Piani di recupero. Più contatto con la pelle. Sposto il culo dal divano alla mia stanza per scrivere. Con l’aiuto del mio compagno proverò a mettere il naso fuori dalla porta. Forse per prendere il sole su uno scalino o riuscire a raggiungere il giardino a un paio di centinaia di metri di distanza. Lavare i capelli, quello mi viene difficile, perché se mi piego in avanti sulla doccia temo di scivolare e non saprei come risollevarmi. Mi farò aiutare? Tento di misurare i farmaci per capire quale sia il dosaggio giusto, incontrerò la psichiatra e proverò a ragionare di terapia di coppia con il mio compagno per capire dove stiamo andando e cosa è accaduto nel frattempo.
Nel frattempo sono stati archiviati vari lutti, persone che mancano. di cui non posso parlare, per non indispettire il resto della mia famiglia e perché non mi sento in diritto di farlo. Come se mi fosse negato accesso al dolore perché ho rifiutato la cura per loro negli ultimi tempi. Ciò che mi ha liberata mi ha anche imprigionata. Le famiglie sanno essere crudeli e disfunzionali ma da lì partiamo e lì torniamo. Sola al mondo, con un compagno come unica fonte di affetto. Via lui non so come farei. Il timore di perderlo, il terrore di passar sopra ai miei desideri per tenermelo.
Anche le relazioni di coppia sono una cosa strana, a volte complessa altre distruttiva, tra riordini di ruoli, io la malata, lui il sano, e ridefinizioni di istanze che urlano dentro me e non riescono a giungere fino al buco che chiamiamo bocca. Non ho parole per dirlo, non ho lacrime per piangere, non ho fiato per correre o volare alto. Non ho ricordi di quando ero brillante, spiritosa, intelligente, autonoma, bella. Non mi viene in mente nulla sul futuro a parte concentrarmi su un passo da fare piano col timore di inciampare. Un passo alla volta. E torno a scrivere perché le dita scorrono senza problemi, pare, almeno in questo momento. Diversamente il mio pensiero è illogico, tormentato, incoerente, non tramuta i sassi in fiori e il buio in albe dorate. Il mio alito sa di pillole orodispersibili, il mio viso è stanco, pur se distratto da non so esattamente cosa. Mi tengo legata al terreno, per non sparire, per non sgonfiarmi e farmi ingoiare dal cielo, come un palloncino legato al gomito di un bimbo con un nodo storto.
Un aquilone che aspetta la tempesta per muovere un cammino verso luoghi di pace e serenità. Ferma alla finestra, in questo appartamento a piano terra, con le grate che non mi permettono di affacciarmi, attendo che il sole giunga per poterne godere un po’. Attendo un bacio pieno di calore e un movimento solido del mio corpo perché mi conduca dove voglio andare. Siamo agli sgoccioli, sempre con problemi economici, con l’affitto da pagare, con i due soldi di pensione che finiscono in fretta e il lavoro dell’unica fonte di sostentamento che non basta e mi impensierisce perché lui vorrebbe andare forse altrove, libero e io lo tengo prigioniero. Non è più senso di colpa, mi piacerebbe amarci, come un tempo, senza pensare alle difficoltà, eppure siamo legati, come nodi inestricabili, non riusciamo a smettere di dipendere l’una dall’altro e viceversa.
Mi piacerebbe scrivere di cose importanti, utili al prossimo, ascoltare le rivendicazioni altrui, ma troppo concentrata su me stessa snocciolo brevi frasi di plauso o dissenso, senza articolarne il senso. Senza farmaci avevo memoria, una vista a 360 gradi, guardavo lontano, vedevo il futuro, non come una sibilla ma per corretta e logica lettura delle cause intuendone le conseguenze. Quel che ho scritto e fatto in tanti anni mi ha comunque condotto qui, quindi la mia capacità di vedere oltre non l’ho applicata su di me. Sono sfuggita a me stessa e ora mi rincorro per sedare il dolore e per sconfiggere le paure. Per capire se sono ancora in grado di donare qualcosa o meno. Mi manca la resilienza ma mi risollevo e vivo subito e di più in momenti di crisi. Così sono cresciuta, così vado avanti. Toccare il fondo per risalire, annegare per tornare a respirare, un po’ morire per tornare a vivere. Questa la mia vita. Questi i miei disagi e i miei disastri, con le burocrazie di cui non sono in grado di occuparmi e gli impegni che non sono in grado di assumermi.
Non c’è cura per l’assenza di speranza e di prospettive. La speranza di rifiorire, di tornare a parlare di me e di tutto. La speranza di curiosare nel mondo che non posso vedere perché non esco e non potrei comunque raggiungere luoghi lontani perché senza autonomia e senza riparo e senza soldi. A volte immagino di perdermi in oriente, in Cina, o chissà, in un minuscolo buco dove riposare, ma non posso, non so farlo, non potrò mai. Dunque accontentarsi non è antidoto per l’assenza di speranza e di prospettive. Significa soltanto restare in una zona sicura, in cui cadere e risollevarmi è più semplice, trascinandomi col culo a terra fino a raggiungere un tavolo o il lavabo per fare con le braccia ciò che le gambe si rifiutano di agire.
Ricomincerò a leggere, finché avrò vista, e scrivere, se avrò qualcosa da dire. Non so se sarò in grado di ascoltare perché vorrei sentire il mormorio delle onde e qui non c’è il mare, tutto è nitido e sommariamente confortevole ma lontano dalle mie radici, dalla mia dipendenza dal clima in cui sono nata e cresciuta. Il male incurabile dell’immigrata si aggiunge al resto. Mi servirebbe un balcone, almeno quello, per vedere il sole e parlare con le stelle. Mi servirebbe un luogo aperto e sto al chiuso. L’agorafobia non è una santa soluzione del dolore ma lo alimenta e corrode ogni desiderio.
Però so cos’è il fascismo, so cos’è il femminismo, so cos’è l’arcobaleno di colori che dispingono i diversi orientamenti e generi, so che altre sofferenze esistono e altre soluzioni devono essere trovate. Con il mio contributo o senza. Buona lotta mie compagne, continuate per me se non riesco, correte e volate per me se non mi muovo. Viaggerò attraverso voi. Se mi è permesso farlo. Datemi scopi, ragioni, interessi, immensità, completezza, complessità. Sono viva, non rinuncerò così facilmente. Non mi spegnarò senza lottare, con o contro di me.
Un abbraccio
Eretica Antonella
Ps: quando il sole doveva giungere alla finestra il cielo ha condotto nuvole. Sfiga.
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