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Fame da morire: interludio

I disturbi alimentari non sono un capriccio. Quello che succede al corpo è devastante. La mente non accetta il corpo e il corpo finisce per non funzionare al meglio in risposta alle richieste della mente. Dopo anni di digiuno e abbuffate, attività compensatorie esagerate, il corpo è debilitato, come conseguenza di una malattia invalidante tenta di funzionare ma nessuno capisce quanto sia profonda la stanchezza che è impressa nelle ossa e che attraversa la carne e il sangue. Non si tratta di qualcosa di metaforico ma di stanchezza reale, perché un corpo costretto a rallentare e poi a ripartire e ancora a rallentare e ripartire finisce per trovare un equilibrio solo nella stanchezza, nei continui mal di testa, la sensazione di poter avvertire lo scricchiolare delle ossa, sentire il limite dello sfregare della cartilagine col ginocchio, vedere esplodere una ad una le ramificazioni venose attorno a caviglie e cosce. Non accettare il proprio corpo significa farsi male ed è qualcosa che non termina, bisogna solo conviverci. Ho più di 50 anni e ancora non capisco come disinnescare le abbuffate e come evitare di sentirmi in colpa dopo. Come evitare tutto il circolo vizioso che dalla colpa mi porta all’isolamento e alla chiusura e poi ancora alla perdita di controllo per ritrovarlo quando mangio meno. Non è semplice da spiegare come una dipendenza investa così tanto un corpo che esprime una fame da morire, perché ho mangiato tanto da farmi esplodere lo stomaco e il fegato, ho ingurgitato chili di qualunque cosa oscillando tra i 60 e 130 chili.

Ho mangiato tanto da vomitare spontaneamente per poi mangiare ancora. Una fame insaziabile, intima, come se col cibo tentassi di raggiungere luoghi del mio corpo che non riconosco. Poi c’è quell’immagine allo specchio che non corrisponde a ciò che io vorrei essere. Quel corpo estraneo, perciò nemico, al quale fare del male, in una sorta di dismorfismo che non lascia tregua, fino alla rassegnazione, che sembra un fallimento. Giocare con le carte che hai in mano. Ho questo corpo, rimasugli di salute che dovrei preservare eppure continuo a farmi male, perché non mi riconosco, non sono io, non sono sazia, non riesco a smettere. Non c’è un farmaco salvifico. Provarono con la fluoxetina una volta, pensando che rendermi chimicamente felice bastasse a farmi smettere di mangiare. Non servì e mi danneggiò. Non si può mai dire coi farmaci, nessuno ammette nulla, tantomeno i medici che te li prescrivono. In ogni caso non era la felicità che cercavo e allora dissi varrebbe il caso di darmi marijuana, così la fame almeno ha una causa ma resto serena. Non se ne parla. Quelle sono droghe. Le altre invece. Se mangio crolla tutto. Non porto a termine nulla, non riesco a restare in equilibrio.

E’ un azzardo. Darmi un po’ di torta da assaggiare, portarmi del gelato, invitarmi a cena. Tutto può innescare nuovi cicli di abbuffate. Ora mangio meno, peso meno, lo stomaco è più piccolo, perché l’hanno ridotto chirurgicamente, non posso assimilare vitamine che devo assumere con integratori, non riconosco i sintomi di alcuni malesseri, il corpo mi parla ma io non lo ascolto o non lo capisco. Dopo avergli fatto tanto male il minimo è che gli dia un pizzico di confidenza. Che presti attenzione a quel che sento. Non siamo sulla stessa lunghezza d’onda. I passi muovono in certe direzioni in cui voglio andare ma quando penso che non dovrei mangiare le mani e la bocca non obbediscono. Altro che deviazioni. Se non è invalidante questo allora cosa? Avete mai sentito battere il cuore a velocità incredibili solo perché avete deciso di fare due passi dopo essere rimasta immobile e muta per mesi? Avete mai sentito difficoltà a percepire il mondo attorno a voi perché tutto vi è precluso dalla sensazione di intorpidimento generale? Cerco di raccontare perché altrimenti altre persone dicono cose sbagliate. Oltretutto ciascuna parla per sé perché ogni persona ha una causa, effetti, modalità differenti. Non serve un’etichetta per risolvere il problema ma lasciare spazio e voce a chi lo vive.  

Eretica Antonella

1 pensiero su “Fame da morire: interludio”

  1. Sto leggendo tutto quello che pubblichi. Questo articolo in particolare lo sento molto mio.. ci sono alcuni aspetti, sensazioni e disagi in cui mi rivedo completamente. Ovviamente sono dispiaciuta per il tuo male ed il tuo tormento, ma sapere di non essere sola è davvero rassicurante. Io non riesco mai a spiegarmi con chi mi sta intorno… Invece qui, a leggere le tue parole, mi sento accolta.
    un abbraccio ❤

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