Personale/Politico, R-Esistenze

L’incubo: mio padre e i denti

Mi sono svegliata di soprassalto come spesso succede quando ho un incubo, immaginando di non avere più i denti e pensando al volto di mio padre che mi osservava mostrando un ghigno sadico e di indifferenza. Non so cosa significhi in termini freudiani, ma so per certo che quello sarebbe stato il mio destino se fossi stata al posto di mia madre. Nel sogno gli dicevo che mi stava facendo quello che aveva fatto a lei, ovverosia indurla a trascurarsi pur di non pagarle le spese che servivano per un dentista. Così come non volle pagarle le terapie per tentare di raddrizzare il suo viso dopo la paresi facciale. Mi torna in mente la smorfia di mia madre, quell’occhio semichiuso che lacrimava e l’impossibilita di sorridere, seppur da un lato, perché non aveva denti. Più tardi comprò una dentiera e mi faceva stare male vederla ingerire liquidi o masticare la mollica del pane con le gengive quando la toglieva. Non so perché un incubo del genere arrivi in questo istante o perché io continui a litigare con i miei genitori durante gli incubi. Mio padre è morto e mia madre anziana e non c’è più nulla che potrei dire in proposito. Io sono adulta e la cura dei miei denti dovrebbe dipendere da me, se avessi i soldi per mettere i molari che mi sono stati tolti sarebbe perfetto, ma lavo i denti spesso per tenermi quelli che mi restano.

Nell’incubo soffrivo e la disperazione era talmente simile alla condizione di abbandono che mi faceva disperare in tante occasioni. Raccoglievo i denti caduti con la mano e li mostravo a mio padre per dirgli guarda, non ti interessa? Lui si voltava dall’altra parte e se ne andava, non era insolito che si comportasse così di fronte alle malattie di tutti noi. Ora non saprei che dirgli. Potrei raccogliere il cervello con le mani e mostrarglielo per raccontargli come ci si sente ad essere depressa e a prendere farmaci per dormire, pur continuando ad avere incubi che lo riguardano. Potrei tagliarmi i piedi e farglieli vedere e sono certa che lui mi direbbe che è tutta colpa mia e che se fossi stata più attenta non si sarebbero gonfiati. Direbbe anche che del mio sangue pazzo non è mai stato responsabile e andrebbe via lasciandomi con i denti in mano, con il cervello a pezzi e con i piedi gonfi. Pensavo che l’interpretazione dei sogni riguardasse le frustrazioni messe a tacere durante il giorno, e non i traumi vissuti durante l’infanzia o l’adolescenza. Con i farmaci per la depressione non ho più una fase rem salvo quando mi sveglio e poi mi riaddormento e gli incubi affollano la mia mente nelle prime ore del mattino. Se non prendessi le pillole probabilmente urlerei o parlerei nel sonno anche durante la notte così come ho sempre fatto, perché non ricordo di aver mai avuto una notte serena negli ultimi trent’anni. Per addormentarmi a volte avevo bisogno di essere accarezzata a lungo, per le endorfine o la serotonina o qualunque cosa che venisse a galla e mi facesse sentire quieta.

All’inizio pensavo che un sonno senza sogni non fosse proprio il massimo, poi con i farmaci mi sono abituata ad uno stato di morte cosciente, un sonno senza incubi. Però senza i farmaci mi capitava di addormentarmi cercando di immaginare un incipit per un romanzo e adesso, invece, non c’è neppure quello. Ma gli incubi resistono e mi lasciano affranta e senza fiato. Mi sono svegliata constatando che i denti erano tutti lì e stentavo a credere al fatto che mio padre potesse ancora popolare i miei incubi. Però succede, quindi se avete traumi in sospeso vi suggerisco di risolverli prima possibile, perché non andranno mai via, non da soli. Ormai sono adulta e posso capire che le priorità di mio padre, cresciuto nel primo dopoguerra, affamato, con la speranza di poter possedere qualcosa per sé stesso, erano certamente diverse da quelle di molte altre persone.

Pensava che fornendo cibo tutto si sarebbe risolto. Ma c’era questo suo modo di affrontare le malattie in famiglia che ci faceva sentire tutti in colpa, in un modo o nell’altro, inclusa mia sorella che di malattia adesso è morta. Non ho mai sopportato di guardare il volto di mia madre costretto in quella smorfia per le mancate cure. Non ho mai sopportato che mio padre le dicesse che per la sua malattia avrebbe dovuto cavarsela da sola perché nessuno mai l’avrebbe presa con sé. Se avessi detto a mio padre che soffrivo di malattie mentali so già che avrebbe trovato qualche scusa o mi avrebbe comunque detto che si trattava di un capriccio, di una bugia. Come quando gli dissi che non vedevo bene, avevo 9 anni e lui non voleva comprare gli occhiali per una miopia che era arrivata a tre gradi e mezzo. Avrei così tante cose da dirgli sebbene lui sia morto. Ma tutto si riduce in un’unica domanda: perché? 

Buongiorno a tutti voi allora, che abbiate incubi o meno, trovate una parentesi per scovare i vostri traumi e risolverli prima che sia tardi.  

 

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