Le Pazze, Scrittura

Le pazze – quinto capitolo

Scrittura per la libertà. Continua da QUI. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


5

Una delle levatrici somigliava alla mia vecchia madre, un’artista del sabotaggio della memoria altrui per far conciliare i suoi ricordi con la realtà. Se c’era una persona che poteva farmi arrabbiare era mia madre, perennemente in cerca di un dettaglio da criticare o per l’appunto di una memoria da sabotare. La sua incoerenza era palese e la dissociazione che creo in me fu talmente grave che me ne resi conto solo quando fui adulta. Mi resi conto di quanto fosse semplice per lei minare le mie scelte, farmi sentire in colpa, sovvertire le narrazioni per acquisire un ruolo da protagonista che non aveva mai avuto. Era un’attrice o solo una bugiarda ed era in quell’ambiente che era maturata la mia depressione. Vedendo quella donna tanto simile a mia madre mi ritrassi di scatto e fuggi fuori a riprendere fiato. Non era lei ma solo l’idea di poterla rivedere mi causava un trauma talmente forte da indurmi a urlare, stringendo i pugni per la rabbia repressa troppo a lungo, contro colei che mi aveva dato la vita e perciò pretendeva anche di potermela togliere. Era la accentratrice delle vittorie altrui, la miserabile martire che esibiva il pianto con le vicine di casa per ottenere attenzione compassione, era una manipolatrice che aggiustava gli eventi per trarne beneficio. Mi raggiunse Valentina che non capiva il perché della mia reazione.

La abbracciai forte e mi lasciai trascinare dentro. La donna che avevo visto si era per fortuna allontanata, ce n’erano molte altre indaffarate in molti modi diversi. Cecco ci aveva già presentate e dunque ci assegnarono compiti da apprendiste. Tagliare teli che sarebbero serviti durante il parto, far bollire strumenti essenziali, confortare donne che avevano le doglie. A me toccò l’arduo compito di ripulire la sala parto, sporca di sangue e con pezzi di placenta da gettare via. Non riuscivo a capire perché le donne continuassero a partorire in ogni situazione possibile, come se non avessero alternativa o come se fosse la riappropriazione di un ruolo che altri volevano controllare. Se fossi stata in loro non so cosa avrei fatto ma mi limitai a chiedere ad una levatrice se le era capitato di assistere un aborto. Mi disse di sì, distrattamente, come se si trattasse di un lavoro come un altro, da svolgere nonostante tutto. Senza il clero fra i piedi probabilmente le donne non incontravano alcuna opposizione anche nell’aborto. La levatrice spiegò che succedeva per le donne che avevano già avuto molti figli o per quelle che avevano subito uno stupro.

Lo disse come per giustificarle ho per segnalare che in ogni caso c’erano regole di buon senso in questo come in altri campi. Con il ritorno della vita arricchita da attività artigianali, allevamento o agricoltura, probabilmente l’arrivo dei figli veniva visto come in passato, come un buon auspicio. Quei figli avrebbero aiutato nell’attività di famiglia. Non chiesi altro e continuai a svolgere il lavoro che mi avevano assegnato, finché non arrivò la levatrice che somigliava a mia madre e che mi chiese se per caso non conoscessi una tale Aurora. Dissi di no e lei rispose che le somigliavo, così immaginai che la levatrice probabilmente fosse un erede di mia madre. Disconoscendo la parentela mi misi al riparo da ogni altro interrogatorio in proposito, finché non arrivò una donna quasi in procinto di partorire che richiese tutte le nostre attenzioni ed energie. Per la prima volta vidi il dolore di una donna che partoriva e mi sentii commossa quando presi il bambino per lavarlo. Non pensavo di esserne in grado, credevo si potesse rompere e temevo di farlo cadere, talmente era scivoloso è così piccolo. Invece fui all’altezza e mi piacque molto farlo. Non volevo figli ma mi sentivo utile aiutando quelle donne e i loro bambini. Se il viaggio nel tempo mi era servito a qualcosa era per darmi un obiettivo e farmi riconquistare l’autostima che mia madre aveva demolito in ogni occasione. Con maggiore sicurezza e fiducia in me continuai a svolgere quel lavoro. 

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