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Storie raccolte da una depressa sobria

In reparto, due generazioni diverse, diverse culture a respingere o accogliere e supportare la malattia mentale. Lei ha 65 anni, depressa da molto, sposata, con figli, un marito violento, maniaco del controllo, si è concessa di annunciare ai figli della sua depressione solo quando lui è morto. Prima era sottoposta a umiliazioni da lui e dalla famiglia di lui. Era una vergogna, la sua malattia vista come un’offesa all’onore di una famiglia che si reggeva su un regime patriarcale. Un patriarca non sbaglia, non ha mogli depresse o figli con disagi. Un patriarca nega tutto o te ne addebita la colpa. Tutta colpa sua, di lei, troppo pigra, spenta, fredda, spaventata, inutile, incapace, fallita. Lei ha convissuto con il senso di colpa per decenni, ora ne parla con scioltezza, liberata, con un briciolo di speranza che si legge da un guizzo lucido nello sguardo. Nata in un’epoca di maschilisti retrogradi, di patriarchi che usavano le donne per alimentare il proprio ego o la propria fama. Nata nell’epoca in cui quelle come lei potevano solo finire in manicomio o nascoste, in stanze chiuse, finestre senza fessure, al buio, perché gli altri non dovevano sapere, ne andava dell’onore del padre padrone, di colui che si vergognava della moglie pazza. Da quella donna però si pretendeva che rifacesse i letti, spolverasse, mettesse il cibo in tavola, creasse armonia familiare, cucisse vestiti per i figli, mentre il marito si lamentava di questa donna che lo rendeva infelice, poco affettuosa nei suoi confronti, poco rapida nelle risposte quando lavava i piatti e lui esigeva spiegazioni perché lei non voleva fare sesso. Una depressione non curata diventa cronica e cronicizzata diventa anche la situazione viziata, morbosa e personale di tutta la famiglia. Oltre alle lamentele per lo scarso apporto sessuale della donna c’erano anche le offese: zitta, tu non capisci, sei stupida, non hai il cervello per pensare bene, non capisci niente. Perché uno così riteneva che essere depresse significasse essere idiote.

Altro tempo e altra famiglia, una figlia di due genitori amorevoli che non vedono la malattia mentale come una colpa, che tentano di aiutarla come possono e la accompagnano in quel percorso buio e doloroso fatto di depressione, autolesionismo e disturbi alimentari. I genitori sanno che è lei a dover scegliere, non le impongono nulla, soffrono, di certo, ma sanno, perché preparati, più informati, più intelligenti e moderni, che tutto ciò si supera e si affronta insieme, senza colpe, vergogna, senza forzature né rimproveri. Hanno corretto meccanismi non utili, si sono consultati con medici che hanno spiegato loro come la malattia della figlia riguarda tutti e dunque tutti devono occuparsene nel modo giusto e tutti devono essere assistiti e mai lasciati soli. La ragazza è timida, intelligente, studia, cerca di dare esami all’università quando può. Affronta ricadute e tempi di ripresa e sa che non è un percorso facile, non è mai facile. E’ ironica, dice che ha avuto un paio di relazioni ma le ha interrotte perché quei ragazzi assumevano maniere paternaliste, volevano salvarla, o la rimproveravano quando non li ascoltava. Come se i risultati delle terapie riguardassero il loro personale successo e non quello della ragazza.

Non so se entrambe riusciranno a farcela o le ritroverò in giro, tra reparti e day hospital. So però che stanno lottando e che questa lotta non è compresa né ascoltata abbastanza dal mondo sano, efficiente, utilitaristico, capitalista, patriarcale. Che ci sia una componente di genere nel numero di donne affette da depressione l’ho già scritto, perché più vessate, colpevolizzate, invisibili, nascoste, insultate, manipolate, viste in funzione delle necessità maschiliste. Corpi di donne offesi da mille stereotipi sessisti, corpi che non sono graditi ai bulli, ai vittimisti piagnoni, pieni di odio misogino, che attribuiscono le loro disgrazie a tutto il genere femminile, parole di donne che non piacciono ai mentecatti, ruoli di genere imposti, aspettative sociali misogine. Tutto impone alle donne di sentirsi inadeguate, troppo brutte, grasse, magre, belle, desiderabili, indesiderabili, genuflesse al maschio egoista di turno o a testa alta per quanto in ombra per paura della troppa luce.

Due storie. Due vite. Tra milioni.

Per ultimo ma non ultimo, entrambe hanno tentato il suicidio. Le donne che tentano o si suicidano sono in numero agghiacciante. Un collasso sociale che dovrebbe voler dire qualcosa a chi se ne occupa. Le donne non possono essere aggiustate da culture abbiette e maschiliste. Bisognerebbe ascoltarle, a volte. Forse sempre.

Un abbraccio

Eretica Antonella

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