Antisessismo, Culture, La scrittura delle donne, Scrittura

La scrittura delle donne: capitolo due

Ancora scrittura per la libertà. Continua da QUI. Stavolta è un po’ saggio e un po’ pamphlet polemico. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


Capitolo due: donne scrittrici e nobili.

Ho lavorato per un po’ di tempo nella città di Palermo e tutte le scrittrici che venivano proposte erano quasi sempre appartenenti a famiglie nobili. Alcune vivevano all’estero e altre elargivano memorie della loro vita nobiliare, con acuta descrizione dei loro ambienti, le ville in cui vivevano, la genealogia che le caratterizzava. Le donne del Sud che scrivevano libri appartenevano ad una classe differente e quando leggevo le memorie dei racconti passati, con riti delle parenti a recitare il Rosario, con la descrizione esatta del momento in cui si consumava un pasto o una bevanda tipica del luogo, mi sentivo inadeguata. Dopo molto tempo compresi il perché. Non avevo mai vissuto in una villa, in casa non c’erano parenti che sgranavano rosari, non c’era il momento del dolce o della bevanda pomeridiana, non c’era nessuno che mi servisse un pasto a parte mia madre quando ero piccola. Palermo si divide in due contesti precisi, la classe nobiliare e la massa. Catania ha una natura più borghese e industriale ma Palermo continua a conservare quella divisione anche nelle memorie e nella pubblicazione di libri ad opera di donne che non rappresentano tutte le altre.

Le donne nobili scrivevano perché ne avevano il tempo e non dovevano preoccuparsi di lavorare per vivere. La nobiltà apriva loro porte a tutte le altre precluse e concedeva un prestigio che era quello dei padri e non delle donne stesse. Il casato discendeva da nonni e padri e se le donne raccoglievano l’eredità dei parenti dedicavano lunghe memorie alla descrizione di quelle vite così distanti da quelle di tutte le altre. Mentre queste scrittrici raccontavano dell’ombra goduta all’interno di una camera finemente arredata, con le tende a ripararle dal sole, le donne della massa vivevano per le strade, sbucciavano piselli sedute sui marciapiedi a parlottare con le vicine, non godevano dell’ombra tanto auspicata ed eventualmente dovevano affrontare l’assalto dei roditori per proteggere il cibo. I quartieri del centro storico di Palermo sono pieni di roditori che intaccano le riserve di cibo delle attente casalinghe che eventualmente potrebbero descrivere i mille modi in cui si liberano dei ratti. Non parlo di topolini di campagna ma di veri e propri ratti di fogna che sono grandi quanto pantegane e che coesistono con il popolo probabilmente ben sapendo che sopravviveranno a chiunque tra loro.

Se nelle case nobili c’era una celebrazione religiosa, con tanto di componente familiare fatto prete o monaca, i riti mistici delle donne del popolo seguivano percorsi di sopravvivenza per liberarsi dai parassiti. L’industriosità di queste donne non credo sia mai stata narrata, se non con osservazioni eventuali sulla servitù. Le donne del popolo inventavano piatti modesti per nutrire la famiglia, cucivano abiti per i propri figli, lucidavano e spolverano la casa, mostravano il servizio da caffè buono per i propri ospiti, si riunivano con altri membri e parenti in occasione delle feste, durante le quali continuavano a lavorare mentre gli uomini restavano seduti a farsi servire. Una di queste donne, che viveva in una strada parallela alla mia, in una casa divisa in due stanze, una da un lato della strada e l’altra di fronte, cosi il loro soggiorno era la strada stessa, impedendo il traffico automobilistico, facendo sentire i passanti a disagio, lei mi spiegò in quanti modi si potessero far fuori i ratti.  

Quando scopri che in casa mia un paio di ratti avevano fatto il nido la donna mi disse di cercare di capire da dove i piccoli sarebbero venuti fuori. Scoperta la tana avrei preparato una trappola. Seguendo le sue istruzioni costrinsi i topi in un percorso obbligato che li portava semplicemente a lanciarsi da una mensola all’interno di una busta bucata e poi in un secchio con acqua e candeggina. Quei topi morirono annegati e io mi liberai dei parassiti. In un’altra occasione la signora mi disse che i topi mangiavano le pareti e che avrei dovuto adoperare rivestimenti di cemento e gesso e vetri rotti perché ingoiassero i vetri frantumati e cominciassero a crepare di ulcere inarrestabili. L’altro elemento facile era il veleno per topi, la pecca stava nel fatto che non avrei saputo dove sarebbero andati a morire e ne avrei sentito la puzza solo molto tempo dopo. Diversamente c’era la colla, la trappola con il formaggio, inserita sopra un pezzo di tavola o cartone, pieni di colla. I topi restavano impigliati, con le zampe o il muso, e crepavano in poco tempo.

C’era sempre la signora scopa, che faceva il suo dovere, e la donna, mia vicina, rincorreva i topi con la scopa ogni volta che ne vedeva uno. Questo era il destino di chi abitava le case basse, destinate al popolino, mentre i nobili restavano nei palazzi, nelle ville o ai piani alti con terrazze in cui poter prendere il sole e invitare gli amici a consumare un pasto o un drink. I tetti di Palermo erano sempre di qualcuno che poteva permetterseli, salvo quelli diroccati e da ristrutturare, affittati a poco prezzo. Cosa avrebbero potuto scrivere le donne del popolo a parte che dei ratti che infestavano le loro case? Non c’erano sentimenti nobili, non si riunivano in preghiera, i loro parenti non erano preti o monache e non avevano possedimenti che facevano parte delle proprietà ecclesiastiche. Il popolo viveva ai margini e dai margini tentava di risalire la china, lavorando tutto il giorno, crescendo i figli che si abituavano a sentire urlare quella donna tutto il giorno. Imparai che urlavano anche per dire “ti voglio bene”. I nobili non urlavano, parlavano a bassa voce. I nobili non partecipavano alla processione per Santa Rosalia portando sedie e pentole piene di lumachine da mangiare.

I nobili viaggiavano all’estero, si confrontavano con altre culture, erano gradite ospiti in ogni dove e potevano studiare. Le donne del popolo non avevano tempo neanche per andare dal parrucchiere, dovevano tentare di sopravvivere e fare studiare i figli, se ne avevano la fortuna. Di quelle donne non si subiva la fascinazione, non erano gentili e colte, solo sguaiate, bestemmiavano e urlavano, il tono della loro voce, in special modo se pronunciavano il dialetto stretto, era quasi maschile, rude, roco, da fumatore incallito. Ma avevano seni per allattare i figli e le incontravi in giro mentre scoprivi come la città fosse divisa esattamente in due: nobili e popolo, ancora in luoghi diversi, come se le mura non fossero crollate, come se la colonizzazione non fosse mai finita. La storia familiare di quelle donne era quella dei servi della gleba. La genealogia non presentava punti d’orgoglio. Le donne avevano fatto sempre e solo le donne e nulla più. Non c’era modo di insegnare loro il femminismo. Per poterle approcciare, o intercettare le figlie, facevi volontariato in una chiesa con un corso di cucito, parlando con loro scoprivi qualcosa che non avrebbero detto ad una femminista, questo era il modo di alcune di aiutarle.

Altrimenti restavano separate, c’era il bel mondo e poi c’erano le donne di Palermo. Avrete visto mostre fotografiche di nobili palermitane ma immagino che non avrete spesso visto mostre di volti stanchi e pelosi, donne la cui estetica non corrispondeva ad una società moderna. Incontravi in ospedale a volte le loro figlie, che si ribellavano all’allattamento, perché adolescenti, con madri giovanissime eppure così vecchie nello sguardo e nei corpi. Non era tutto così bianco e nero, c’erano le zone grigie, donne talentuose che arrivavano da contesti poverissimi, ma dovevano faticare per sopravvivere e facevano carriera solo grazie al duro lavoro e alla buona lena, senza mai trascurare le attività casalinghe. Ho conosciuto donne che scrivono benissimo ma non usano la scrittura come mezzo di espressione, perché devono pensare al lavoro, ai figli, alla casa. Perciò apprezzo le scrittrici nobili ma manca un pezzo della storia e non sarà mai raccontata fino al momento in cui le altre non decideranno di prendere voce e scrivere qualcosa di più di un paio di righe su un social network. 

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