Reahtaeh Parsons, quindicenne, viene stuprata da quattro fanciulli, uno di loro scatta una foto e la diffonde, la polizia non fa praticamente nulla. I genitori della ragazza raccontano in dettaglio quel che è successo, chiariscono quali potevano essere le mosse da fare per impedire che la ragazza restasse isolata, diffamata, vittima di cyberbullismo e di bullismo nella stessa scuola dove fu costretta a trasferirsi quando ormai per tutti era lei la persona cattiva. Immaginate gli epiteti sessisti, il vanto degli stupratori, il supporto dato agli stupratori da sorelle e amiche degli stessi, perché in quanto a sessismo e a tutela del carnefice le donne non sono meno responsabili.
La ragazza viene psichiatrizzata, spogliata da infermieri uomini in un ospedale in cui si sente sempre più sola, dove comincia a dare segni di cedimento, mentre i genitori cercano di trovare una via legale per far arrestare i responsabili dello stupro e della diffusione della foto, targata oltretutto come pornografia minorile. Quando lei torna a casa non sta bene, tutto quel che fanno le istituzioni è mandarla in sedute di gruppo per tossicodipendenti, luogo che di certo non le serviva e dove oltretutto vide uno degli amici degli stupratori. Venti minuti dopo scappò da lì, tornò a casa, dopo ulteriore cyberbullismo si chiuse in bagno ed è lì che i genitori la trovarono.
La madre disperata scrive su un social quel che è successo, la notizia si diffonde ovunque, arriva la solidarietà, sebbene troppo tardi per la ragazza. La polizia è costretta a riaprire il caso ma non per stupro, non tenendo conto del fatto che se avevano fatto ubriacare la ragazza ella non poteva aver dato alcun consenso. Accusarono la persona che aveva scattato la foto e un altro che l’aveva diffusa su internet per divulgazione di materiale pedopornografico.
Nessuna pena esemplare ma l’avvio per la presentazione, finalmente, di una proposta di legge che in Canada avrebbe potuto salvare la vita a molte ragazze vittime di stupro e revenge porn. Maschilisti, celati dietro il culto del rispetto della privacy e ergendosi a paladini della libertà di espressione, si oppongono alla proposta. Nel frattempo arrivano minacce, online, contro il padre della ragazza, Servono otto mesi per individuare l’ip del mittente. Coincideva con l’accusato per lo scatto improprio.
Su facebook viene aperta una pagina contro la ragazza, viene derisa la sua morte, continua il cyberbullismo. Il padre chiede a facebook di cancellare la pagina e ovviamente il social risponde che la pagina rispetta i criteri eccetera. La pagina resiste fino a quando Anonymous non la hackera e svela il nome della persona che la gestiva: la sorella del ragazzo autore dello scatto.
In tutto ciò si viene a sapere che quei ragazzi avevano già stuprato e che un’altra vittima non voleva farsi avanti perché temeva il cyberbullismo e l’intimidatoria campagna di diffamazione. I genitori di Reahtaeh riflettono su come sia terribile il fatto di scoraggiare non solo le denunce ma di praticare victim blaming sulle ragazze. Alla figlia la polizia aveva infatti detto che la sua versione era contraddittoria, che non era provato che non fosse consenziente, anche se dalla foto pare chiaro che lei fosse totalmente ubriaca e dunque non in grado di dare il consenso.
Se questo è il modo in cui si trattano le vittime di stupro, colpevolizzandole, obbligandole a vergognarsi, intimidendole, lasciandole in balìa del cyberbullismo e del revenge porn, allora si capisce bene che la legislazione non è adeguata, che molte vittime non denunceranno e che saranno attanagliate dalla paura che la propria storia emerga. In fondo tutto il mondo è paese. Come diciamo noi? E’ tutta colpa nostra, giusto? Giusto un cazzo!
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Diciamolo chiaro e tondo: se la polizia non amministra bene la legge è colpevole e deve pagare. In questa società un comune cittadino non può farsi giustizia da solo sennò viene arrestato. Per cui, se la polizia si comporta male la deve pagare.
Ma visto che non paga quasi mai, ergo questa società è da rifondare dalle fondamenta, togliendo potere a coloro che ne hanno decisamente troppo, tanto per iniziare.