Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, Personale/Politico, R-Esistenze

La malattia mentale come conseguenza

Tutte le questioni fin qui trattate, relativamente alla discriminazione sessuale e di genere nei confronti delle donne, possono essere individuate come cause di alcune precise malattie mentali. Se non osserviamo la questione della salute mentale senza anteporvi la questione di genere, non potremmo capire come realizzare una prevenzione che alleggerisca il peso di tanta pressione sulle donne. 

Quella pressione deriva dagli stereotipi di genere, dal sessismo e dalla misoginia, dal body shaming, dalla mancanza di rispetto per il consenso, dal revenge porn,  dal maschilismo o antifemminismo che dir si voglia, all’interiorizzazione del maschilismo che ci riguarda, dalla cultura dello stupro, dal victim blaming, dall’essere considerate oggetti del desiderio invece che soggetti, dalle molestie subite da bambine, dall’omertà che obbliga tante hanno svelare quel che hanno subito dai loro carnefici, dalle molestie sul lavoro, dalla violenza ostetrica, dall’obbligo di assumere ruoli di ammortizzazione sociale, dall’idea che la famiglia eterosessuale sia l’unica destinazione è l’unica salvezza per tutte noi, dai modelli estetici imposti, dagli stessi errori che vengono compiuti nelle campagne contro la violenza di genere, dal considerare femminismo come qualcosa di vago e non il personal politico a cui ci riferiamo noi, dalla criminalizzazione della donna in quanto donna e dalla colpevolizzazione della vittima in qualunque situazione, dallo stigma che pesa sulle donne alle quali viene detto che se non sono madri non valgono niente,  dalle politiche contro l’aborto, dai ruoli di cura di mogli, madri, badanti, dall’idea di poter essere liberate dai ruoli di cura attraverso la schiavitù delle donne migranti.

Se nasci donna questo e tutto quel che meriterai e che ti viene destinato. Imposizioni di ogni sorta, senso di colpa se non assumi i ruoli imposti, senso di inadeguatezza se non corrispondi al modello estetico imposto, insicurezza nell’approccio sessuale perché culturalmente l’investimento che viene fatto e solo sulla virilità maschile che ti rende oggetto e non ti lascia esprimere la tua soggettività. Se sei una donna dovrai convivere con la cultura dello stupro, dovrei celare segreti circa le molestie subite in famiglia o sul posto di lavoro, dovrai persino subire insulti o pratiche illecite quando dovresti essere assistita al parto. Il senso di colpa non interviene nelle donne perché ci piace sentirci colpevoli. Siamo oppresse perché qualcuno ha deciso che su di noi pende l’antico peccato originale di Eva. Siamo oppresse perché la cultura stabilisce che dobbiamo sentirci in colpa, sbagliate, inadeguate, in qualunque circostanza. Una giovane donna che soffre di disturbi alimentari e ha problemi a mostrare il proprio corpo perché qualcuno gli ha detto che è troppo grassa o troppo magra, potrebbe stare molto meglio se i canoni estetici diffusi rispettassero la diversità di ciascuna.

Una donna depressa, schiacciata dei sensi di colpa perché non è stata in grado di assolvere i ruoli che le sono stati assegnati, potrebbe stare molto meglio se nella vita l’avesse potuto scegliere liberamente quali ruoli siano adatti a lei. Non sto dicendo che tutte le donne che vivono disagi sulla propria pelle finiscono per soffrire di malattie mentali ma sono certa del fatto che se il 90% delle persone depresse è di sesso femminile ci deve pur essere una ragione e non e biologica. Ritengo sia sociale e culturale. Quella ragione attiene alla questione di genere di cui stiamo discutendo e che deve occuparsi anche della salute mentale delle donne per ripensare strategie che li aiutino a prevenire o a superare le malattie mentali. Se le donne vivono un tale carico di pressione senza poter reagire, dissimulando la rabbia, dovendo interpretare il ruolo femminile della creatura angelica e pacifica, a me pare più che ovvio che questo c’entri molto con le malattie mentali. Senza andare nello specifico, poiché non tratto della faccenda in termini medici, al di là di chi dice che certe malattie derivino da questioni genetiche, le donne che io ho incontrato nel mio percorso psichiatrico non avevano parenti e soffrissero di disturbi alimentari o depressione, e queste malattie diventano l’unico modo attraverso il quale queste donne possono comunicare di sentirsi inadeguate e la loro richiesta di aiuto.

Se si trattassero queste malattie da un punto di vista di genere sarebbe corretto per esempio organizzare corsi di educazione al rispetto dei generi fin dalle scuole elementari. Se si tratta di rabbia inespressa e frustrata, che ho visto tratteggiata sulla carne delle donne che praticano su sé stesse autolesionismo, bisogna spiegare che quella rabbia Ha ragione di emergere e non può essere censurata. Ci sono malattie mentali che raccontano molto più di quanto possa dire un libro di teoria femminista, perché ci spiegano in concreto quanto sia deleterio l’effetto che è la cultura maschilista sulle donne. Penso ad esempio all’agorafobia unità alla paura di mostrarsi perché si ha paura di non piacere nella propria carne, nel proprio corpo. L’agorafobia per me è stata una reazione assimilata alla depressione sul mio enorme senso di inadeguatezza, sul fatto di sentirmi sbagliata in colpa. Se io fossi stata educata non per essere la perfetta casalinga e madre di famiglia ma per essere semplicemente me stessa, probabilmente non avrei avvertito la pressione che mi ha schiacciata e resa inerme e vulnerabile. La prevenzione in questi casi a mio avviso è possibile. Non si tratta come dicono i genetisti di correggere qualcosa che c’è di sbagliato nei nostri cervelli, ma si tratta di capire cosa c’è di sbagliato nella cultura e nell’educazione che c’è stata impartita.  

Partendo da questo si potrebbero iniziare a contare le vite posta in salvo se solo si agisse preventivamente togliendo mattone su mattone quel grave peso che schiaccia tutte le donne. L’educazione al rispetto dei generi è secondo me necessario per avviare un percorso preventivo tenendo conto dei rischi che le donne corrono se non riescono a trovare nel corso della propria vita modelli di riferimento che le liberino dal senso di colpa e dell’oppressione culturale maschilista. Ho detto che il 90% delle persone depresse sono donne. non ho detto che molte tra loro muoiono suicide. Se non può essere considerato un femminicidio collettivo potremmo però considerare la cultura maschilista come elemento di istigazione al suicidio per molte donne. Questo farebbe capire forse quanto importante sia per la vita delle donne la possibilità di poter scegliere e di non essere perennemente ostacolate da culture sessiste e misogine. Alcune tra le donne che ho incontrato nel mio percorso di psichiatria soffrivano di malattie mentali come conseguenza di un trauma che avevano vissuto da sole, senza poterne parlare, senza poter chiedere aiuto.  Alcune erano state molestate da piccole, altre erano state stuprate da adolescenti, altre ancora erano state picchiate selvaggiamente da adulte, ad alcune sono capitate tutte queste cose insieme.

Il peso che la violenza di genere ha sulle donne ha una precisa correlazione con le malattie mentali che ci colpiscono. Non saperlo e non utilizzare nessuna conoscenza circa le questioni di genere nelle terapie riabilitative significa semplicemente ignorare quello che sta succedendo a queste donne. Vale a dire che qualunque medicina non fornirà loro risposte, né consolazione, ne le farà stare meglio fino a quando qualcuno non ascolterà la loro storia. È uscita dall’ospedale psichiatrico ho riattivato la campagna tutta colpa mia perché anche se inconsapevolmente l’avevo ritenuta uno dei milioni di modi in cui una donna poteva raccontare attraverso la propria voce quello che non aveva mai raccontato a nessuno. Avevo intuito che la disponibilità all’ascolto di queste storie avrebbe avuto una funzione catartica per le narratrici ma anche di riparazione per quell’ascolto che non avevano trovato altrove. L’auto narrazione non è solo un potente mezzo per riappropriarsi della propria voce e della propria storia ma è anche un mezzo di autoanalisi che fa emergere dettagli o sensazioni che non ritenevate presenti ancora oggi. Perciò da depressa, affetta da disturbi alimentari, da agorafobica, posso dirvi che la medicina fa bene ma la prevenzione antisessista potrebbe farlo meglio ed è per questo che spero che ancora molte donne sfrutteranno questo angolo di ascolto il più possibile per recuperare vicinanza le proprie emozioni. 

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