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L’invenzione di jack lo squartatore: la vera storia sulle vittime

Hallie Rubenhold, nel libro Le cinque donne, traccia non solo la storia documentatissima delle vittime del presunto serial killer (Mary Ann Nichols, detta Polly – Annie Chapman, Elizabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly), mettendo in discussione anche l’esistenza stessa di Jack the Ripper, attribuendone la definizione comoda al sensazionalismo dei giornali e alla stessa cultura vittoriana che trovava facile raccontare il femminicidio come destinato a prostitute, ma traccia storicamente un’epoca fatta di cambiamenti sociali che sono ben descritti in letteratura da Dickens, Wilde, Eliot (pseudonimo maschile di Marian Evans).

Continuando a celebrare le gesta del razzista e trafficante di schiavi Nelson, la cui statua esiste ancora a Trafalgar Square, dopo aver usato le vite di ogni persona raccattata nei Paesi occupati dall’impero britannico, a seguito di riforme negli Stati uniti e in altri Paesi, e di rivolte sociali diffuse ovunque in nome dei diritti civili, nella prima metà dell’800, quando si dà inizio al periodo della regina Vittoria, in Inghilterra viene abolita la schiavitù, si attribuisce ai lord (feudatari e nobili) il potere di votare e costituire la camera dei Lord, per dare un contentino alle voglie repubblicane, senza allargare a tutti il suffragio, richiesto dai lavoratori, si limita l’età di impiego di bambini minori di dieci anni nel lavoro in fabbriche e miniere, si definisce un clima di moralizzazione per giustificare la nuova legge sui poveri, con la Poor Law Amendament Act, attraverso la quale si istituiscono le Work House, accanto alle lavanderie gestite da suore per donne perdute.

Le case per poveri erano ospizi che davano vitto e alloggio in cambio di lavoro. Le famiglie ospitate venivano separate, denudate di beni e abiti, costrette a immergersi in una vasca in cui molti altri erano entrati, trattate con un certo disprezzo. I bambini venivano allontanati dalle donne, entrambi impiegati in lavori di fatica, senza pagamento e con pasti che in realtà vengono descritti come insufficienti (sbobba liquida con cacche di topi). Gli ospizi erano più prigioni che non luoghi di aiuto e sostegno alle persone povere. Quasi campi di concentramento, circondati di alte mura, con regole severe e carcerieri, i cui ospiti sostanzialmente lavoravano per niente, occupando le posizioni che prima erano degli schiavi. Per legittimare lo sfruttamento si diffuse l’immagine della persona indigente e povera per pigrizia alla quale veniva data l’opportunità di correggere il proprio comportamento, per cui ricorrere all’ospizio non era solo un danno per le famiglie ma significava guadagnare lo stigma della persona non volenterosa e viziosa. 

Nell’età vittoriana le leggi morali relative al comportamento delle donne consentivano a qualunque uomo di praticare violenza domestica o abbandono del tetto coniugale lasciando le donne a sé stesse. Molte donne, picchiate, talvolta stuprate e rese incinta, giudicate colpevoli di aver avuto atteggiamento promiscuo al di fuori del matrimonio, venivano immediatamente stigmatizzate, allontanate dalle famiglie, per timore dei giudizi altrui, se figlie di nobili rinchiuse in manicomio, se povere di origine accolte nelle lavanderie o nelle work House per poi essere rilasciate ad esistenze misere di accattonaggio senza fissa dimora. 

Molti poveri dormivano a Trafalgar square, altri in stradine di quartieri puzzolenti e poveri. Ci fu solo un’iniziativa da parte di un ricco imprenditore americano di costruire case popolari, il cui accesso però era consentito soltanto a persone moralmente integerrime, famiglie con coppie regolarmente sposate, vedove con figli le quali giammai intrecciavano nuove relazioni. Nel caso in cui l’uomo lasciava la moglie per un’altra era la prima a finire in povertà, lui poteva rifiutarsi di pagare sei scellini a settimana di alimenti per i figli inventando che la donna aveva una nuova relazione. Ricorrere alla Work House era una tappa obbligata in una discesa negli inferi per donne che non riuscivano più a liberarsi dallo stigma, che fossero o meno prostitute venivano comune definite tali perché senza marito.

Alcune donne preferivano sfuggire le work house e trovare un compagno di accattonaggio, per protezione e per non dormire da sole per strada, e solo a volte riuscivano a racimolare una cifra per affittare un posto letto in pensionati in cui gente priva di solidarietà offriva materassi pieni di pulci in cambio di denaro. Le donne che arrivavano in quei luoghi venivano indistintamente definite prostitute. 

La realtà della prostituzione era più complessa. Chiusi i bordelli legali, molte donne povere venivano attirate in altri Paesi con promesse di lavoro per poi introdurle in bordelli francesi o in belgio. Nella Inghilterra di Wilde però i nobili e i borghesi ricchi non si facevano di certo mancare nulla, dunque esistevano luoghi in cui prostitute d’alto bordo, colte e raffinate, li intrattenevano in feste e baccanali. Le donne povere stuprate, aggredite e uccise per strada più spesso erano solo lì a dormire al freddo. Non ci sono prove che le donne vittime del presunto serial killer, sempre che siano state ammazzate da un solo uomo, fossero tutte prostitute. Di una c’è la certezza e si trattava di una donna sfuggita al traffico e che cambiò nome, inventando una nuova identità, per confondersi con il popolo povero dei bassifondi.

Le altre ebbero storie travagliate, non risultano arresti per adescamento, gli ex mariti o chi le odiava raccontò che bevevano molto e si accasciavano per strada a dormire, prolungando esistenze offese e tradite mille volte in nome della morale comune e del sessismo e la misoginia diffusi. 

Interessante il racconto che traccia le vite di quelle donne, restituendo un volto e un nome alle vittime (Mary Ann Nichols, detta Polly – Annie Chapman, Elizabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly), prima di concentrarsi su un mito costruito ad arte per spaventare le donne, per offenderle, per colpevolizzarle (se uccideva prostitute la colpa era delle donne e non dell’assassino).

Jack the ripper divenne un monito per le donne dei ceti bassi, allontanò l’attenzione sulle cause sociali che le obbligavano a finire per strada (a dormire), mascherò le nuove schiavitù definendole come pratiche di redenzione per donne perdute, nascose l’allontanamento dalla madre e lo sfruttamento dei bambini da parte delle work house.

Una delle vittime era svedese, di una svezia luterana, puritana, sfuggita alla famiglia patriarcale e oppressiva venne stuprata e contagiata con la sifilide. La Svezia di allora, non diversa da quella pruriginosa e moralista che ora propugna il modello nordico per prostitute, obbligava le donne che vivevano lontane dai familiari ad essere schedate in un registro come “prostitute” anche se non lo erano. Lei non era più contagiosa quando si unì ad un uomo con cui convisse in Inghilterra, pesava su di lei però lo stigma della nazione che l’aveva scacciata, poi subì lo stigma inglese dovendo ricorrere all’ospizio, finì la sua vita a dormire per strada, uccisa nel sonno, come le altre. 

Leggere il libro restituisce a queste donne dignità, nell’intento della scrittrice e storica, ma ci offre anche un quadro dei movimenti sociali, del decadimento di una struttura imperiale e monarchica ormai soppiantata dal potere dei borghesi ricchi delle fabbriche. La rivoluzione industriale arriverà molto tempo dopo e ancora dopo arriverà il suffragio universale. 

Quel periodo buio fu per le donne terribile come in ogni luogo contrassegnato dalla discriminazione sociale, moralista, sessista e maschilista. Se avete tempo e non avete letto il libro ve lo consiglio. 

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