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Cercano un’ammazza-vecchiette e perseguitano donne trans sex worker

Quando ho iniziato la visione (c’è in italiano su Netflix) di questo documentario pensavo si parlasse di femminicidio e analisi culturali in cui si contestualizzavano i delitti. Con mia grande sorpresa ho trovato molto altro su cui riflettere.

Si parla di una serie di uccisioni e rapine in cui donne anziane diventano vittime di un serial killer. Anni di indagini per fabbricare versioni che non stanno in piedi e hanno portato in carcere prima una donna che ammette di aver compiuto furti ma non di aver ucciso, poi un uomo cui sono stati addebitati un altro po’ di delitti, con prove a carico ambigue e incomprensibili, infine una donna “mascolina”, amante della lotta libera, che si fingeva infermiera per accompagnare anziane in casa ucciderle e rapinarle. Arrestata quest’ultima perché colta sul fatto lei nega di aver compiuto i 49 delitti, già addebitati alla prima arrestata e all’altro tutt’ora in galera.

La faccenda in sé, a parte mettere in luce la totale incompetenza e inefficienza delle forze di polizia e di investigazione in procura, svela numerosi stereotipi di genere. Territorio: il Messico, luogo in cui il numero di femminicidi e sparizioni di donne giovani supera le centinaia all’anno. Lì si dipana una fitta rete di omissioni e omertose interpretazioni dei delitti di genere. I familiari delle vittime denunciano da sempre che nessuno ha mai seriamente indagato sui femminicidi e le sparizioni. La maggior parte dei casi sono irrisolti.

Poi arriva la serie di morti che coinvolgono le “nonnine” e la cosa interessa i media e fa infuriare la società. Perché le nonne sono simbolo di cura familiare, prima dei figli poi dei nipoti. Le nonne sono il volto rassicurante della femminilità stereotipata per l’affermazione di una società patriarcale. Colpire le nonne diventa un fatto imperdonabile. Perciò, confusamente, la ricerca di un capro espiatorio, la diffusione di identikit poco credibili, la necessità di affermare che si trattava di un uomo “travestito”, cosa che ha portato ad una crescente transfobia e ad una retata e schedatura ingiustificata a donne trans sex worker, come se queste non fossero già vittime di violenza e parti vulnerabili della società.

Infine la scoperta di una femmina forzuta alla quale sono stati attribuiti chissà quanti delitti perché scoperta dopo aver ucciso e derubato una donna anziana. L’ammazza-vecchiette non era dunque un uomo ma viene descritta come “mascolina”, giacché le donne non possono essere che vittime e mai forti per realizzare crimini. Ed è lo stesso contesto in cui le ragazze uccise o scomparse vengono definite puttane, poco serie, disponibili, quando si parla dei femminicidi.

Sono due lati della stessa medaglia. La donna è santa o puttana. Martire o “mascolina” e “diabolica”. Il termine diabolico viene usato da testimoni chiamati per gli identikit: “aveva uno sguardo diabolico”. Dunque puttana o posseduta dal diavolo, che poi è la stessa cosa.

Nessuna chiarezza sul fatto che molti omicidi, sulla scia del clamore mediatico, subodorano di emulazione. Per il resto vi consiglio la visione del documentario. Giusto per vedere all’ennesima potenza quel che avviene anche qui da noi. Cultura maschilista e patriarcale, perennemente confermata in ogni intervento e immagine.

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