
G. partecipa alla campagna di liberazione dei corpi, per non sentirsi sola, per comunicare malessere e rinascita. Racconta di aver subito uno stupro e come conseguenza di essere sprofondata in autolesionismo e disturbi alimentari. La foto mostra la sua sofferenza, il suo dolore e poi la sua rinascita. Facebook la censura per “promuovere un posto sicuro per tutti”. Per tutti ma non per lei. Come se l’avessero ignorata per la seconda volta. Come se lo stupro subito non fosse abbastanza. Come se raccontare le conseguenze di un trauma fosse un attentato alla sicurezza altrui e non un grido di aiuto alla sorellanza che la accoglie e la abbraccia.
E’ viva, racconta il dolore, i traumi, quel che vive, e facebook censura. E io ripubblico la foto. Chiudetemi la pagina. Prossimo articolo sarà su una testata più grande, con i dettagli della scelta e con l’analisi della vostra maschilistissima selezione del mondo cui possono avere accesso le donne.
