Le Pazze, Scrittura

Le pazze – quarto capitolo

Scrittura per la libertà. Continua da QUI. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


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Firenze era dunque tornata una città senza chiesa, i suoi abitanti probabilmente si erano spartiti i beni immobiliari e in denaro posseduti dal vescovo. La cattedrale aveva in effetti un aspetto insolito, per così dire. Il prete parlava con molte persone che gli chiedevano consigli di ogni tipo, e nel frattempo condivideva pasti e oggetti casalinghi che gli erano stati portati. Mario probabilmente non se ne rendeva conto ma aveva ridato a quella chiesa lo spirito che avrebbe dovuto dimostrare anche negli anni precedenti. Un uomo buffo, con un piccolo ciuffo di capelli scuri in testa, dei baffetti allungati e l’addome prominente. Camminava a passi svelti in ogni direzione e per ciascuno aveva un sorriso o una parola di conforto. Lungo le navate molte persone restavano sedute e alcune perfino sdraiate non in attesa di una benedizione ma del semplice e puro ristoro di un tetto e un pasto caldo. Cecco ci presento e subito il prete ci indicò una zona dietro l’altare in cui altre donne stavano cercando capi d’abbigliamento per coprirsi. C’erano abiti di ogni misura e forma, scarpe stivali, cappotti e impermeabili di ere passate, probabilmente un lascito di generazioni precedenti. Avrei avuto voglia di chiedere a Mario se la battaglia con il clero si limitasse all’occupazione di una chiesa o se non si temesse un ritorno gli eserciti del Vaticano per riprendersi la Toscana.

Tenni per me la curiosità e mi limitai a scegliere qualcosa da indossare. Pantaloni e camicia, un maglione e un paio di scarpe. Quando il prete mi chiese come mi chiamassi gli dissi che ero e sono Eretica e lui rise. Non c’era momento migliore per presentare il nome che mi era stato dato da genitori atei. Non c’era luogo migliore in cui potessi trovarmi per creare un nuovo presente e futuro per me e le altre. Era un presente inimmaginabile, da tutte solo sognato, eppure ci sentivamo a casa come mai prima di quel momento.  Fuori la cattedrale incontrammo di nuovo il tizio dei volantini che stavolta ci accolse con un Pentitevi! e auspicava il ritorno del clero a Firenze.  Doveva essere un nostalgico dei vecchi tempi o uno che traeva benefici dai vecchi affari con turisti e chiesa. Lella torno a sputare a terra quasi fino a colpirli le scarpe. Cecco ci accompagno a quello che un tempo era all’ospedale di Santa Maria Nuova, diventato ora l’istituto delle levatrici. Il vecchio ospedale era stato totalmente soppiantato dalla nuova attività eppur sembrando decadente per le mancate ristrutturazioni acquisiva un fascino diverso per tutte noi. Soprattutto Flavia era stata ricoverata nel reparto psichiatrico di Santa Maria Nuova e non ne aveva affatto un buon ricordo.

Ci diceva che la sua camera era una specie di cella e che non c’era un solo angolo per poter respirare all’esterno. Erano sepolti vivi e nessuno si preoccupava del loro destino. Dissimulò abilmente pur essendo scioccata e ci guidò per mostrarci il suo vecchio reparto. Era chiuso, abbandonato, inutile, senza malati né dottori. La psichiatria era un settore non più necessario nell’attuale epoca. Probabilmente resa inutile da altre emergenze o semplicemente perché i veri matti erano quelli che avevano portato la terra al collasso. Ottimo lavoro! Dissi a me stessa. Avevano tentato di annientarci ed erano stati annientati. Davvero un ottimo lavoro. Se c’era un dogma pestilenziale tanto quanto quello del clero era una certa psichiatria praticata come mezzo di controllo sociale e di tortura. Medici coscienziosi avvertivano dei rischi ma i vecchi testardi e boriosi primari di reparto non facevano altro che riproporre un ritorno al 1800. Eccovi accontentati! Continuai a dire a me stessa.

Chissà che fine avevano fatto quegli ignobili individui. Probabilmente in fuga come il clero. Fugando ogni dubbio sulla questione Cecco disse che il reparto psichiatrico non esisteva già alla sua nascita. In ogni ospedale avevano chiuso i reparti psichiatrici per carenza di personale, di farmaci, poi per carenza di malati. Non c’erano più pazzi, salvo, forse, noi, nella Firenze rinnovata, nella quale si riappropriavano di arti e mestieri, di natura e elementi non nocivi per l’ambiente. Senza la corsa in nome di un consumismo e un capitalismo ormai al collasso, i matti non avevano ragion d’essere. Isabella era titubante, la capivo, il suo problema non era la pressione, i doveri, i ritmi quotidiani, ma una famiglia violenta e un padre stupratore. Se fosse riuscita ad affrontare il problema, forse mozzando il pene al padre che l’aveva fatta rinchiudere e rincoglionire di farmaci, probabilmente non avrebbe sofferto come ha fatto. C’erano follie penose e mai punite, poi c’erano quelle causate dalla cattiveria di altri esseri umani che raramente venivano affrontate nel modo giusto, individuando i colpevoli invece di punire le loro vittime.

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