Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, R-Esistenze

Dopo lo stealthing ho dato la figlia in adozione

Lei scrive:

Quando lui ha rotto il preservativo non sapevo che sarei rimasta incinta. Ho stupidamente aspettato che arrivassero le mestruazioni e con mia grande gioia dopo due giorni sono venute. Se non le avessi viste avrei preso la pillola dei cinque giorni dopo. Poi mi hanno detto che in certi casi pur avendo una mestruazione potresti già essere incinta. Non ho avuto il secondo ciclo e allora ho cominciato a preoccuparmi. L’ho detto a lui che mi ha guardata come se io fossi una Santa e mi ha detto che andava tutto bene. Io non ero sicura di niente ma mi sono lasciata trasportare mentre vivevo un rapporto tossico con un uomo che prima o poi avrei lasciato. Mi sono decisa ad andare dal medico per chiedere informazioni sui tempi di un aborto. Lui fece un calcolo approssimativo e disse che probabilmente era molto tardi. Consultai una ginecologa che purtroppo mi disse la stessa cosa. Avevo già superato il terzo mese. Odiavo me stessa e odiavo lui per avermi fatto perdere tanto tempo. Non sapevo cosa fare e ho addirittura pensato di suicidarmi.

Non stavo bene, vomitavo continuamente, non riuscivo a fare più niente ed ero preoccupata di perdere il mio posto di lavoro. Il datore di lavoro mi aveva già avvisata sul fatto che se fossi rimasta incinta mi avrebbe licenziata. Io gli avevo detto che non c’era alcun rischio perché non volevo figli e in effetti era cosi. Quando sentii per la prima volta muoversi qualcosa dentro di me non stavo bene e non mi piaceva. Non mi piaceva l’idea che quella cosa si fosse impadronita del mio corpo e stesse risucchiando linfa vitale per crescere a mie spese. Lo consideravo un parassita non un figlio. Nel frattempo il mio rapporto si concluse e io rimasi sola con il pancione. Lui disse che in ogni caso mi avrebbe aiutato ma io non volevo nessun aiuto perché non volevo quel figlio e lo avrei dato in adozione. Chiunque mi vedeva diceva le solite cose, che ero raggiante, che la maternità mi rendeva più bella e che mi avrebbe fatto sentire più realizzata, più donna. Le odiavo con tutta me stessa perché nulla di tutto quello che dicevano corrispondeva a come mi sentivo davvero.  Parlai con la mia ginecologa che mi consigliò un consulto psichiatrico per verificare le mie condizioni perché lei diceva che poteva succedere che una donna gravida si sentisse come mi sentivo io, come se stessi facendo crescere dentro di me un corpo estraneo.

Lo psichiatra, una gran brava persona, mi chiese se volevo questo figlio e quando dissi di no non cercò di farmi cambiare idea. Parlammo per molto tempo e lui disse che non avevo niente di sbagliato, non c’era nulla che lui potesse fare perché dipendeva solo dalla mia scelta. Mi disse di tornare da lui eventualmente dopo quando avrei dato in adozione il bambino o avrei deciso di tenerlo. Nacque una bambina e sebbene io avessi già firmato per darla in adozione l’ostetrica ha deciso di farmela vedere per far nascere in me l’amore materno. Non provai niente o forse ero solo contrariata perché un simile ricatto non poteva comunque servire a farmi cambiare idea. L’ostetrica doveva essere una di quelle persone che facevano vedere bimbi nati alle donne che volevano abortire, solo che io non avevo abortito e dunque in parte avevo fatto il mio dovere di donna in questa terra anacronistica e piena di pregiudizi. Quando fui in grado di lasciare l’ospedale me ne andai senza voltarmi indietro e ci fu qualcuno che mi disse se non volevo darle almeno un saluto. Io dissi di no e me ne andai. La bambina che avevo visto mi era cresciuta dentro, si era nutrita di me, mi aveva tolto il sonno e non mi suscitava alcun amore. L’uomo che diceva di volerla non si oppose alla mia scelta né cerco di tenerla. Tornai dallo psichiatra per dirgli che finalmente la bambina era nata e l’avevo data in adozione. Mi chiese come mi sentivo e dissi che mi sentivo libera.

Non volevo un figlio prima e non lo volevo in quel momento. Le vicine chiesero con espressione sgomenta se per caso fosse nata morta perché mi videro tornare da sola. Dissi di no, lei stava bene e anch’io. Non diedi spiegazioni, lasciai che ruminassero pensieri pieni di pregiudizi, le lasciai ai loro pettegolezzi. Sono passati quattro anni da allora e non c’è stata una volta in cui io mi sia pentita della mia scelta. La ginecologa nel corso di una visita mi disse che non dovevo preoccuparmi perché potevo ancora avere figli. Le dissi che non ne volevo e che non ero affatto preoccupata. Non avrei più permesso che qualcun altro si nutrisse di me per crescere e poi nascere. Se è nella natura delle donne restare attaccate al figlio che partoriscono allora forse io non sono una donna o quella natura non mi appartiene. Non mi sento in colpa, non devo giustificazioni a nessuno ma scrivo la mia storia solo per dire che comprendo le donne che non restano con i propri figli. Non solo le comprendo ma auspico che un giorno le donne possano sentirsi libere da qualunque vincolo e in qualunque situazione. Quelle che non capiscono possono dire ciò che vogliono ma io penso che tutto dipenda da una scelta. Si sceglie di amare qualcuno, non avviene naturalmente. Il dolore del parto, le sofferenze della gravidanza, nulla di tutto ciò ha suscitato in me amore.

Chiunque ancora oggi si riferisce a quella gravidanza per accennare al destino di quella bambina tentando di suscitare in me sconforto, rimpianto, senso di colpa, probabilmente ha un problema con sé stessa. Un problema che io non ho. Se c’è qualcuna a cui piace non dormire la notte per i pianti di una bambina, riorganizzare la propria vita per le sue necessità, ben venga, è la sua scelta. Non è la mia. E non per questo mi sento strana, diversa, anormale. Prima le donne accetteranno che non siamo tutte uguali e non nutriamo tutte le stesse esigenze ed emozioni e meglio sarà perché altrimenti passeremo metà della nostra vita a chiederci cosa ci sia di sbagliato in noi, perché non sentiamo quel che tutte dicono dovremmo sentire, perché non proviamo tenerezza per i bambini nostri o di altri.  L’unica cosa della quale sono certa è che una donna come me non sarebbe piaciuta ai fascisti al tempo di Mussolini in cui premiavano le donne che partorivano dieci figli.

So che non sono funzionale ai progetti che altri hanno messo a punto per tutte le donne della terra. Questo mi rende non diversa ma forse un po’ più libera di esprimere quello che penso e che sento senza vergognarmi o subire l’etichetta di cattiva madre da parte di nessuno. I sentimenti delle donne sono molto più complessi di come li descrivono quelli che ci vogliono gioiose per un anello che ci rende spose o per un esame che ci dice che aspettiamo un figlio. Siamo combattute, piene di contraddizioni, molte hanno paura, molte non sono sincere. Essere consapevoli di non voler essere madre è per me una liberazione. Se fossi stata priva di strumenti e di risorse culturali forse avrei tenuto la bimba e l’avrei fatta vivere malissimo perché non la volevo con me. Invece ho fatto l’unica scelta possibile, visto che sono stata costretta a partorirla. Lui che ha rotto il preservativo invece dovrebbe stare in galera, perché non me lo ha detto, ha fatto quello che ha voluto e ha giocato con la mia vita e il mio corpo come se io fossi una bambola. Spero che questa storia serva ad altre che non hanno il coraggio di rompere questo tabù. Non siete sole. Il mondo delle madri cattive è colmo di donne come noi. Siamo perfette così come siamo. Non fidatevi di chi vi dice il contrario.

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