
Il libro di Francesca Anelli, che ho appena finito di leggere e che potete trovare sul sito della Eris Edizioni, racconta in modo semplice quante e quali difficoltà deve affrontare la persona asessuale e aromantica in un mondo che ne disconosce l’autodeterminata soggettività e che patologizza ogni comportamento che non rispecchia la norma. Norma eterosessuale soprattutto, ma la normatività esiste anche tra più componenti queer. Non solo: non si tratta di una lamentosa redistribuzione di responsabilità politiche e sociali a chi patologizza o ingabbia le persone asessuali e aromantiche. E’ una rivendicazione portentosa, apre scenari luminosi e affascinanti, interpreta in modo eccellente le discriminazioni di genere e dei generi, riflette sulle parole da offrire a chi ancora le cerca per affermare il proprio diritto di esistenza, per smettere di sentirsi sbagliati, per poter affrontare con fermezza l’argomento con chiunque ma prima ancora per far diventare quella A che resta in fondo al mondo LGBTQIA+ una rivendicazione che entra nel discorso pubblico, nelle assemblee femministe, nelle assemblee queer.
Il libro ricostruisce una memoria pubblica su un tema al quale è stato imposto silenzio, patologizzazione, violenza dell’archivio, come Anelli scrive. Descrive spazi in cui si raccolgono le comunità e le persone asessuali e aromantiche, così come altri spazi in cui vengono respinte, stigmatizzate, ignorate, sovradeterminate.
C’è chi considera l’asessualità prossima all’angelicato, ma nulla di più sbagliato si può dire a tal proposito dato che l’angelicità della donna è frutto della cultura patriarcale che la incastra nel binarismo dove l’altro ruolo è quello di puttana. C’è chi parla di passi indietro rispetto alle lotte sulla liberazione sessuale, ma non c’è nessuna retrocessione nel riconoscere che c’è altro da sommare, nulla da sottrarre. Altro da contemplare nelle narrazioni pubbliche, altro di cui avere considerazione e da inserire in agende politiche queer.
Le persone asessuali e aromantiche diventano come altre soggettività, vittime di molestia, violenza, stupro, maltrattamenti, senza che vi sia uno sportello di ascolto, qualcuno a cui rivolgersi, perché non esiste la voce “asessualità” nella memoria di chi registra le violenze. Lo stigma viene diffuso anche dalle donne, da chiunque veicola cultura patriarcale. La single non è papabile, la donna che non tromba sarebbe in preda a rabbia incontrollabile, l’uomo che non ha voglia di fare sesso non è virile. L’unico futuro per le donne è quello di moglie e madre eterosessuale, tutto deve condurre a questo. Al primo appuntamento, poi al secondo, e al terzo, non fai sesso e allora qualcosa non funziona. Le donne per secoli sono state definite “frigide” (tutte, prescindendo dall’orientamento sessuale) perché nessuno si sforzava di interrogarle su ciò che a loro dava piacere. La sessualità era definita dal maschio etero, dalle sue mirabili dimostrazioni di resistenza e dalla preponderante indole da minatore in cerca di metalli preziosi in ogni antro perforabile. La donna doveva adeguarsi, poi farsi patologizzare e curare se non rispondeva alle esigenze patriarcali, infine bollata come zitella – mai per scelta – perché ovviamente non c’era un maschio alpha che se la filava.
Tutto ciò dovrebbe essere noto alle femministe e alle tante identità di genere che raccontano più orientamenti sessuali, talvolta coincidenti con desideri storici e altre volte a tratteggiare percorsi molto diversi. Se vengono concepiti percorsi riparatori per le persone gay e lesbiche e trans figuriamoci quel che può essere immaginato per una persona asessuale. Quante sono le persone che insultano chi si definisce tale banalizzando la rivendicazione politica in un “non hai trovato la persona giusta” o “forse è una fase”, o ancora “si tratta di una moda”.
E’ sempre stato così, la discriminazione contro il privilegio di chi si identifica con la parte dominante. Una lotta in salita, da esplorare, ascoltare, senza imporre il nostro punto di vista, se diverso, perché essere donne non significa pensare e vedere e desiderare le stesse cose, essere uomini non vuol dire essere tutti uguali. Tante persone, diverse. Per me un arricchimento. Non una minaccia ma nuove compagne di lotta, altre sorelle preziose che sfidano culture che massacrano tutte.
Leggete il libro, ascoltate quel che hanno da dire. Fuori dai recinti che considerate comfort zone. Il mondo è bello e vario. La diversità è un valore.
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