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La resistenza delle donne vittime di violenza di genere

Se vi capita di vedere un qualunque thriller è ovvio aspettarsi che la vittima sia una donna o ci siano molte vittime donne. Femminicidi, stupri di gruppo, maltrattamenti, violenza domestica, stalking. Negli anni abbiamo assistito alla costruzione di trame in cui l’ottimo commissario, uomo, fungeva da mediatore paternalista tra le vittime e i carnefici. C’era un uomo buono, cui le donne potevano affidarsi, portava la divisa, rappresentava lo Stato patriarcale, rimetteva le cose al proprio posto, lasciava pensare che vi fosse una tutela disinteressata destinata alle donne. Le trame non sono cambiate moltissimo ma abbiamo visto avvicendarsi commissarie donne che affiancano uomini valorosi, ed ecco che già si parla di rispetto per le questioni di genere, non di rivittimizzazione, né di trascuratezza per le denunce di stupro e violenza domestica. Donne con un piglio poderoso smascherano serial killer senza scrupoli e così si rinvigorisce il marketing istituzionale che non si rinnova ma cambia solo il volto di chi lo rappresenta. La donna commissario come nuovo brand per il medesimo copione.

In tante abbiamo visto il classico law & order con l’introduzione che spiega come negli Usa i crimini sessuali sono presi davvero sul serio. Peccato che la realtà sia molto diversa e i numeri delle vittime di stupro o femminicidio, razzializzate, discriminate, massacrate, siano altissimi, con un sistema penale che riesce perfino a non far entrare la polizia nei campus universitari dove una commissione indipendente valuta le denunce e le scarse condanne. Con una predominanza di persecuzione del maschio afroamericano ogni volta che si parla di crimini contro donne e bambine.

Però qui parliamo di televisione o film e una delle rare costruzioni thriller in cui si dice chiaramente che gli uomini odiano le donne è appunto quella che porta lo stesso titolo.

Alcune serie nordiche si affaticano a dimostrare come la questione di genere sia affrontata paritariamente e che le istituzioni prendono sul serio le denunce delle donne. Di fatto, però, nonostante alcuni progressi, le cose non stanno così. In Italia poi molte donne non denunciano perché scoraggiate dai tutori dell’ordine o perché perfino dopo aver denunciato numerose volte non vengono credute, non possono contare sulla giustizia, trovano giudici che ammettono perizie discutibili che le fanno sembrare matte, perciò tolgono loro perfino l’affido dei figli.

Tantissime donne vengono uccise e le istituzioni agiscono solo dopo, e tante avevano già denunciato per stalking o maltrattamenti il proprio carnefice che comunque può completare il suo piano di annientamento della donna che lo ha rifiutato, lasciato, che gli ha detto di no. Perché di fatto non è possibile pensare ad una reazione da parte di una donna. Se lei agisce per legittima difesa contro un uomo che la aggredisce è lei che finisce in galera e non lui. E’ già avvenuto, perché lo Stato tiene a precisare che le donne possono soltanto comportarsi da vittime e chiedere la tutela patriarcale, nulla di più. Se quella tutela non arriva mai e se vengono uccise pazienza. Importante che la donna sappia qual è il proprio posto. Vittima, mai resistente, mai combattente.

Ed ecco la serie – La foresta degli scomparsi – che ho visto in questi giorni, produzione franco-belga-tedesca, trasmessa su canale 5, bontà loro, che ha ottenuto premi in quantità e un gran successo nelle regioni francofone. In Italia ancora non se ne discute ma immagino la reazione da parte dei maschilisti che la vedranno.

In questo thriller le vittime sono uomini, stupratori assolti, pedofili rilasciati, maltrattanti mai presi in considerazione dalla giustizia. Un gruppo di donne, non si sa quante, decide di difendersi e di uccidere quei carnefici che la giustizia non ha mai riconosciuto come tali. Donne violentate, stuprate, maltrattate, quasi uccise, decidono di combattere lo sterminio delle donne con le armi. La polizia le chiama terroriste, loro rifiutano di essere definite tali, richiamano l’attenzione dell’opinione pubblica affinché le cose cambino, i giudici misogini non possano più esercitare il mestiere infausto di rivittimizzare le donne violate, la legge restituisca e risarcisca le donne alle proprie vite altrimenti distrutte, i tutori dell’ordine smettano di scaraggiare le denunce, di non affrontare la violenza di genere per quella che è. Azioni estreme dalle estreme conseguenze. Non finisce bene, ma questo lo lascio a voi. Resta però la riflessione che da sempre qui facciamo. Quando è, per esempio, un tutore dell’ordine a picchiare, uccidere, stuprare una donna, chi se ne cura? Quando una donna denuncia il marito violento, chi le crede? Quando una ragazza denuncia uno stupro, non è forse lei che finisce per essere processata al posto del suo stupratore? Quando una donna denuncia un padre pedofilo, non è il sistema istituzionale che spinge affinché la credibilità di donne e bambini sia fatta a pezzi a costo di affidare i bimbi proprio a quel pedofilo? Dunque quali sono gli strumenti che le donne possono usare per difendersi?

Spesso leggiamo che donne che hanno subito maltrattamenti uccidono i mariti nel sonno, dunque non viene riconosciuta la legittima difesa, ma non lo sarebbe a prescindere, perché se una donna dimostra di avere forza fisica per sconfiggere il carnefice le si dirà che aveva la forza per difendersi e che tutto quel che le è successo è colpa sua. Se lei non dispone della forza fisica necessaria, le si imputa il delitto premeditato perché non trova altra via per liberarsi dalla violenza che quella di uccidere il carnefice quando egli è impotente. Una donna che vive la violenza né è assoggettata, teme per la propria vita, vive sempre in uno stato di terrore, ed è difficile che lei possa pensare all’ipotesi di lasciarlo, rivolgersi, come dovrebbe, ad un centro antiviolenza, perché lui le ha detto a suon di sganassoni che la troverà, gliela farà pagare, le toglierà i figli o li ucciderà e poi si toglierà la vita.

Questa la situazione in cui tante donne si trovano. Difficile capire perché le istituzioni continuano a esercitare pressioni sulle donne perché alimentino il mito dell’eroe che le salva quando non è affatto vero. Arriva sempre tardi, quando lei è defunta. Difficile capire perché lo Stato non inserisca in una legge la questione della violenza di genere che non tocca solo le donne ma anche lesbiche, gay, trans. Difficile capire perché non si accettino i corsi di rispetto dei generi nelle scuole, inclusi corsi di educazione sessuale e al rispetto del consenso. Se le istituzioni educano uomini affinché diventino aguzzini di donne che devono solo assolvere a ruoli di cura e fare figli appare più chiaro come alle donne viene tolto ogni diritto all’autodeterminazione, nella sessualità, nella vita di coppia, nella scelta di fare o meno un figlio. Le istituzioni non si rinnovano, le donne ne hanno abbastanza. La serie tv parla di questo, senza retorica né romanticismi da racconti melensi di amore criminale. Lo dice con chiarezza, segnando il punto mentre descrive l’inadeguatezza degli uomini che pur non essendo sessisti si sentono comunque feriti nell’orgoglio perché le donne decidono di affidarsi l’una all’altra invece che agli uomini.

Vi consiglio di vedere la serie. Ne vale la pena.

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