Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Negli Usa la legittima difesa vale solo per l’uomo bianco: il caso di Brittany Smith

La parte legislativa relativa alla legittima difesa, così come il possesso e l’uso di un’arma per sparare all’aggressore o a chi viola anche solo una proprietà, negli Usa è retaggio di politiche razziste, a tutela dei linciaggi contro uomini appartenenti a minoranze, nativi, afroamericani, latini, cino-americani e contro donne appartenenti alle stesse minoranze che giammai potevano difendersi dal bianco stupratore colonizzatore e razzista.

Leggi create in difesa del diritto dell’uomo bianco a massacrare chiunque egli voglia non possono chiaramente diventare strumento di difesa per donne che ammazzano il proprio stupratore. In quel caso, come si spiega nel documentario che trovate su Netflix, si chiede alla donna perché non abbia delegato la propria difesa al poliziotto, all’istituzione patriarcale di turno. Se non chiami la polizia perché temi ritorsioni e se ti difendi mentre rischi la tua vita o quella di un familiare si decide che hai l’intento di uccidere.

La donna è stata condannata per omicidio volontario e colposo. Attualmente è in carcere. L’ex moglie dell’uomo ucciso e perfino il suo migliore amico affermano che lui fosse recidivo in termini di violenza domestica, stupro, sequestro, uso di droghe che lo rendevano pericoloso. In ogni caso i giudici hanno deciso che lei non aveva ragione di difendersi.

Non amo nessuna delle soluzioni americane che giustificano uso di armi, così come vorrebbe la Lega per l’Italia. La diffusione di armi e il diritto alla difesa di beni, proprietà e femmine di famiglia, per l’America sono un segno di inciviltà che continua a sostenere le industrie belliche investendo sull’arma della paura invece che sulla educazione antisessista contro la violenza di genere e ogni discriminazione misogina, razzista, omofoba. Illudersi che quella legislazione nata come prolungamento del pene dell’uomo bianco possa essere garanzia di autotutela per le donne, specie se povere, marginali, o appartenenti a minoranze, è paradossale. Usare quell’argomento diventa un modo per legittimare ogni bianco che uccide il nero che ha attraversato per caso il suo prato.

Le donne dovrebbero usare argomenti diversi, oltretutto non si può chiedere allo Stato l’autorizzazione a difendersi da sole. Ciò che è Stato, patriarcale, istituzione, non riconosce a priori l’autodeterminazione delle donne e le assolve solo quando si comportano da martiri, vittime sacrificali, ammazzate, stuprate, a lesinare giustizia al patriarcato per poter sopravvivere. Se non si realizzano reti solidali di donne per donne, utilizzando ogni strumento legislativo e di autodifesa plausibili, non se ne esce.

Non entro nel merito delle ragioni per cui la donna ha cercato di usare quelle leggi per non andare in galera. Né giudico ciò che ha vissuto, quel che è stato, come si è sentita. Ciò attiene a lei e alla cultura che vive e conosce. Posso però dirvi che quando il mio ex coniuge, molti anni fa, mi picchiava a sangue: i militari chiamati da vicini o invocati da familiari hanno rivolto al mio ex strizzatine d’occhio, nel frattempo parlavano di “schiaffetto” e mi sfidavano a smentirli sapendo che lui sarebbe rimasto in casa e la sua ritorsione più grave.

Quando a calci e pugni in pancia, mentre ero incinta, mi lasciò piena di lividi e poi mi chiuse fuori casa, al gelo: io camminai, dolorante, per raggiungere l’ospedale (non avevo il telefono e i cellulari non esistevano). Caddi per strada, mi raccolse un tale che rischiò di mettermi sotto con l’auto e al pronto soccorso ritennero di affidarmi alle cure di uno psichiatra. Mi svegliai il giorno dopo, vidi il mio ex parlottare col medico e dirgli che ero folle e autonomamente mi lanciavo in strada, in notturna, in pieno inverno, per mie fisime e paturnie. Fui sedata, trattata da matta e nessuno in ospedale osò ascoltarmi e verificare la mia condizione di vittima.

Se in quella situazione di totale impotenza e incapacità fisica a difendermi io avessi preso una sedia e gliel’avessi lanciata addosso (cosa che faceva lui, non solo con mobili ma con ogni attrezzo e stoviglia disponibile) immagino che mi avrebbero rinchiusa come folle per mesi, mi avrebbero accusata di aggressione eccetera. Tempo dopo frequentai un corso di autodifesa. Inutile in molte situazioni, giacché non c’è nulla di più subdolo e manipolatorio, colpevolizzante, di un atto di violenza di genere. Prima di apprendere il diritto a difendersi serve decidere che non è colpa tua, e per lavarti via dal corpo stratificazioni sessiste e misogine che ti criminalizzano solo perché respiri serve molto più tempo.

Mia madre, omertosa a protezione del mio papà violento coi figli ed economicamente e psicologicamente con lei, continuava a dirmi di “levare l’occasione”, di “non rispondere”, in poche parole di non provocare mio padre così come il mio ex. Mi descriveva le qualità di una donna, ancora di più se madre, riassumibili nel concetto: se vali sai come tenere buono tuo marito e come reggere in piedi il matrimonio. Dopo aver imposto il matrimonio riparatore non poteva ovviamente ammettere che io volessi il divorzio, sebbene lei stessa mi aveva detto “meglio divorziata che ragazza madre”, quando decise per me come salvarmi l’onore e rendermi “donna onesta”.

Il suo rimedio anni ’50 per intervenire quando mio padre provava a strangolarmi era simulare uno svenimento. Colpa mia che avevo indotto il suo malore, ovviamente. Di questo però vi ho già parlato. Lei vittima di una cultura che l’ha resa cieca e complice a percorrere l’unica strada che conosceva. Io poco sicura di me e senza autostima per sfidare i miei e soprattutto per fare scelte diverse.

La migliore autodifesa è la sicurezza, l’autostima, investire in un cambiamento culturale che disinneschi le colpevolizzazioni e ti lasci sfuggire dall’angolo in cui vieni costretta mentre ti dicono che puoi essere solo due cose: santa o puttana.

Per le tante donne morte ammazzate da uomini terribili: ricordo solo la donna, conosciuta più tardi (volli incontrarla per esprimerle solidarietà), che dopo essere stata lanciata dal balcone, sopravvissuta, dal marito, trincerata in casa del vecchio padre, si difese. Il marito morì, lei trascorse quindici anni in prigione. Gli uomini che ammazzavano le mogli all’epoca godevano ancora dello strascico della cultura del delitto d’onore. Anche oggi non si può proprio parlare di miglioramenti. Invocare pene dure e più carcere non serve a nulla, non funge da deterrente, non funge affatto soprattutto in assenza di strumenti e risorse per donne che vogliono poter lasciare uomini violenti e non possono, perché senza casa e lavoro; per donne che vogliono difendersi da chi le stupra e poi devono subire una colpevolizzazione perenne.

Buona serata a tutti/e!

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