Qualcuno chiede: ma qualche anno fa uscivi, venivi alle manifestazioni e partecipavi in giro. Che è successo? Ero già in terapia, non funzionava benissimo ma per lo meno ero riuscita a superare a tratti, non spesso, lo scoglio agorafobico. Poi la pandemia mi ha costretta a restare chiusa in casa. Infine avevo il terrore perfino di andare dal medico. Ho fatto i vaccini con molte cautele. Ho ricevuto una visita domiciliare da una psichiatra che comunque non mi reputava “grave”. Ho delegato il ritiro farmaci al compagno e tra noi si sono ingigantiti scogli mai affrontati, forse. Lui fuori, lavorava, io sempre a casa, sola, avevo staccato da tutto, non riuscivo più neppure a gestire la pagina, a scrivere, leggere, a fare nulla. Me ne stavo seduta sul divano ad abbuffarmi, vomitare, anestetizzarmi con sedativi e serie tv in streaming. Se dovevo affrontare il mondo esterno, vedere qualcuno, parlare al telefono, andavo nel panico. Il mio compagno non poteva ovviamente portare a casa nessuno perché io mi sarei chiusa in camera da letto. Lui frustrato, scandendo gli ultimi periodi, io completamente massacrata e senza forze.
Il resto ve l’ho raccontato ma in quel periodo nel frattempo dovevo assorbire lutti, dovevo combattere contro il senso di colpa crescente e il fatto di sentirmi un peso per il mio compagno. Ho tentato il suicidio pensando che lui avrebbe potuto, in caso di riuscita, avere un futuro migliore. Non vedevo alcuna via d’uscita. Non riuscivo a respirare, piangere, parlare. Lui: non comunichiamo. Io: muta. E se si parlava si finiva per scaricarsi addosso ciascuno la propria frustrazione, tutto in una dimensione piccola e buia, stretta e chiusa. Lui era l’unico volto che vedevo e io l’unica faccia stanca e depressa che ritrovava al ritorno dal lavoro. Poi voleva divorziare, poi non più, poi mi ha ferita, io ho reagito e mi sono difesa. Poi ho detto a tutti che stavo di merda e il mondo si è spalancato ed era lì dove l’avevo lasciato. E sono ancora lì persone che mi aprono porte e braccia se potessi e volessi raggiungerle. Se però non riesco a superare l’uscio è difficile aspettarsi visite a domicilio costanti. Se non rispondo a messaggi o telefonate diventa difficile mantenere contatti. Dunque eccomi: ancora chiusa in casa, in conflitto con me stessa per lo stato di grave dipendenza economica e fisica, a seguire la terapia ma con scoramento. Mi aspettavo di stare improvvisamente meglio? Forse. Ma è tutto alti e bassi, sali scendi, chiusa aperta, cedo al sonno con sedativi o mi concedo di sognare. Panico per il futuro e panico per qualunque cosa. Un passo alla volta. Quello che so è che la pandemia ha stretto la corda attorno al collo di tante persone come me. Conosciute in precedenti visite ambulatoriali o ricoveri. Io sono ancora viva. Qualcuna tra quelle che ricordo non più. Neanche la più immaginifica produzione fantascientifica può descrivere il mondo visto a gradoni alti un metro anche se devi solo spostarti per raggiungere il cesso. Non c’è una simulazione allucinatoria che può spiegare il terrore puro provato per fare cose ritenute semplici, banali. E su tutto ciò si impone la questione di genere: se non sono una brava compagna, non vizio l’uomo, non lo sostengo, non gliela do per mesi e anni perché i farmaci mandano in merda la libido, tutto ciò che ne consegue è colpa mia. Culturalmente parlando. Così lui disse che mi ha tradita perché non scopavamo da tre anni. Perfetto. Poteva dirmelo prima, durante, non farsi beccare come un adolescente con il dito sulla marmellata. Poteva anche diventare un motivo di confronto ma me lo ha sottratto e in tutto ciò non riesco a dirgli basta. Si spera, dispera, pensiamo alla terapia di coppia. Se fossi più giovane, avessi un lavoro, non fossi depressa e nel panico continuerei a restare? Se avessi una alternativa alla stanzetta per me ricavata dal bilocale, rimarrei a sudare freddo e andare nel panico per qualunque cosa, qui? Non lo so. Quello che so è che l’alternativa non c’è. Non ora, non per me. Quello che so è che apprezzo la porzione di luce che la finestra con le sbarre mi concede mentre scrivo. Nessuno ha colpe, nessuno deve vergognarsi o trincerarsi nel connubio senso di colpa/rivalsa. Sono adulta. E malata.
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