
Prologo
Quando decisi di aprire un account in un social network non prevedevo che avrei così legittimato la nascita e la divulgazione di una morale fluida che avrebbe influito nella vita reale nelle discussioni pubbliche. Sapevo delle profilazioni, del fatto che ogni mio bisogno sarebbe stato intercettato e venduto ad aziende che poi mi avrebbero tartassato di marketing pubblicitario. Non pensavo che le conseguenze fossero così devastanti. Ad un certo punto mi sentii la protagonista di Ubik (di Philip K. Dick) costretta a litigare con il mio frigorifero che imponeva una tassa se non avevo comprato questo o quel prodotto. Pensavo a Minority Report, con il protagonista intercettato ad ogni angolo di strada, massacrato da annunci pubblicitari, inviti accattivanti a comprare qualunque cosa.
Questa è la profilazione, questo è quel che avviene quando diamo il consenso ad un social network che vanta di rispettare la nostra privacy ma in realtà si arricchisce con tutto ciò che mettiamo online, contenuti, foto, lamenti, storie, singole frasi. Perfino i dati sanitari vengono trattati senza rispetto della privacy, dunque se sul tuo profilo privato scrivi che soffri di depressione poi l’entità social network ti invita a consultare una o più associazioni “perché ci piace rendere questo posto più sicuro per tutti”. Non per me, ovviamente, ma per gli altri, poiché giudicano la mia storia nociva nei confronti degli altri utenti. Si fa un gran parlare di bot che basano tutto su algoritmi creati apposta, ma non vorrei essere nei panni dei moderatori di una azienda che riceve in subappalto l’incarico di censurare contenuti e profili sulla base delle linee guida del social network. Devono sentirsi come Dei, capaci di decidere la vita e la morte digitale di chiunque, immaginando perfino di essere nel giusto. Pensando di fare qualcosa di buono che buono non è.
La svolta arrivò quando i governi cominciarono ad essere influenzati da quelle stesse linee guida che venivano scritte per un social network. Da quel punto in poi non fu possibile tornare indietro e tutti ci trovammo a misurare la nostra esistenza, la nostra curiosità, creatività e capacità critica, con i moderatori eletti a censori e poi costituenti una polizia del pensiero che poteva accedere ad ogni nostro dato privato e divulgarlo o censurarlo a seconda delle loro idee e necessità politiche.
La libertà di espressione divenne la giustificazione per lasciare che nazisti e fascisti negassero razzismo e olocausto. Furono accusati di “sfruttamento sessuale” coloro i quali avevano allestito musei sull’olocausto che mostravano i nudi massacrati delle vittime dei campi di concentramento. La legge, derivata dalle linee guida, diceva che “non puoi rendere pubblica un’immagine di nudo di una persona senza il suo consenso”, e non si faceva distinzione tra il revenge porn e la storia di persone decisamente morte ammazzate, massacrate nei campi di sterminio. Il social network prima e le nazioni poi stavano riscrivendo la storia, cancellavano la memoria di fatti realmente accaduti, puntavano il dito accusatore su chi voleva conservare e divulgare memoria, perché il nazismo non fosse più un pericolo, e lasciavano che i nazisti proclamassero le loro idee antisemite e razziste in nome della “libertà di espressione”.
L’emendamento finale della legge sulla nuova Costituzione degli Stati diceva che ogni contenuto politico antifascista e antinazista sarebbe stato visto come attentato alla nazione e chi lo divulgava sarebbe stato giudicato un terrorista.
Dunque eccomi, ridotta alla latitanza, a scrivere di mio pugno memorie della storia imparata, in fogli da consegnare per strada a “utenti” completamente plagiati dalla nuova morale fluida. La polizia del pensiero cercò in ogni antro segreto delle città per scovarmi e per sequestrare e bruciare ogni contenuto non affine alle linee guida. Se prima applicavano roghi digitali ora facevano invidia ai vigili del fuoco di Fahrenheit 451 (di Ray Bradbury). Non restava che fare passa parola del sapere che tentavamo di custodire e consegnare alle generazioni future.
C’è un modo semplice per dirlo: eravamo fottuti!
Lo eravamo per imposizione di quel che avremmo dovuto comprare, di ciò che avremmo dovuto pensare, di quel che avremmo dovuto condividere perfino con i vicini di casa incoraggiati a farsi delatori e a segnalare alla polizia del pensiero qualunque cosa ritenessero sbagliata. Spesso le delazioni si basavano sull’idea di consegnare alla polizia del pensiero il potere di censurarti per mera vendetta personale, per non lasciarti divulgare contenuti che mettevano in discussione il nuovo ordine morale. In particolare c’erano i maschilisti, incapaci di immaginare contenuti critici per contrastare il pensiero femminista, misogini impenitenti, che segnalavano alla polizia del pensiero ogni piccola azione da te compiuta.
Un piagnisteo senza fine: “ha pubblicato foto di nudo” (rivendicazioni come “il corpo è mio e lo gestisco io”); “ha pubblicato foto di nudo senza il consenso dell’interessata” (morta nell’olocausto); “ha pubblicato frasi che incitano odio contro i maschi” (se parlavi di stupro); “ha pubblicato pornografia” (se divulgavi foto di persone dello stesso sesso nell’atto di baciarsi).
Così la morale fluida diventava il lungo braccio vendicatore di uomini senza risorse intellettuali, omofobi, lesbofobi, nazisti, fascisti, misogini, maschilisti, antisemiti, fanatici razzisti, grassofobi. Se il social network sembrava aver stilato le linee guida in difesa dell’uomo bianco etero e fascista, la polizia del pensiero estendeva tale morale per massacrare chiunque si opponesse al povero maschio oppresso dalla femmina ribelle.
In discussione c’erano diritti acquisiti e poi sottratti con un colpo di spugno. L’idea di poter amare chi vuoi, oltre l’eteronormatività. La libertà di scegliere se abortire o meno. La libertà di difendersi dalla cultura dello stupro e di lottare contro la misoginia imperante. Il nuovo ordine morale rimetteva le donne al posto che i maschilisti volevano consegnarci: il focolare domestico, a sfornare figli per il pater familias, salvo poter ripudiarci senza alimenti e togliendoci i figli se non volevamo essere picchiate dai mariti violenti.
Le linee guida divennero anche parte dell’insegnamento nelle scuole per cui mi ritrovavo con una figlia che se mi vedeva girare nuda per casa si appellava ad una regola morale e mi obbligava a incerottare i capezzoli. Vietato far trapelare fluidi corporei: sangue mestruale, sebbene per sbaglio. Vietato mostrare parti del corpo che non attizzavano il pene dei maschilisti. Dunque censura per le donne in carne, quelle che non si depilavano e quelle che mostravano senza vergogna smagliature e cellulite.
Quando beccai mia figlia a scambiare commenti derisori su una disabile crollata dalla sedia a rotelle lei disse che le linee guida dicevano che i disabili erano una categoria protetta ma se accompagnavi il video con un commento come “questo non dovrebbe succedere ah ah ah lottiamo per l’abbattimento delle trappole per disabili” allora tutto era lecito. A nulla importava che quella donna era stata ripresa senza il suo consenso, messa alla gogna e poi derisa in vari commenti pungenti che di certo non subivano la censura della polizia del pensiero.
Un giorno lei mi chiese se l’avevo mai allattata in pubblico e le dissi di sì. Non potevo di certo farla attendere. Lei mi puntò contro l’indice accusatore e disse “non hai rispettato le linee guida… hai lasciato che altri vedessero il tuo capezzolo… hai segnato la mia infanzia… sai quanto può essere traumatico diventare la figlia di una donna senza vergogna come te? Tu sei una persona non raccomandabile”. Allibita tentai di replicare ma lei si rifugiò nella sua stanza sbattendo la porta.
Tutto ciò però era solo l’inizio, prima dei rastrellamenti, delle perquisizioni sommarie, delle deportazioni di chi non rispettava le linee guida, delle punizioni corporali e delle torture per farci confessare chi altri concorreva alla diffusione di idee che “minavano la serenità sociale”.
—>>>Continua
Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.
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