Tempo fa sono stata a Bologna dalle bellissime amiche del Sexyshock per parlare di “Madri Cattive”, un ottimo libro che vi consiglio di leggere che l’autrice, Caterina Botti, ci ha presentato come fosse una confidenza spartita tra vecchie amiche. Caterina parla veloce e con voce pacata. Si sente che quello che racconta lei lo ha rimuginato per tanto tempo e pensa che ti ripensa ne è venuto fuori un libro che parla di maternità stretta dalle dimensioni obbligate, dagli “stili di vita” imposti a fare la differenza tra una madre buona e una cattiva, dalle terapie che non
lasciano alcuna scelta.
Lei parla di gravidanza e parto e ci tiene a specificare che il punto non è che ogni donna deve partorire ne’ che
essere madre debba essere l’esperienza fondante dell’essere donna come troppe volte ci sentiamo dire. Sceglie però di parlare di parto perchè le interessa e ha visto che nessuno se ne occupa. Perchè si parla di molte esperienze delle donne senza però poi concentrarsi su quella che a noi stesse pare di dover vivere come “natura” comanda. Non so voi ma a me è capitato di partorire in una dimensione quasi surreale in cui non ho scelto nulla.
Arrivi con le doglie in ospedale e da quel momento, a meno che non segui percorsi precisi e alternativi, non hai più diritto di parola su quello che ti sta capitando.
La medicalizzazione diventa obbligatoria, così come spesso accade – e so che in sicilia in molti posti ancora è
così – che l’unica risposta plausibile che ti viene data è che è un fatto “naturale” e che tante donne lo hanno fatto prima di te e dunque ce la farai anche tu. Però non ti spiegano perchè devono rasarti il pube con la delicatezza di uno sciatore inesperto su un bel campo da sci, perchè devono farti per forza – secondo procedura – il clistere
anche se gli dici che non hai più sostanze da defecare, perchè devono imbottirti di ossitocina, perchè devono “romperti le acque” se non si sono rotte da sole, perchè devono tagliuzzarti qui e la’ per far uscire la testa del bambino piuttosto che aspettare la giusta dilatazione, perchè imporre il parto cesareo se una proprio non lo vuole e perchè imporre il parto naturale se una donna rischia l’infarto per viverselo.

Insomma, nel 2022 ancora, in un modo o nell’altro, si continua a partorire “con dolore” e soprattutto senza poter scegliere nulla. Caterina Botti invece ci racconta come in america si sia tanto discusso della decisione legale di obbligare i familiari di donne cerebralmente morte a mantenerle in stato “vitale” per fare crescere l’embrione che
all’atto della morte i medici hanno individuato dentro i loro uteri.
I parti post mortem sono descritti in ogni circostanza e Caterina ne traeva fuori una riflessione etica, coraggiosa e sopra le righe di un dibattito culturalmente oramai ridotto alle schermaglie sui testicoli di ferrara piuttosto che sui divieti del clero. Caterina parla di relazione tra la madre e il figlio. Una relazione che è vissuta in un rapporto di scambio, in cui esistere è la conseguenza della relazione e non la causa primaria. Se non c’e’ relazione non c’e’ esistenza, non c’e’ vita e nessuno ha il diritto di imporre ad una madre una relazione che non è stata scelta. Nessuno ha il diritto di imporre a chiunque altro una relazione non scelta.
Ve lo lascio dire da Caterina Botti, che si occupa anche di Bioetica, e nel suo libro “Madri Cattive” definisce in termini etici anche la questione dei parti post mortem, ovvero quando una donna cerebralmente morta viene tenuta in uno stato “vitale” per fare crescere l’embrione o il feto che i medici hanno individuato dentro il suo utero. Da una recensione: “Caterina parla di relazione tra la madre e il figlio. Una relazione che è vissuta in un rapporto di scambio, in cui esistere è la conseguenza della relazione e non la causa primaria. Se non c’è relazione non c’è esistenza, non c’è vita e nessuno ha il diritto di imporre ad una madre una relazione che non è stata scelta. Nessuno ha il diritto di imporre a chiunque altro una relazione non scelta.”
Dal libro di Caterina Botti, capitolo 6, pag. 185/186:
“(…) vorrei discutere delle donne incinte in stato di morte cerebrale che vengono mantenute collegate a macchine vicarianti per permettere ai feti che hanno in grembo di raggiungere uno stadio di sviluppo che renda possibile la loro sopravvivenza fuori dal corpo materno. Questa è infatti una delle situazioni più problematiche su cui la riflessione pubblica e bioetica è carente e, al contempo, è la più rappresentativa della tendenza diffusa ad annullare la figura della donna nella riproduzione, ovverosia della facilità con cui si soprassiede sulla soggettività e libertà femminili, considerando le donne incinte come corpi da manipolare più che persone.
Si sono dati infatti diversi casi di donne incinte che, dichiarate in stato di morte cerebrale, sono state ciò nonostante mantenute – anche per diversi mesi – collegate a macchine che permettevano lo svolgersi di alcune “funzioni vitali” per consentire alla gravidanza di progredire fino al punto in cui il feto poteva essere fatto nascere (le virgolette sono d’obbligo: trattandosi di individui in morte cerebrale parlare di “funzioni vitali” e anche di funzionalità cardiaca o respiratoria può essere fuorviante; una descrizione più appropriata sarebbe quella di cadaveri a cui è impedito di imputridire o cadaveri ventilati). In alcuni casi si è trattato di donne che erano vicine alla fine della gravidanza, i cui feti già viabili, cioè già capaci di vita autonoma fuori dall’utero, sono stati lasciati nell’utero ancora per qualche tempo (giorni o settimane) per permettere un loro maggiore sviluppo. In altri casi invece le donne erano più vicine all’inizio della loro gravidanza e sono state mantenute collegate alle macchine per mesi. Si noti che in entrambi i casi, nei paesi in cui queste vicende sono avvenute, dato lo stato di morte cerebrale delle donne, i sanitari avrebbero potuto o dovuto procedere a staccare le macchine e non lo hanno fatto. Si noti inoltre che, soprattutto nel caso in cui è necessario mantenere attaccate le donne ai supporti per molto tempo, il grado di accanimento sul corpo, a livello fisico e farmacologico, è elevatissimo, e l’esito è incerto, sia per quanto riguarda la possibilità che abbia luogo un aborto spontaneo (che vanifichi gli sforzi, per così dire), sia per quanto riguarda il rischio di nascite fortemente premature o di effetti dannosi che gli interventi sul corpo delle donne possono avere sulla salute dei bambini che ne nasceranno. Hilde Lindemann Nelson, autrice di uno dei pochi testi che analizza a fondo la questione , illustra bene come anche solo mantenere la temperatura o la pressione a livelli compatibili con la gravidanza richieda un enorme sforzo di monitoraggio e un intervento farmacologico massiccio, per non parlare di altre complicazioni che possono sorgere. Quanto all’esito, molti di questi casi si sono chiusi con degli aborti spontanei, anche se in alcuni casi sono nati dei bambini prematuri ma, per quel che si sa, sani. Il rischio che i bambini possano portare il segno degli interventi subiti non è comunque remoto.
(…) Due casi ad esempio: una donna alla 17esima settimana di gravidanza, in stato di morte cerebrale, attaccata alle macchine per 105 giorni, finché un bambino venne fatto nascere con parto cesareo. (…) Una ragazza di 18 anni, entrata in coma a seguito di un incidente, dopo pochi giorni dichiarata in stato di morte cerebrale, fu mantenuta attaccata alle macchine perché si scoprì che era incinta di 13 settimane. (…) Nel primo caso i familiari e il compagno della donna erano informati e consapevoli. Nel secondo caso furono i medici a scegliere anche contro il parere dei genitori.
Questi casi hanno sollevato molto clamore mediatico e poca riflessione approfondita. Nella letteratura bioetica non ce n’è quasi traccia. Eppure (…) sollevano questioni morali importanti. Per di più, se lasciati inesplorati, possono rafforzare l’idea che il ruolo delle donne nella riproduzione non sia quello di agenti, ma si riduca a quello di meri contenitori o incubatrici di carne. Quest’idea, nascosta dietro molte considerazioni proposte su altre questioni che riguardano la gravidanza, viene in questo caso tradotta in realtà. (…) Lindemann Nelson sostiene, nel suo articolo, che la gravidanza post-mortem è “un’icona distruttiva che sminuisce la soggettività femminile”. (…)”
Il capitolo su questo ovviamente è molto più lungo e altrettanto interessante è leggere di quei casi di fecondazione post mortem con l’utilizzo del seme dell’uomo defunto. Capita che lui decida di conservare il seme, nel caso in cui in un prossimo futuro non abbia più la capacità di fecondare, e quando muore è lei che decide di usare quel seme per fare un figlio. Temi complessi che vengono trattati senza trascurare il dibattito su accanimento terapeutico, il diritto di scegliere quel che sarà del nostro corpo dopo la vita e di poter pronunciarci sul fine vita. Il libro è di qualche anno fa ma non mi pare nel frattempo altri ne siano stati pubblicati che affrontano la questione da un punto di vista di genere.
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