Pistorius ha ucciso la sua fidanzata, Reeva Steenkamp. Inizialmente condannato per omicidio colposo a cinque anni (da scontarsi in casa dello zio con braccialetto elettronico), confermati in secondo appello, al terzo si è beccato 15 anni (in carcere), un minimo di 13, poi avrebbe potuto chiedere la libertà sulla parola. Ci ha provato a marzo di quest’anno e già circolavano voci secondo cui avrebbe desiderato venire in Italia (no grazie!). Non gliel’hanno concessa e dovrà riprovare in agosto del 2024.
Tra le tante polemiche che hanno accompagnato il processo: i gruppi di donne contro la violenza di genere; giuristi che non concedevano credibilità alla versione dell’accusato; giornalisti che rintracciavano responsabilità della polizia non in grado, secondo la loro opinione, di mettere al sicuro una scena del crimine, dalla quale sarebbero sparite alcune prove. La critica più pesante è stata fatta da chi sperava che dopo la fine dell’apartheid in SudAfrica avrebbero smesso di fare i gentili con i ricchi e influenti bianchi. In special modo la critica è stata rivolta alla giudice del primo e secondo processo, donna possente, cresciuta nei ghetti, animatrice di lotte contro il razzismo, impegnata contro la violenza sulle donne. Il fatto che ella abbia proferito sentenze morbide sulla vicenda ha indotto a pensare che nulla in Sud Africa sia mai cambiato. Il nuovo apartheid potrebbe (forse!) usare le donne cresciute nel ghetto per legittimare quello che prima era imposto da un sistema razzista: ovvero l’uso di due pesi e due misure nel caso di processi a ricchi bianchi o a poveri neri.
Tra l’altro: il fatto che durante tutto il processo la campagna difensiva abbia spinto a ritenere quei luoghi come non sicuri, cosa che obbligherebbe il ricco uomo bianco a tenere una pistola carica accanto al letto e che lo legittimerebbe a sparare colpi a raffica solo per aver udito un rumorino, non fa che rafforzare la separazione tra bianchi – insicuri, vulnerabili, mai oppressori – e neri – pericolosi, temibili, criminali perché poveri e mai descritti come oppressi. Se non fosse il Sud Africa penserei all’Italia dei giorni nostri, criminalizzazione inclusa dello straniero e del povero o di entrambi allo stesso tempo.
Per rafforzare l’ipotesi del bianco vulnerabile, pur se capace di ammazzare qualcuno con quattro colpi infallibili e ulteriori sprangate per non lasciare deluso nessun giustiziere della notte, in aula la difesa ha mostrato un uomo piangente, contraddittorio, comunque fragile, senza protesi, in tutta la sua diversa abilità splendente. Se la sua fama si deve al fatto che mostrava sicurezza, amore per cose costose e donne bellissime e bionde, il bianco ricco infine ha ottenuto un po’ di compassione in aula mostrando i suoi arti amputati.
Vedete? Il bianco non è un privilegiato, l’oppressore, non è colui che avrebbe potuto uccidere un ladro o quello che avrebbe potuto pianificare il massacro della fidanzata. Il bianco è un essere umano, persona fragile, insicura, ansiosa, al limite della paranoia, al punto da non notare che la persona alla quale stava sparando era la sua fidanzata.
Qualunque sia la vostra opinione in merito a me interessa mettere in evidenza un sistema giuridico in cui, per l’appunto, la donna nera, che si è fatta da sé, diventata giudice per fatica e sudore, diventa brand utile per legittimare il nuovo vittimismo del ricco bianco alla sbarra degli imputati. Pensate ad alcuni nostri governi in cui si dice di far prevalere il rispetto per le donne per aver nominato un tot di ministre, giusto per dare una tinta rosa al governo maschilista e alle istituzioni patriarcali. In concreto però nulla cambia. Idem con quel processo, quel contesto politico, quella struttura sociale, quella interpretazione della modernità e della parità dei generi e dei colori della pelle, delle etnie, delle culture. Una giudice nera che non condanna per omicidio premeditato l’imputato bianco e ricco. La donna che militava contro l’apartheid che diventa alibi legittimante di chi dichiara che l’apartheid è cosa superata.
E ancora però si perde di vista la questione: la critica alla giudice, la dimenticanza nei confronti della vittima, uccisa, l’esaltazione della estrema vulnerabilità dell’accusato, poi condannato. E’ ancora lui che domina, bianco, ricco, prima un personaggio pubblico positivo e poi il povero insicuro che non sa contenere l’ansia e per placare il panico spara quattro volte uccidendo la fidanzata.
Se tutti gli attacchi di panico fossero risolti così pensate a quanti morti ci sarebbero in giro. In realtà nulla di logico, nulla di accettabile, nulla di equo si è dimostrato nel processo. In un sistema giuridico – in Sud Africa – che ha ancora paura delle giurie perché non gli è sufficiente scegliere un numero pari di persone di etnia, cultura, colore, religione, eccetera. Non si fidano dei progressi che spacciano per assunti e superati. Oggi c’è una giudice nera e domani un giudice bianco. Un po’ com’era prima della guerra civile negli Stati Uniti. A ciascuno il proprio sceriffo. Per ogni sceriffo una diversa interpretazione della legge. Per ogni situazione sociale una difesa o un’accusa differente.
Per chi volesse approfondire ci sono diversi documentari in giro. Uno facile da trovare con sottotitoli in italiano su prime video. Buona visione.
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