Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

La grassofobia è sistemica

Lei scrive:

Ciao Eretica.

Ritorno dopo aver pensato a lungo sulla campagna che stai/state portando avanti in pagina. Su quale elemento è stato fonte di disagio e, ammetto, di irritazione per me. Ho visto il tuo ultimo post sul maternage, su quelle parole di condiscendente e benevolo consiglio elargite da chi, un corpo anomalo, magari non ce l’ha. Non ci convive, semmai l’abbia avuto. Non deve fare i conti ogni giorno con un’immagine di sé riflessa allo specchio che le ricorda quanto, nel caso specifico di una persona grassa, quel grasso che straripa dai tessuti, che riempie la pelle fino al trabocco, costituisca un’anormalità rispetto al corpo normato che genera l’altrui ribrezzo, schifo, ripudio, e l’oppressione che ne consegue è al tempo stesso causa di quegli stessi sentimenti. Un circolo senza fine.

Non si tratta di una gara, dicono alcunə. È vero. Qualunque forma di umiliazione va condannata e combattuta, e farla presente è il primo passo. 

Bisogna anche imparare a comprendere che esistono gradi di oppressione che non rendono automaticamente intercambiabili due forme di pregiudizio messe in associazione per link tematico. Questo per dire che il thin shaming non costituisce né costituirà mai una forma di oppressione della stessa portata della grassofobia, che è sistemica; non finché è il corpo grasso a ricoprire la posizione di aberrazione e di anormalità relazionata all’idea di peso e forma fisica ideali promulgate dal modello di società che abitiamo. Non può essere promosso a fobia, per vari, lunghi motivi legati alle difficoltà del condurre un’esistenza grassa in un mondo che capitalizza sul benessere psicofisico imponendo come modello corporeo un fisico asciutto.

Sono cosciente che non sempre il vissuto traspare e si materializza nel corpo assumendo forme evidenti, tangibili e visibili. A rifletterci meglio, non sono le foto di corpi normopeso che mi recano disagio. Sono certe frasi. Il messaggio che accompagna alcune testimonianze, uno in particolare che (ammetto di non essere sorpresa) ha conquistato molti like e commenti di apprezzamento e solidarietà. Perché è una storia di dolore vinto e vendicato dal sentimento buono, positivo dell’amore; una storia di speranza, a lieto fine, che ci invita a volerci bene e abbracciare finalmente la tanto agognata serenità. Di amore verso sé stessə.

A prescindere dal corpo. 

E ce lo dice un corpo normopeso, penso.

Sebbene, mi ritrovo ancora a pensare, sia proprio la realtà corporea a essere il fulcro della questione e della campagna.

Ritornerò a brevissimo su questo concetto, l’amore, che per me costituisce un tentativo – sicuramente involontario, ma non meno incauto – di desensibilizzare e di rendere, poi, astratto e inefficace uno strumento potente di critica del sistema normativo.

Com’è stato ribadito nei commenti a quel post e sotto altre esperienze simili per vissuto e per contributo, non si tratta di una gara. Lo ripeto anch’io e faccio mio il concetto. Non è una gara perché a. non c’è premio per chi vince il titolo di identità più disagiata (manco le pensioni di invalidità arrivano a pagarci, figuriamoci questo) e b. per quanto esperienze tutte centrate sul corpo, quella della grassofobia sta su un piano parallelo che si interseca con altre assi di discriminazione (razzista, queerfobica, abilista, sessista, classista). Tutte che hanno spesso a che fare con l’aspetto, l’apparenza e le abilità fisiche di una persona.

Per cui, quando affermiamo che non ci stiamo sfidando a chi accumula più punti di discriminazione, lo diciamo, noi grassə, con la consapevolezza di non esser statə noi ad aver introdotto e stabilito la comparazione. Non siamo noi che abbiamo aperto la lotta della liberazione grassa alla formula della body positivity e alla conseguente mercantilizzazione di uno strumento critico e di rivendicazione sociale, trasformato in uno slogan svuotato di significato che ha, ancora una volta, trovato nel prototipo di bellezza standard il portavoce per disinnescare il potenziale rivoluzionario di un messaggio che non ha nulla a che vedere con l’amore.

Ho notato che alcuni discorsi sotto a foto di corpi magri tendono a giustificare quei contributi, in cui si rivedono, ricorrendo a questa parola: invidia. E, specifico, invidia del corpo snello e magro cui noi grassə, a quanto pare, ambiamo senza pensare al dolore che questo involucro di carne e ossa ha subito e continua a subire. Non metto in dubbio gli abusi, le violenze e il male vissuti da un corpo che si inscrive, senza intenzione, nei canoni estetici prestabiliti. Non mi servono prove, non assumo atteggiamenti tommasiani di incredulità a priori; io vi credo, in quanto donna queer femminista, pur non avendo provato quel tipo di vessazione sulla mia pelle e proprio perché ne ho vissute di altro genere. Vi credo, ma credete anche voi me quando vi dico che il sistema non rinnega la vostra magrezza, i vostri polsi sottili, la vostra pancia piatta o le vostre ginocchia ossute. La società è costruita attorno ai modelli che prescrive, fatti a misura delle ideologie che promuove, e che si ripercuotono sui prodotti che vende: dalle taglie normo(sotto-)peso dei capi di vestiario ai sedili di luoghi e trasporti pubblici che non contemplano l’extra finché non gli si applica un sovrapprezzo. I modelli regolano anche quali tipi di corpo non possono accedere a servizi e prestazioni sanitarie ed economiche; molte opportunità lavorative ci vengono precluse, soprattutto quando sono persone obese a candidarsi.

A una persona razzializzata colpita dal razzismo sistemico non credo vi sognereste mai di dire che è l’invidia della pelle bianca che provoca gli sguardi di rabbia rivolti verso la vostra carnagione chiara. Con una persona su sedia a rotelle il discorso dell’invidia delle gambe che vi sostengono e che vi portano a spasso lo considerate già di per sé impensabile perché sarebbe ignobile far pesare su di lei la condizione della disabilità motoria. Forse, e dico forse, giusto davanti a una donna che tutela e rivendica il proprio corpo trans* e il diritto all’appartenenza a questa identità, alcune di voi non riuscirebbero a trattenersi dal ridurre quell’esperienza a un complesso di invidia dell’utero e del corpo cis in generale, con la gettonata argomentazione dell'”esser natə nel corpo sbagliato”.

Invidia nostra, quindi, nello specifico, di noi grassə che non riusciamo a fare pace col nostro grasso eccessivo, impossibile da nascondere e a volte anche invalidante, e che sentiamo la necessità irrazionale di prendercela con chi non ha colpa del privilegio di cui involontariamente gode solo per sentirci un po’ meglio. Come se fossimo noi a originare il ciclo di violenze, come se avessimo stabilito noi la nostra condizione oppressa. Che, preciso, non è un vanto. Noi, che diventiamo causa del disagio che alcune di voi sentono quando i nostri occhi si posano per un secondo di troppo sul vostro corpo – un sentimento che vedo assai simile al white guilt del mondo anglofono. Noi. Che viviamo lo stigma della grassofobia in ogni ambito del sociale, anche in situazioni in cui non esponiamo, non denudiamo la mostruosità disagevole e non conforme del nostro grasso. Noi siamo diventatə paradossalmente carnefici e colpevoli. Un ennesimo colpo che tocca incassare, giacché abbastanza non è la paura che incutiamo, il terrore che incarniamo, l’evoluzione da scongiurare. La stessa che provoca alcuni disturbi alimentari. Perché, se è vero che sono la società e il suo giudizio a scatenare il problema, la materializzazione di quel terrore, la sua corporificazione è rappresentata da me. Siamo noi grassə l’incubo da cui, sempre, si fugge.

Io sono quel che voi non vorreste mai diventare. La domanda è: perché?

Spesso, il più delle volte, non è l’invidia, quanto piuttosto il fatto di dover confrontarsi sempre, senza volerlo, con il privilegio che la magrezza rappresenta come ideale estetico a complicarci l’esistenza.

Da persona queer, la parola “amore” associata alle lotte di rivendicazione e alla ribellione delle identità non normative mi causa non poco fastidio. Anzi, devo ammettere di non reggerla, non la sopporto; la straccerei, se fosse possibile afferrarla. Amore è la parola più abusata da persone alleate durante le marce dell’orgoglio fr0cio. Pensano di farci un favore, di star porgendo una mano samaritana, a equiparare il loro modo di sc0pare, le loro identità di genere convenzionali al nostro vissuto che sta ai margini, se non oltre. È una forma di accoglienza, per come la vedono loro: tutto sommato, non siete così diversə da noi normali. Il vostro amore non vale meno del nostro.

Peccato che non sia un sentimento astratto, platonico, ad espellerci dal concetto di normalità. È come facciamo sesso, come performiamo il nostro genere, come consideriamo la nostra sessualità fuori dallo schema binario che ci colloca fuori dalla norma.

L’amore non è la soluzione né alla fr0ciofobia né alla grassofobia. Non basta amare il mio corpo grasso e fr0cio per smantellare l’oppressione sistemica. Non è vedendo equiparata una discriminazione comunitaria, di gruppo, sociale e transculturale, a forme di degradazione verbale basate su peso e forma corporei che, nel concreto, proprio in termini di inserimento e inclusione in società, non producono effetti devastanti di ostracismo su larga scala, che si combatte la grassofobia. Questa strategia produce solo il ridimensionamento della nostra discriminazione, e in parte il silenziamento della causa grassa. Che la misoginia colpisca tutte, che i corpi, soprattutto quelli di donne, siano bombardati ininterrottamente da motti e modelli tossici con l’intento di uniformare e manipolare – non ci piove, non si nega, non si invalida una parte di realtà che ci accomuna. Ma questo, comunque, non rende noi e le nostre esperienze commutabili.

Grazie per lo spazio che ci offri. Come ti dicevo, l’intento non è di ferire né tantomeno invalidare altrə con questo mio sfogo. Vorrei che venisse accolto come una riflessione, mia ovviamente, da cui se ne potranno generare altre in un clima che non vuole essere di esclusione ma di comprensione. E spero che il messaggio che cerco di condividere venga recepito considerando il punto di vista e la posizione sociale di un corpo grasso in un contesto che disprezza e rinnega la grassezza. Non vorrei, però, al tempo stesso, che si faccia passare un’oppressione sistemica per qualcosa che si può risolvere a partire dal lavoro su sé stessə, quando ci sono ostacoli strutturali che non dipendono dalla volontà della singola persona, né la soluzione può essere trovata in una benevola pacca sulla spalla e un sentitissimo “vogliti più bene, sei tu che devi amarti per primə”. Il consiglio a una persona queer e/o nera e/o disabile sarebbe lo stesso? È la società, nel suo insieme, a dover cambiare.

1 pensiero su “La grassofobia è sistemica”

  1. Ciao! Hai affrontato un tema “scomodo” o troppo spesso indorato da commenti buonisti. A volte l’essere grasse non significa essere in sovrappeso ma dover lottare con una patologia molto subdola.
    Sappiamo come sono cambiati i canoni della bellezza dal Rinascimento di Rubens e le sue forme generose, sinonimo di salute, benessere economico e fertilità, allo stecchino Twiggy anni ‘60….
    Ora stiamo vacillando di fronte a nuovi modelli, fatti in serie. Questo mi spaventa di più…
    Per par condicio, magra consolazione pensare che, sempre nel Rinascimento e prima nell’arte greca, i genitali maschili venivano rappresentati sempre piccoli! Le forme normali o grandi, non erano considerate eleganti…

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