Personale/Politico, Salute Mentale

Il Dio degli obesi e i guru dei disturbi alimentari

Mentre cercavo di affrontare il percorso psichiatrico sui disturbi alimentari qualche anno fa mi è capitato di fare un paio di esperienze che vale la pena raccontare, per sommi capi, solo per dire che le soluzioni vogliono sempre un premio. Fede o denaro.

C’era una specie di gruppo di obes* anonim*, abbuffatrici anonime, che era una costola del programma per alcolisti anonimi. Quindi le teorie e le pratiche erano le stesse. Ciao sono un’abbuffatrice, ciao abbuffatrice, poi ti davano un libricino dal quale trarre il mantra da recitare in apertura e chiusura e poi l’alone divino ci toccava tutt*. Nulla da dire sull’utilità di questi gruppi, a tante persone hanno salvato la vita, ma perché devo credere in Dio per affrontare la bulimia? E come faccio a portare avanti i dodici passi sulla storia delle abbuffate? Come mi guadagno la medaglia per il primo anno senza cibo. Il punto della bulimia è che sì è una dipendenza ma di cibo abbiamo necessità per vivere e dunque avviene un cortocircuito che ti dirotta tra anoressia, in cui pensi di avere il controllo e bulimia in cui lo perdi e ti senti uno schifo. In entrambi i casi con chi dovresti fare ammenda? Distruggi il tuo corpo, la tua vita, ti isoli, ti fai male, ma non è un anestetico che trovi al bar o da uno spacciatore (non penso comunque che alcolisti o tossicodipendenti abbiano “colpe”).

Tu cerchi di restare in equilibrio mentre qualcuno accanto a te prepara pietanze ricche di calorie che non potresti mangiare o sai che quando ne assaggerai un boccone finirai per mangiarne troppo. Il mondo è pièno di tentazioni che ti rinviano al fatto che mangiare è ok ma se eccedi è una tua debolezza, una specie di vergogna. C’è chi diffonde cultura grassofoba senza nulla sapere di quel che vivi. Io mi vergognavo di non essere a posto se uscivo e dovevo perdere quei chili per poter affrontare il mondo esterno, fino a quando non ho più potuto e i chili sono rimasti lì a prescindere.

L’altra esperienza è stata quella di fare il giro di alcune comunità (a pagamento) che sono le sole in Italia a dirti “ciao, ero anoressica e ora sto benissimo, seguimi!” o “ciao, ero bulimica e ora sono una dea!”. Su questo si fondano associazioni private in cui paghi per restare in comunità ristrette in cui l’ex malata di disturbi alimentari e qualche psicologo ti ascoltano e poi ti fanno la conta delle calorie. Non è vita di comunità in senso stretto, in cui ti porti il computer e continui a vivere e fare quel che vuoi fare seguendo un percorso ma devi allenarti in un contesto estraneo, con persone estranee, a seguire la guru o il guru di riferimento. Non sono sette ma neppure interventi sanitari specifici. Niente soldi niente comunità.

Di gratis, con ticket però, ho trovato solo un programma di ricerca in un ospedale in cui specializzandi ti sottopongono a migliaia di questionari da compilare sui cui risultati compilano le proprie tesi di specializzazione. In quel contesto una persona mi ha dato una mano, perché intelligente, sulla mia stessa lunghezza d’onda e per un po’ mi ha permesso di tirare il fiato. Finito il suo periodo di specializzazione più niente. Non mi sono trovata bene e poi c’è stata la pandemia e la clausura. Dunque il centro salute mentale e la psichiatra dove non mi si chiede di recitare mantra o di credere in Dio e nessuno mi dice di seguire il guru di turno.

Però servirebbero comunità di rieducazione alimentare, di analisi del corpo danneggiato, luoghi in cui verificano il tuo stato a prescindere dalla diagnosi primaria. Perché quando hai problemi di disturbi alimentari bisognerebbe frequentemente analizzare tutto senza che debba essere tu a richiedere visite. Stomaco, fegato, intestino, esofago, apparato gastro-faringeo che va in malora per il vomito autoindotto. Tiroide, valori ormonali, struttura fisica, diabete, cuore, tutto. Eppure i grassofobi insistono sul fatto che le persone obese non debbano pesare sul sistema sanitario nazionale perché sarebbe colpa loro quel che avviene. Non sanno che la maggior parte degli interventi valgono un ticket salato e che solo in poche regioni qualche struttura pratica assistenza sanitaria senza caricare la persona malata.

Esisterà un gruppo di auto aiuto in cui potremo imparare a conoscerci e a dirci cosa ci succede? Non l’ho trovato. La pagina e il blog, le vostre mail, le storie che ci raccontiamo l’un l’altra rappresentano un esempio di comunità virtuale (purtroppo) vivibile in cui nessuna dice io ce l’ho fatta potete anche voi o in cui qualcuna detta un verbo da seguire per fede per non sentirsi sola. Che altro si può fare?

In ogni caso scrivetemi: abbattoimur@gmail.com

Ps: ovviamente, se una persona sta bene nel proprio corpo, qualunque peso abbia, è bella da morire, io parlo di chi come me non sta bene nel proprio corpo e non lo vive serenamente.

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