Antisessismo, Autodeterminazione, Culture, La scrittura delle donne, R-Esistenze, Scrittura

La scrittura delle donne: capitolo uno

Ancora scrittura per la libertà. Continua da QUI. Stavolta è un po’ saggio e un po’ pamphlet polemico. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


Capitolo uno: reddito e una stanza tutta per sé. 

Vi siete mai chiesti perché la maggior parte degli scrittori famosi sono uomini? Semplicemente perché potevano. C’erano scrittrici che dovevano firmarsi con nomi da uomini per poter essere pubblicate. Diversamente le donne dovevano badare alla famiglia e alla casa ed eventualmente elevare il prestigio del marito. Delle mogli degli scrittori sappiamo molto poco a parte forse per gli autori contemporanei. Gli scrittori paraculo dicevano che le proprie mogli li ispiravano e le trattavano da Muse anche se poi erano semplicemente le loro serve. Altri scrittori ebbero rapporti molto conflittuali con le donne che non riuscivano a trovare spazio per sé stesse dove c’era già una prima donna. La prima donna era il marito, ovviamente. Gli scritti delle donne sono stati per lungo tempo disprezzati ho sminuiti a rango di romanzetti rosa. Si diceva che solo gli uomini potessero scrivere di argomenti interessanti perché le donne erano legate hai emotività e sentimenti che derivavano dal possedere un utero.  I romanzi scritti dalle donne venivano interpretati come troppo intimisti, troppo autoanalitici o autobiografici. In realtà le donne avevano un immaginario vastissimo e riuscivano a interpretare intere epoche in poche righe, riuscivano a dare vita a generi letterari a loro preclusi eccellendo in ogni caso.  

Se Mary Shelley riuscì a scrivere di Frankenstein, Virginia Woolf narrò di Orlando. Ma non parlo solo di scrittrici conosciute ma anche di quelle che sono state scoperte postume e che anticipavano temi che a volte venivano solo scopiazzati da uomini che gli editori ben volentieri pubblicavano. Se prima c’era un veto relativo alle donne sul fatto di imparare a leggere e scrivere, poi alle donne veniva permesso di studiare ed eventualmente scrivere poesie solo per elevarsi in modo da poter eventualmente raggiungere uno status sociale diverso ed essere adeguatamente educata per poter sposare un uomo colto e ricco. L’istruzione delle donne serviva e talvolta ancora adesso serve affinché quelle donne potessero essere all’altezza di poter sposare professionisti, uomini con possedimenti e con maggiore prestigio.  I padri scambiavano volentieri le proprie figlie con una dote che servisse a risanare il bilancio familiare. I doveri delle donne erano dunque sempre devoluti nei confronti delle famiglie. Quando una donna non si sentiva adeguata a rivestire quei ruoli stereotipati e sessisti già si parlava di malattia mentale. Vivevano con disagio la propria condizione sebbene fossero talmente lucide da riuscire a capire che per poter scrivere un romanzo avessero bisogno, come disse Virginia Woolf, di un reddito e una stanza tutta per sé.

Non si tratta di un’intuizione di poco conto se pensiamo alle donne che volevano semplicemente scrivere e dedicarsi all’arte senza dover necessariamente esprimersi su ciò che accadeva nella loro casa, sui piatti preparati dalla cuoca, sull’arredamento e su qualunque altra cosa veniva consegnata alla competenza della padrona di casa. Parliamo del fastidio che per esempio Virginia Woolf descrive quando tenta di evitare a tutti i costi il giudizio della servitù perché lei non aveva voglia di dettare ordini e sperava che decidessero da sole cosa fare in casa sua. Non si tratta però soltanto di una faccenda ottocentesca, ma riguarda le donne in generale che potevano avere del tempo per scrivere solo perché figlie di famiglie nobiliari, solo perché vedove, in menopausa, solo quando avevano già cresciuto i propri figli. Perciò se l’opera di un uomo si misura a partire dai suoi 18 vent’anni, quella di una donna riguarda molto più spesso la sua età adulta. Libere dagli obblighi familiari queste donne sono state in grado di produrre forse un solo grande romanzo al quale potevano comunque dedicarsi nel loro tempo libero. Non sto parlando ovviamente di scrittrici al tempo di Simone de Beauvoir, quando le donne vivevano una rivoluzione e incontravano artisti di cui erano le amanti. Parlo della vita di tutti i giorni e delle donne che l’hanno vissuta, tra preghiere, visite in chiesa, attività casalinghe e cura nei confronti dei parenti.

Le donne erano destinate a questi compiti ed è per questo che se qualcuno ambiva a realizzarsi in quanto scrittrice veniva vista come una traditrice del genere femminile, salvo quando non forniva ricettari di cucina o libri sul bon ton delle fanciulle. Il privilegio maschile ha dato modo agli uomini di poter elevare sé stessi a volte per il proprio talento, altre volte perché scopiazzano libercoli diffusi da donne rimaste sconosciute, altre volte ancora semplicemente perché erano uomini. Le case editrici non pubblicavano le donne e se lo facevano accadeva solo perché il marito aveva una tipografia oppure perché figlie di famiglia nobiliari. Gli stereotipi di genere non hanno permesso alle donne di esprimere il proprio talento per tanto tempo, perché sono stata in cucina e nella cura dei figli.  Sono state colpevolizzate quando tentavano di sfuggire a questi ruoli e ancor di più se scrivevano qualcosa che sembrava più intelligente di quanto potesse concepire il marito o gli uomini che le stavano attorno. Il genio degli uomini veniva considerato a prescindere dal fatto che avessero per esempio una vita accademica. Il genio delle donne non poteva essere scisso da questo e ancora oggi una donna non accademica difficilmente può pubblicare un saggio sul femminismo o su qualunque altra cosa preferisca.  

C’è sempre un modo per scindere le donne in quelle che possono e quelle che non possono secondo criteri dettati dalla cultura patriarcale, fatta propria dalle donne che vivono condizioni di benessere e non subiscono le contraddizioni della quotidianità, dei doveri casalinghi e di cura, mentre si dedicano allo studio alla scrittura. Siamo nel 2022 e ci troviamo in Italia dove purtroppo, da quel che ho sentito, esistono piccoli editori che prendono in considerazioni donne da pubblicare solo se possono portarsele a letto o se sono di bell’aspetto, cosa che di per sé fa bene al marketing e al commercio editoriale. Di contro si pubblicano scritti, probabilmente neanche composti da chi si firma come autore, di uomini popolari in TV o per qualunque altra ragione, solo perché vendono. Non sono i lettori che decidono in realtà cosa comprare ma sono le case editrici che decidono su chi investire e su chi applicare argute campagne di marketing per vendere un libro. Ci sono libri magnifici scritti da donne che vengono cancellati dal catalogo e non più ristampati perché non hanno venduto abbastanza. Le case editrici però non hanno investito in marketing per pubblicizzarne quei libri. Devo presumere che ci sia un intento dietro questa scelta. Le case editrici dicono che non sono interessate al fatto che tu sia un uomo o una donna purché il tuo libro venda. Ma se la casa editrice non ti promuove del tuo libro sapranno solo in pochi e sarai tu che oltre a scriverlo dovrai promuoverlo e venderlo quasi ringraziando la casa editrice che ti ha fatto l’onore di pubblicarti. Se non vendi abbastanza è dunque colpa tua. La faccenda della scrittura ha poi dei lati veramente comici.

Ci sono uomini che scrivono male ma che hanno avuto un buon editor che guadagnano facendo corsi di scrittura creativa. Ci sono uomini che vengono invitati a conferenze in cui si parla di scrittura senza che sia presente una donna. Le donne scrittrici contemporanee a noi note indubbiamente ce l’hanno fatta perché sono in gamba ma probabilmente hanno rinunciato a qualcosa. Hanno scelto altro. Non hanno figli, vivono in condizioni di benessere, fanno altri lavori per poter conciliare con la scrittura che diventa solo un hobby. Mi piacerebbe sapere si a qualcuna sia mai venuta l’idea di costituire una rete tra scrittrici con una propria agenzia letteraria e una casa editrice di riferimento per poter smarcarsi dal giogo patriarcale. Quello che so è che ci sono delle scrittrici che raramente vivono del proprio lavoro e arrotondano facendo mille altre cose sebbene non amino farle. Vivono di scrittura invece sicuramente gli uomini che sembrano più adatti ogni qualvolta si deduce che da un loro libro si possa trarre un film attribuendo le royalties per i diritti all’autore invece che alla casa editrice. Una scrittrice piuttosto conosciuta dal cui libro è stato tratto un film non ha mai visto un soldo delle royalties per i diritti che sono stati pagati alla casa editrice. Cos’è cambiato dunque dall’ottocento ad oggi. Si dice che chiunque possa scrivere e pubblicare ma non si tiene conto del fatto che le donne continuano a vivere in una situazione di sudditanza e che spesso possono dedicarsi alla scrittura solo perché hanno un altro lavoro o sono mantenute dalla famiglia o dal partner.

Gli scritti delle donne ancora oggi non vengono prese sul serio e quando vengono pubblicate si chiede loro che descrivano uno scandalo o che dimostrino conoscenze in determinati settori che possano far diventare quel libro un bestseller. Non si tratta di arte o di conoscenza della scrittura ma dei legami che si creano gli uni con gli altri, della scarsa solidarietà che purtroppo regna tra le donne e gli uomini che si dedicano alla scrittura, del possesso dell’ambito decisionale su cosa pubblicare oppure no in mano a persone che preferiscono pubblicare un premio Nobel straniero ignorando tutto ciò che succede qui in Italia. Il mio non è un lamento stanco da scrittrice che non viene tenuta in considerazione ma conosco il settore perché oltre a scrivere ho lavorato in una libreria, ho avuto contatti con piccoli editori e agenzie letterarie, ho avuto contatti con grandi case editrici che poi appartengono a grosse reti di distribuzione che aprono librerie in franchising in ogni città vendendo il proprio marchio. Se online trovate vari consigli su come diventare scrittori e pubblicare, considerato che anche pubblicare libri su come diventare scrittori è un mestiere come un altro, nella realtà la faccenda un po’ più complicata.

La prospettiva di genere e legata ai libri dal sapore accademico e le accademiche da tempo immemore fanno di tutto per non fare in modo che altre visioni femministe siano pubblicate. Quando diedi vita al mio primo blog Femminismo a sud, alcune tra queste accademiche vennero a dirmi che non avevo alcun titolo per poter esprimermi al riguardo o per poter scrivere qualunque altra cosa. Quando puoi con altre attiviste decidemmo di tradurre da lingue straniere testi che ci venivano in italiano, le case editrici cominciarono a pubblicare qualcosa che differiva sostanzialmente da tutto ciò che parlava di femminismo della differenza. All’epoca dominavano la Libreria di Milano e i dogmi di Luisa Muraro e oggi probabilmente lo scettro è andato ad altre o più semplicemente le case editrici pubblicano ciò che pensano di poter vendere e che sia adatto al loro pubblico. Scrivere un libro non è semplice e ancora meno lo è trovare qualcuno che ti pubblichi. Senza rancori ed illusioni dunque vado a descrivere la difficoltà che le donne hanno di trovare spazio per inventare in una società che vive ancora di stereotipi sessisti e le colpevolizza se vogliono fare altro a parte essere mogli e madri. 

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