare qualcosa, urlava? Ovviamente no, caro. Sono io, colpa mia, scusami, non succederà mai più.
Più tardi a mia mamma venne una persi facciale, mio padre le diede la colpa: non devi lasciare i capelli umidi quando ti lavi, urlava. Non devi fare questo o quello. Tutta colpa tua. Mamma rimase con la faccia storta, perché non voleva pesare troppo sul padre che avrebbe dovuto accompagnarla per sedute di terapie riabilitative in un ospedale a venti chilometri di distanza. Era più che ovvio che mia mamma non avesse la patente. Babbo fu così gentile da farmela prendere al mio diciottesimo compleanno, nel caso mamma ne avesse avuto bisogno. Quando osai guidare l’auto paterna lui tentò di strangolarmi. Le cose andavano così. Potevi fare un incidente, mi rimproverava. Potevi farti male! E stringeva le mani attorno al mio collo.
Tuo padre non reagisce bene alle preoccupazioni, lo sai, chiariva mamma. Avrei dovuto saperlo, certo. Tutta colpa mia. Mio padre andò in pensione agile come un grillo. Mia madre assistette la famiglia all’infinito. Le sue ginocchia stridevano, le gambe non funzionavano, la schiena dolorante, ingoiava antidolorifici in gran quantità per essere sempre efficiente, purché tutto andasse bene. Però a lei non spettava alcuna pensione, nessun riposo, niente restituzione per la sua fatica. Solo una misera pensione sociale, al massimo, quando avrebbe raggiunto l’età consentita, non prima che il babbo fosse defunto, altrimenti la pensione di lui annullava quella di lei. Dunque l’indipendenza economica di mia madre fu sempre una lontana meteora, chimera inarrivabile. Fortuna che non è morta di incidente domestico, altrimenti sarebbe stata tutta colpa sua. E mia. Naturalmente.
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