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Stupri e femminicidi: come i governi autoritari usano i crimini contro le donne

Le bimbe della foto sintetizzano l’ironia con cui leggo il modo in cui la violenza di genere diventa ad un tratto fondamentale per politiche autoritarie, quand’esse vogliono gettare fumo negli occhi del “popolo” e giustificare la realizzazione di azioni oppressive e fasciste.

Vi racconto quel che so, un po’ di memoria storica non fa male a nessuno. Sapete che a fine anni sessanta in America le donne diedero una spinta fortissima alla nostra lotta di liberazione. Rivendicarono diritti civili, contemporaneamente i tumulti antirazziali e pacifisti stavano mettendo a dura prova la pazienza dei solerti politicanti intenti a giustificare una guerra (quella del Vietnam) inutile e persa in partenza e ulteriori scandali che non sto ad elencare. Di fatto le donne erano agguerrite, mostravano volontà di emancipazione, abbandonavano i mariti violenti, volevano esercitare diritto di scelta su se.sso. gravidanza, aborto, matrimonio, studio, lavoro, tutto. Praticavano amore libero, così racconta chi visse quel periodo, non si lasciavano incastrare dalle convenzioni sociali, non temevano più il giudizio di famiglia, chiesa, patriarcato, stato. Volevano esercitare diritto di parola in ogni situazione, volevano essere presenti sulla scena pubblica, prendere le piazze, le strade, controllare le proprie vite, i propri destini. Però la cosa non era accolta bene dai conservatori. In più c’era un botto di roba ingiustificabile che il governo americano non riusciva più a contenere. Politiche sessiste, razziste, decisamente misogine, maschiliste, fasciste.

La violenza domestica e gli stupri erano cosa che le donne volevano affrontare e sconfiggere, perché non venivano ascoltate, non potevano denunciare, l’autorità era ancora del marito o padre e le leggi e i pregiudizi maschilisti non rendevano polizie e giudici accessibili o affidabili in tal senso. Anzi: venivano scoraggiate, invitate a salvare matrimoni o a far rimettere la testa a posto alle figlie discole. I mariti e padri avevano autorità per poter internare in manicomi le donne che non obbedivano e tutto ciò avveniva – diciamo – da sempre. Poi, all’improvviso, proprio mentre le donne, tra gli anni settanta e i primi anni ottanta, stavano godendo di una nuova ritrovata libertà, quella di viaggiare, andare in giro in autostop, partecipare a raduni collettivi e lotte per i diritti civili, divorziare, abortire, ecco che l’America scopre la violenza sulle donne, stupri e femminicidi, anche se allora non li chiamava così. I media diffusero costantemente notizie su vari “serial killer“, concetto nato proprio in quegli anni, sconosciuti che aggredivano le donne ovunque, in ogni angolo, casa, stanza, strada. Non inventavano nulla, di certo stupri e femminicidi avvenivano a prescindere dall’attenzione che i media dedicavano a tale fenomeno. Però diffondevano una paura strisciante, con essa la certezza che le donne non potevano godere di tanta libertà senza affidarsi ad un governo forte, unico detentore in materia di arresti, indagini, infine sentenze. I media contribuirono alla creazione di miti veri e propri che non facevano nulla più di quello che da sempre gli uomini avevano fatto a tante donne. Stuprarle, ucciderle, liberarsi dei corpi per evitare conseguenze, nascondere le prove, ripetere quel crimine perché i misogini da sempre fanno questo: stuprano, uccidono, massacrano donne. Il reiterarsi del crimine era peraltro facilitato dal fatto che l’america era ed è un insieme di stati confederati senza confini. Le polizie non comunicavano tra loro. Uccidevi qui e poi andavi altrove e lo facevi ancora, certo di poter godere di infinita impunità, fino al completamento di tutti territori contrassegnati da stelle della bandiera Usa.

In ogni caso il panico diffuso a piene mani soffocava rivendicazioni e lotte. Le donne dovevano dunque barattare la tanto auspicata libertà con la sicurezza offerta (non gratis) dalle istituzioni autoritarie. Le strade non erano sicure, ogni luogo non era sicuro per le donne sole, senza marito, senza il segno da martire, moglie e madre, impresso sulla pelle. Dovevano tornare a casa, a fare le mogli e le madri. Ecco quel che le avrebbe rese sicure.

Non sto qui a chiacchierare su scienze criminologiche o simili, non mi interessa. So però che le donne conoscono il proprio carnefice perché è il marito, ex, fidanzato, padre, amico, vicino, conoscente. So che c’è un serial killer che vale per tutte le donne: l’uomo misogino e violento. Non serve scomodare l’abbecedario della rinnovata criminologia per spiegare quel che abbiamo sempre subìto sulla nostra pelle. So anche che tirare fuori i crimini da parte di estranei, su donne libere che viaggiavano, studiavano, lavoravano, allontanò (lo fa ancora) l’attenzione dalla violenza “domestica”, dagli stupri commessi ad opera di persone conosciute.

Dunque torniamo alla storia. Le lotte delle donne subiscono lì una battuta d’arresto. Il movimento femminista si spacca tra chi crede alle stronzate dette da Bundy (tutta colpa del p0rn0!) e chiede leggi repressive, liberticide e giustizialiste in nome delle donne e chi invece vuole continuare una lotta indipendente per ottenere diritti non più mediati o concessi da paternalisti e istituzioni patriarcali. La spaccatura è anche più grave perché quando la parte conservatrice delle (a questo punto) ex femministe (poi radical feminist) supporta e legittima le decisioni istituzionali repressive non ascolta le tante rivendicazioni delle donne afroamericane (memori di una storia di abusi da parte dell’uomo bianco) che lottano contro segregazione e carcere usato per massacrare le lotte antirazziste. Sono posizioni inconciliabili. Da una parte un femminismo intersezionale che non sceglie di godere della protezione (a proposito di protettori!) delle istituzioni maschiliste, razziste, repressive, autoritarie e patriarcali e dall’altra un gruppo di donne che cresce in visibilità all’ombra dei patriarchi, perché sono utili, per scelta o chissà, quando le istituzioni autoritarie giocano a rimettere le cose a posto promettendo serena sicurezza alle femmine obbedienti.

Giusto per citare altra storia: femonazionaliste – nome più recente dal libro di Sara R. Ferris – sono le donne, sedicenti femministe, che supportano guerre e azioni istituzionali autoritarie “in nome della libertà delle donne”. Si parla di diritti delle donne di altre nazioni, donne la cui voce viene sovradeterminata e di certo non udita da chi getta bombe sulle loro teste.

In Italia l’attuale governo ha improvvisamente dato risalto a stupri di gruppo e femminicidi per firmare decreti emergenziali e repressivi che di certo non sono utili alle vittime di stupro e femminicidio. Nello stesso tempo ci toglie il reddito di cittadinanza, aumenta il tempo di galera a 18 mesi per stranieri che non hanno commesso alcun crimine, moralizza la vita delle donne da subordinare a quel dio patria e famiglia sempiterno nella memoria di fasci redivivi, impone separazioni burocratiche tra figli e genitori in famiglie omogenitoriali, boicotta le rivendicazioni di gente che non gode del salario minimo, non produce nulla di buono per tutti noi. Però hanno deciso che stupri e femminicidi – per dirla alla Ted Bundy – dipenderebbero dal p0rn0.

Divertente come la storia si ripeta sempre e come sia utile la memoria del passato per capire il presente, non trovate?

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