Antisessismo, Autodeterminazione, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, Personale/Politico, R-Esistenze

Le donne della mia Sicilia

È fatta di donne robuste il cui modello estetico non somigliava a quello delle modelle ritratte nelle riviste. Mettevano la gonna e portavano sempre il grembiule che toglievano solo quando andavano dal medico curante. Le vedevo aggirarsi per strada a chiedere in prestito un po’ di zucchero, un uovo, un po’ di sale, per arrangiare il pranzo per la propria famiglia. Erano donne urlanti, comunicavano solo in quel modo e di balcone in balcone si raccontavano disgrazie e vicissitudini che le colpivano tutti i giorni.

Si aiutavano tra loro meglio che potevano, nel caso di partenze inaspettate per quei viaggi della speranza alla ricerca di ospedali buoni del nord che curassero le malattie dei parenti si prestavano dei soldi e si rendevano disponibili a tenere i bimbi piccoli che non avrebbero altrimenti avuto altri occhi ad osservarli. Il giorno in cui arrivava l’acqua corrente una urlava tutte le altre di azionare le pompe per far arrivare quell’acqua nella prima vasca al piano terra dalla quale si potevano riempire grossi bidoni da caricare spalla per riempire le vasche ai piani superiori.

Urlavano dai balconi per fermare i venditori ambulanti che vendevano verdura o ricotta fresca. E urlavano per cercare i figli che giocavano in strada quando quei figli non erano rintracciabili perché si erano spostati un po’ più in là. Vivevo e studiavo in quell’atmosfera rumorosa, cresciuta sentendo le voci di quelle donne che ti facevano sentire a casa. La vita di paese non è come quella di una città. Le case erano costruite a strati, dal pianterreno si elevava un piano e poi ancora un altro e un altro ancora, una stanza sopra l’altra. Cercavano di ottenere più spazio per la propria famiglia e ma sembrava anche una gara a chi in altezza tentava di toccare più in fretta il cielo. Dalle terrazze si vedevano le figlie che prendevano il sole tra piante profumate di aromi coltivati con cura. Origano, basilico, prezzemolo, timo, alloro, qualcuno usava con piante di agrumi che non attecchivano e altre cercavano di coltivare pomodori senza riuscirvi. Alla scoperta di quel paese conducevo il mio personale censimento per cercare luoghi in cui le donne vivevano in condizioni disastrose.  

Nelle periferie vedevi elevarsi costruzioni abusive in strada in cui la fogna scorre scorreva a cielo aperto e non c’era illuminazione e tantomeno era facile che arrivasse l’acqua. Quelle donne combattevano contro le infezioni per i propri figli e per ottenere ogni diritto marciavano verso il centro, con le pantofole i grembiuli, le pance ingombranti, per dire al sindaco che se non avessi aggiustato le fogne o non avesse fornito illuminazione o non avesse fatto arrivare all’acqua a lui sarebbero accadute cose molto brutte. C’era da aver paura per la mole massiccia di quei corpi che si muoveva in coreografie straordinarie occupando un’intera strada come se fossero marce femministe inconsapevoli. A quelle donne una volta qualcuna del partito comunista che cercava voti tentò di spiegare il femminismo della differenza. Loro avevano preparato dentro un garage una grande tavolata apparecchiata con pasti prelibati e dal fondo qualcuna alzò la mano, dopo aver ascoltato la signora femminista che veniva dal nord, e chiese cosa avrebbe dovuto fare quando il marito le chiedeva dove stavano i calzini.

Solo così quel dibattito divenne acceso, perché quelle donne probabilmente non capivano l’essenza dei concetti accademici femministi ma provavano ogni giorno sulla propria pelle l’oppressione di dover servire un marito che dopo il lavoro non aiutava mai in casa e i figli che venivano educati di conseguenza a seconda del proprio sesso. Non c’era timidezza nelle loro domande e tutto quello che cercavano era solo un modo per sopravvivere e per dare i propri figli un futuro migliore. Non c’era modo di parlare di violenza di genere perché non conoscevano il significato di quelle parole ma tutte sapevano quale fosse la donna che veniva picchiata dal marito o la figlia che veniva picchiata dal padre, dal fratello, dal fidanzato. Pensavano dovesse andare così e che gli uomini avessero diritto di correggere il comportamento di mogli e figlie per un potere che gli era stato conferito non si sa quando e non si sa come né perché. Pensavano però che non si dovesse esagerare ed erano sconvolte quando sapevano che è una donna era stata uccisa dal marito o dal padre. In loro c’era una resistenza alla fatica che io non ho mai conosciuto. E c’era una resistenza forte al dolore perché continuavano a far figli, nati vivi, morti, abortiti.

Perché usare gli anticoncezionali sembrava ingiusto e si affidavano agli uomini che eventualmente facevano più attenzione a non mettere incinta la moglie per non avere un’altra bocca da sfamare.   Non era più l’epoca in cui i figli potessero aiutare a coltivare un terreno o a gestire un’azienda familiare. Il loro sogno era a fare in modo che i figli elevassero il proprio status sociale con l’istruzione che era diversa a seconda del loro sesso. La figlia femmina studiava per diventare maestra, faceva le magistrali, il figlio maschio veniva indirizzato agli studi di giurisprudenza o quelli di medicina per diventare avvocato o dottore. Dalla figlia femmina si aspettavano che lavorasse poco fuori dalla famiglia perché l’istruzione serviva tutt’al più ad esigere un fidanzato o un marito laureato in qualunque cosa. Del fatto che la figlia, che aveva solo superato la terza media inferiore, sposasse un commercialista laureato la vicina fece una specie di manifesto. Non importava se lui fosse un brav’uomo o meno purché egli avesse un titolo che elevasse lo status della figlia.

Dei figli maschi queste donne dicevano tutto il meglio che potevano anche se erano lavativi, potenzialmente molesti, maschilisti, venivano serviti e riveriti a tavola esattamente come si faceva con il padre. Quando la figlia di una vicina disse al fratello di andare a prendere la bottiglia d’acqua da solo, giacché lui l’aveva chiesto a lei, la ragazza si beccò uno schiaffone e il rimprovero da parte del padre e della madre. Per queste donne è importante anche la nuora, tanto più socievole e disponibile è meglio sarebbe stato per tutti. Le proclamavano membri della famiglia e le accoglievano dicendo che sarebbe stato come guadagnare una figlia ma in realtà quel che volevano dire è che si aspettavano che non portassero via lontano i figli maschi e che facessero il loro dovere di nuore nei ruoli di cura nei confronti dei suoceri quando sarebbero stati più anziani. Se le nuore non erano tanto socievoli e disponibili veniva detto di loro che avevano la nasca all’aria, vale a dire il naso all’insù che veniva attribuito a donne aristocratiche che preferivano essere servite e chi si sentivano troppo importanti per dare confidenza ai genitori dello sposo.

Quando io fui adolescente non c’era più l’usanza di dove stendere il lenzuolo macchiato di sangue sul balcone dopo la prima notte di nozze, ma esistevano altri modi per dimostrare che la donna si conservasse illibata in attesa di sposarsi. Succedeva infatti che sei il fidanzato partiva per il servizio militare la fidanzata era obbligata a restare con la suocera per la maggior parte del suo tempo libero. quando lei usciva veniva osservata dagli amici del fidanzato e se per caso sfuggiva all’occhio del Grande Fratello si creava un pettegolezzo per rovinarne la reputazione. Bastava poco: camminare fianco a fianco con un compagno di scuola, uscire in macchina da sola con un cugino, entrare da sola in un bar a ordinare il caffè, fumare in pubblico durante le passeggiate in piazza. Queste cose che a voi potrebbero sembrare totalmente normali definivano la reputazione di una ragazza che così veniva considerata come facile o poco perbene. Ricordo che molte vicine di casa sembrava strano che io adolescente indossassi il giubbotto di jeans di mio fratello o la cravatta di mio padre. Dicevano che mi vestivo come un maschio senza averne diritto per ottenere privilegi che spettavano solo ai maschi.

Non mi era consentito fare tardi la sera, e per sera si intende dopo le 7 del pomeriggio, così come non mi era consentito guidare da sola un’automobile oppure fare la pendolare per frequentare un istituto diverso dall’unico istituto superiore esistente in quella zona. Mio padre diceva che andare in un altro luogo mi avrebbe portata alla perdizione e non si riferiva alla mia scarsa capacità di orientamento ma al fatto che una donna perduta non avrebbe mai più potuto ritrovare la retta via. Vivevamo vicini ad una chiesa, con il suono delle campane amplificato a tutte le ore, ed era l’unico luogo in cui alle ragazze del vicinato era possibile accedere per poi dilatare il tempo per fare una passeggiata di mezz’ora in piazza. La passeggiata era considerata una sorta di sfilata delle ragazze che vedevano i maschi sui marciapiedi ad osservarle giudicarle probabilmente attribuendo loro un punteggio sulla base della loro preferenza. Le madri ci facevano vestire bene per quell’occasione perché si sapesse che davamo grande importanza all’avvenimento. Quando smisi di andare in piazza e anche in chiesa, dopo i 13 anni, pretesi di poter uscire senza dover addurre come motivazione quella di ricongiungermi con le compagne di catechismo. Sembro quasi una bestemmia. Di conseguenza veniva moltiplicato il lavoro che mi era stato affidato in casa e non potevo uscire se non avevo prima fatto tutto quanto rendendo lucido e splendente quella casa.

Era un accordo tutt’altro che strano perché in ogni caso mi ricordava quali fossero i miei doveri prioritari e a cosa dovessi tendere nel mio futuro. Delle pulizie casalinghe amavo il fatto che potessi accendere la radio e lucidare i pavimenti a passi di danza senza che nessuno mi rimproverasse. Era una gran fatica andare su e giù per la casa di due piani, con scalinate alte come si usava una volta, per pulire ogni scalino e ogni angolo della casa. Più faticoso era trasportare i bidoni di 20 o 30 litri dal piano terra al secondo piano e mi chiedevo come facesse mia madre a portare due bidoni per volta quando io riuscivo a malapena a portarne uno. Il sottoscala, luogo d’ombra e fresco, era destinato a conservare frutta in cassette e bottiglie di sugo fatto in casa. Il saliscendi per prendere o depositare delle cose era continuo e forse era questo il motivo per cui tutte le donne che conoscevo, mia madre inclusa, avevano dei muscoli alle gambe e alle braccia degne di un bodybuilder. Mia madre resisteva a tutto, incluso il fatto di riuscire a fare la brace e spostare a mani nude i pasti che cuoceva senza bruciarsi. Pensavo che non avesse sensibilità alle mani ma era evidentemente abituata fin da piccola a cavarsela in questo modo come d’altronde tutte le altre che vivevano in quella strada. Le vicine di casa si chiamavano comari, alcune perché lo erano davvero, per titolo acquisito per un battesimo, una comunione o una cresima, alcune semplicemente perché considerate degne di rispetto.

Tutte queste donne non si sarebbero mai poste i problemi che mi pongo io perché per loro la sopravvivenza risiedeva nella capacità di fare le mogli e le madri e dipendere economicamente dal marito. Nessuna di loro lavorava fuori casa e nessuna avrebbe potuto abbandonare il marito senza lasciare i figli in mezzo alla strada. Delle donne che lasciava nei mariti parlavano dicendo che erano sventurate, non solo per la sventura che le aveva colpite ma perché le consideravano quasi contagiose come portatrici di sventura nei confronti di altre. Lo disse anche a me quando divorziai dal mio primo marito ed erano passati anni dalla mia infanzia e da tutti i pregiudizi che avevo ascoltato venir fuori dalle bocche di quelle donne. Una portatrice di sventura è colei che diventa esempio per altre donne e dunque bisogna descriverla non come modello positivo ma negativo. Le domande che mi facevano vertevano sempre su un punto: ovvero su quanto io avessi fatto per sopportare e tenermi il marito. Del fatto che lui mi picchiasse interessava poco e non perché fossero insensibili ma perché sapevano per averlo provato sulla propria pelle e tuttavia mi consideravano superba, come se io pensassi di essere migliore rispetto alle donne che tanto avevano sopportato per tenere al sicuro i propri figli.  

Alle loro figlie dicevano di non prendere esempio da me e nel caso in cui i loro mariti fossero irascibili consigliavano di prenderli con le buone.  C’era il loro un modo di fare manipolatorio e mistificatore per prendere con le buone i loro mariti e tentare di ottenere quello che volevano. Se io fossi stata capace di mentire e manipolare il mio primo marito secondo il loro punto di vista sarei stata in grado di tenermelo e di non farmi picchiare. D’altronde si pensava che le botte non fossero poi questa gran cosa se paragonata al problema della sopravvivenza successivo ad un divorzio. Erano donne così poco consce dei loro diritti, tanto da non sapere che avrebbero dovuto chiedere gli alimenti per i figli, da immaginare che quella fosse l’unica loro opportunità. Sposate cresciute in un’epoca in cui il divorzio non era ancora legale, quando tali diritti non erano così chiari, le donne sopravvivevano come potevano e quindi giudicavano incoscienti le altre che non accettavano di stare con mariti violenti. Eppure io ricordo la loro grande forza così come la complicità e l’omertà nelle violenze domestiche che il padre infliggeva alle figlie.

Mi chiedo fino a che punto fossero davvero convinte che quella fosse l’unica strategia possibile e mi chiedo anche se mia madre si sia sentita tradita da me quando divorziato per lo stesso motivo. Perché se lei aveva resistito così tanto con un uomo che veniva descritto come un orco di fronte al quale ciascuno di noi doveva solo tacere sopportare chi ero io per poter avanzare la pretesa di sopravvivere da sola cacciando un marito. Veniva meno anche la visione delle donne non propriamente sottomesse ma comprensive nei confronti dei loro mariti come se venissero considerati figli piuttosto che compagni di vita. Per cui chiedere un rapporto paritario sembrava quasi una bestemmia. Perciò quelle stesse donne che marciavano compatte per minacciare un sindaco affinché desse loro fognature, illuminazione stradale, acqua corrente, giudicavano le donne che si liberavano dei mariti violenti e come diverse e anormali.  Ricordo di una donna che mi disse che in fondo di me aveva sempre pensato che avevo la testa per aria, poi si spiego meglio tentando di recuperare e disse che pensavo troppo e che pensare troppo per una donna non è mai una cosa buona. Io la considero invece una risorsa e senza voler giudicare o sminuire le azioni di queste donne, comprendendo il loro vissuto, penso semplicemente che il mondo sia andata avanti e che le donne oggi siano più consapevoli dei loro diritti. 

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