La storia del mostro delle Ardenne, documentata su Netflix, appare in realtà come l’esposizione di stereotipi sessisti e pregiudizi di genere che dimostrano quanto poco si comprendano certe dinamiche relazionali tradotte in dimensioni criminali e di come si è pronti a bruciare la “strega” se nel crimine è coinvolta una donna.
La questione che contesto non è il fatto che la moglie del mostro abbia agito, partecipato, ucciso o torturato le vittime tanto quanto il marito. Sono più che convinta che una donna che scrive lettere d’amore ad un condannato per stupro (era in carcere all’inizio della loro relazione) e accetta poi di condividerne il destino ha responsabilità umane, personali, precise, già in quel frangente e rispetto a quanto sarebbe avvenuto dopo. Quello che contesto è il fatto che l’arringa dell’accusatore l’abbia definita in aula tribunalizia “ragno” (che tesse la tela) e “strega”, che abbia basato l’arringa su perizie che riconoscono la donna intelligente e non una totale idiota per dimostrarne la capacità criminale (da quando tutti i criminali hanno un’intelligenza eccelsa? da quando si valuta l’intelligenza di un uomo criminale per dimostrarne la colpevolezza?). Contesto il fatto che l’accusa abbia sottolineato quanto più grave fosse il fatto che una donna, in quanto donna, e una madre, in quanto madre, abbia partecipato attivamente ad orrendi delitti (stupri, uccisioni di bambine, adolescenti, donne), rispetto alla (questa l’allusione) “normale” gravità dell’azione criminale di un uomo e padre. Come se da un uomo fosse ovvio attendersi quelle azioni e a lei si imputa di non averlo frenato, fermato, denunciato, perché da una donna e madre ci si attenderebbe più empatia, meno attitudine criminale, più solidarietà verso le donne, le bambine, le ragazze, vittime di rapimento, stupro e assassinio. Per anni la stampa francese ha continuato a istigare odio verso la criminale perché donna, dimenticando completamente l’altro criminale, perché uomo. L’avvocato in difesa della donna veniva assalito, con lanci di oggetti e sputi, per strada. L’avvocato in difesa dell’uomo invece non è mai stato neppure citato se non in casi rari.
Perpetuare stereotipi di genere, patriarcali, stabilendo che da un uomo ci si attende il male (sminuendo la responsabilità sociale e culturale di quel che fa) e invece da una donna ci si aspetta il bene, non è accettabile. Se ella infatti ha commesso azioni raccapriccianti, disumane, criminali, allora viene definita “diavolo”, “strega”, “ragno” e non semplicemente “criminale”. Se la donna è coinvolta in un crimine: o la si considera vittima oppure l’assoluta manipolatrice delle azioni criminali. Le varie perizie dell’accusa dunque non intendevano valutare la gravità dei crimini commessi per entrambi i complici ma intendevano dimostrare che se sei donna non puoi sfuggire al binomio vittima/strega. Se non sei vittima diventi l’unica responsabile, la più odiosa, la più intollerabile, perché socialmente e culturalmente sembrerebbe più tollerabile apprendere di un uomo che ha stuprato e ucciso bambine, ragazze e donne. Da un uomo, come dire, ci si aspetta questo. Ma da una donna, ullallà. Deve essere la manipolatrice, la mente criminale, la responsabile assoluta. Se non puoi definirla vittima non sai che pesci pigliare, allora reinterpreti il copione del malleus maleficarum e le auguri un bel rogo. In un tribunale con giudici e accusa in totale conflitto con sé stessi, sconvolti all’idea che l’ordine patriarcale possa essere messo in pericolo da una donna, madre, partecipe e responsabile di crimini efferati, si assiste all’esposizione dei manuali per brave donne e madri di famiglia, diverse, ovviamente, dalle altre, le streghe. In quel tribunale, per inciso, si è dato un chiaro messaggio educativo per le femmine: sei vittima o strega. Fai la donna e madre come si conviene e ci si aspetta. Tutto il dibattito sulla stampa dell’epoca ha realizzato lo stesso intento pedagogico. Se non sai spiegare quel che ritieni inspiegabile imputalo al demonio. Puro medioevo.
Dal documentario ad un libro. No spoiler. Per sapere come finisce o per farvi un’opinione sul libro leggetelo.

Il pesatore di anime, scritto da Olivier Norek, è un romanzo noir che prende chiaramente spunto da quelle terribili vicende (Ardenne) e le esaspera fino a immaginare una ragazzina quale possibile mente criminale e manipolatrice.
Con clemenza e delicata compassione, destinata alla presunzione del protagonista paternalista (ti salvo e proteggo io!), il quale parrebbe non saper distinguere una vittima da una carnefice, la storia (suspence d’obbligo) pone dubbi, incertezze, infine descrive un personaggio femminile con ambigui abbocchi al lettore (sarà vero o no?) mentre ella racconta di essere stata vittima di stupro, incesto, rapimento.
Se non potremo considerarla vittima dunque sarà musa e dominatrice di un assassino e stupratore? La narrazione dirada nebbie e dona luce per le menti forse ingenue? Paternaliste? Intente a difendere le donne tutte? Non saprei.
Non intenzionalmente, certo, poiché la narrativa ciascuno la valuta per quel che preferisce, ma a me fa venire in mente il fatto che questa opera d’ingegno letterario potrebbe risultare consolatoria della cultura paternalista e patriarcale che di certo ama l’eroica azione di un giustiziere, uomo, volta a svelare e punire ogni cattiva azione femminile.
Sul fatto che le donne possano commettere crimini atroci non ho mai avuto dubbi. Sul fatto che esistono certamente troppe bambine e adolescenti e donne mai credute, mai considerate, quando dicono di essere state vittime di abusi, esigo che si rifletta. Dunque un tale romanzo lo leggo con la chiara idea che insistere (con un giudizio netto) sul binomio vittima/strega, puntando sulle ragazze, a me pare pregiudizievole, stereotipato e sensazionalista. Nabokov, non cedendo al facile binarismo bianco/nero, c’era arrivato secoli fa. Immagino che attendersi oggi cotanta lucidità analitica sia troppo. Attendo e non dispero!
Con buona pace dell’immaginazione dello scrittore, al quale auguro una carriera meravigliosa e duratura, concludo dicendo che nella realtà – oltre le faccende letterarie – le vittime troppo spesso non sono ascoltate e temono di denunciare i loro carnefici. Troppe sono le vittime a cui viene addossata la colpa degli abusi subiti. Troppe sono quelle che temono di non essere credute e dunque restano sole e in silenzio. A tutte loro mando un abbraccio: non siete sole!
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