Antisessismo, Culture, La scrittura delle donne

La scrittura delle donne: capitolo tre

Ancora scrittura per la libertà. Continua da QUI. Stavolta è un po’ saggio e un po’ pamphlet polemico. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


Capitolo tre: molte donne scrivono dopo aver cresciuto i figli.

Quando chiedevo a qualcuna: perché non scrivi? Rispondeva che c’erano cose più importanti. La cura della casa e dei figli. La scrittura veniva considerata come un hobby per ricche e credo siano le ricche ad aver dato questa impressione. Le donne povere non potevano permetterselo e soprattutto non potevano vivere la contraddizione di amare la scrittura e dover crescere dei figli. Se amavano la scrittura passava comunque in secondo piano. La differenza di classe era ed è ancora discriminatoria in questo senso. Non perché certe donne non abbiano qualcosa da dire ma solo perché non ne hanno il tempo e non possono concedersi il lusso di lasciare versi sulla natura dell’esistenza e sul vivere quotidiano. Se non capite quanto la differenza di classe e di genere sia importante in questo caso è bene che ve lo ricordi. Bisogna avere un reddito e una stanza tutta per sé per poter scrivere di qualunque cosa. Non ci sono altri modi, non ancora. In un mondo stretto nel privilegio maschile e in quello dei ricchi alle donne povere non resta che vivere con la colpa di sentirsi inadeguate qualunque cosa facciano. Vengono giudicate per qualunque cosa, dal modo in cui tengono la casa, dal filo di polvere intercettato dalla suocera, dalla cucina che dovrebbe essere il loro regno sebbene non credano alla storia di Cenerentola, dal modo in cui vestono i bimbi, come lavano i loro visi, come li spidocchiano, li pettinano, li vaccinano, li accompagnano a scuola e tutto il resto. Le donne devono rispondere sempre a qualcun altro o a qualcun’altra del proprio operato.

Nulla è mai gratis, c’è sempre un prezzo da pagare. Perciò non le vedrete attente alle questioni di genere perché loro stesse le rappresentano senza saperlo o senza che nessuno le aiuti a trarsi d’impaccio. Nate e cresciute per essere mogli e madri, potranno al massimo comporre un album di ricordi del bambino partorito, potranno lasciar sedimentare idee che non vedranno mai la luce. Potranno lasciar scorrere i giorni, uno dopo l’altro, senza che vi sia una differenza. E’ la routine casalinga che le ammoscia o le rende forti. Tanto prese dalla protezione dei figli, partecipano a contenziosi sui litigi bambineschi, intervengono con gli insegnanti per un brutto voto, insegnano alle femmine come sopravvivere in una società di maschilisti impedendo loro di manifestare desideri che devono restare ignoti ai più. Ci sono donne che non reggono il peso del senso di colpa e delle contraddizioni, dunque si lasciano vivere fino al momento in cui pensano di non dover più fare molto per mariti e figli. Sono vedove o i figli sono cresciuti, dunque scrivono. Lettere e liste della spesa, cartoline e desideri per un regalo. Scrivono a volte di sé stesse e dei loro figli. Raramente lasciano che le idee sedimentate prendano forma nella scrittura e a quel punto si trovano di fronte ad un muro. Hanno sopportato tanto, hanno vissuto per gli altri, dunque perché non c’è posto per loro? A volte ricevo mail che varrebbero un approfondimento, scritte da donne che hanno figli adulti e non sanno come impiegare il tempo. Vorrei poter dire loro che un buon libro avrà sempre un pubblico ma non è così. Dipende dalla tua intraprendenza, da una casa editrice, da una agenzia letteraria, dipende dal fatto che ti sei fatta un nome in altri modi, altrimenti nessuno prenderà in considerazione quel che hai scritto, forse solo se sei un tale genio che non ha bisogno di editing e promozione.

C’è una donna che scrive libri gialli da quando suo figlio si è sposato. Ha provato a inviarne un paio ad alcune case editrici e poi si è stancata. Li scrive per sé stessa e restano lì a prendere polvere anche se potrebbero arricchire la vita di qualcuno. Chi mi legge dice sempre che in un modo o nell’altro ho cambiato almeno una vita in meglio e tanto mi basta ma non mi accontento. Io voglio scrivere e voglio pubblicare, che i libri siano letti o meno, la mia voce è importante tanto quanto quella di ogni altra, perché viene dal basso, viene dalla lotta, dalle contraddizioni, dal senso di colpa per aver abbandonato i ruoli di cura, dalla depressione conseguente ai traumi subiti per violenze maschili e per gli stereotipi di genere che mi hanno fatta sentire sempre in trappola. Il punto è che certe battaglie non possono essere raccontate mentre le combatti. La lotta succhia tutta la tua energia e dunque puoi farne solo un resoconto vago in un momento di riposo. Però io voglio raccontarvi di quando ho scritto mentre prendevo botte o compivo doveri di accudimento. Voglio scrivere senza vedovanze o fine del mio periodo di sudditanza. Lo faccio per me, vorrei lo facessero anche altre, perché le voci si moltiplichino inquinando di differenza di classe e di genere la scrittura di nobildonne e uomini pasciuti. Le nostre vite contano e vale la pena che siano raccontate e se non delle nostre vite val la pena raccontare quel che pensiamo e sogniamo, perché abbiamo desideri e passioni che non possono essere taciute. 

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