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Sangue pazzo: la carnalità palermitana

Di questo parlo anche nel mio ultimo libro.

Il sangue brucia. Ma non si spegne con l’acqua. Mi ha colorato i capelli di rosso e mi ha fatto la pelle debole al sole. Il sangue di Sicilia non finisce mai. Se non è abbastanza, arriva quello di riserva. Tenuto al fresco. In cantina. Tra le bottiglie di vino. Rosso pure quello.

Mia nonna ha attraversato un oceano di sangue. Lo sforzo era quello di una che remava. Invece vedeva solo le sue sorelle morire.  La nave ne pretese cinque in tutto, a pagamento di un viaggio all’incontrario. Dal Brasile alla Sicilia. La terra asciutta chiedeva indietro i suoi figli.

Carmela era l’erba cattiva. Sopravviveva a tutto. Sangue pazzo. Così la chiamava suo padre. La voleva curare con le sanguisughe, ‘che le vene erano troppo piene. Per questo il rosso le uscì dalla testa.

Nell’isola il sangue andava e veniva. Un po’ partiva e un po’ tornava. Anche mio nonno era arrivato in America. Non la stessa. Era quella dove faceva più freddo. Dove la pelle più scura meritava un soprannome. Per tutti era Black Man. Al battesimo soltanto Don Totò.

Evitò di andare in guerra. Gli piaceva combattere in casa sua. E così fece. Ebbe il tempo di procurarsi un figlio. La madre invece tornò alla morte. Il suo sangue, trovata la via di fuga, fu inarrestabile.

Un’altra guerra voleva il sangue di mio nonno. Lui lasciò il figlio a Carmela e se ne tornò in Canada. Non so come si conobbero. Che tipo di legame avessero le loro famiglie. So che il padre di mia nonna veniva da mondi del Sud. Ancora più a Sud. Doveva essere una persona speciale. Andò in Brasile e ne tornò con una moglie e nove figlie. Cinque morte. Due figli maschi. Uno disperso in Russia. L’altro cieco. Perciò il suo sangue si salvò.

Quando mia nonna portò il suo sangue pazzo in Sicilia aveva nove anni. Uno le sembrava di averlo perso a bordo della nave. A dodici il suo sangue la fece “signorina”. Suo padre già la voleva sposa. Sua madre passava le notti a lavare i panni sporchi di mestruo. Non è ancora femmina, diceva al marito. Non è ancora il suo tempo. Nel frattempo pregava che anche il suo sangue smettesse di scorrere.

Quando mio nonno lasciò suo figlio a Carmela, lei era una bambina. Già sanguinava, ma mio nonno provò ad essere paziente.

Mia nonna si era scambiata qualche occhiata con un ragazzo. Me ne parlava sempre, col suo buffo accento. A lui avrebbe voluto rivelare del suo sangue. Non fece in tempo.

Mio nonno tornò che c’erano ancora i fascisti. Aveva atteso troppo. Prese quello che considerava suo. Lasciò mia nonna gravida. Dall’America la sposò per Procura.

Il padre di mio nonno era un architetto, uno scultore. Cadde in disgrazia e mandò i figli a cercare fortuna nei mondi nuovi. La sua famiglia era sbiadita. Col sangue rosa e i peli trasparenti. Mio nonno aveva rubato tutti i colori. Sette fratelli. Tre sopravvissuti. La madre fu per lungo tempo chiusa in un posto con le sbarre. Il mio bisnonno artista la fece madre troppe volte. Lei aveva il sangue ucciso. Come se lui le iniettasse veleno. A volte si portava dentro figli morti per non scambiarli con altri vivi. Sette volte riuscì a tenerli sani. Le prime tre furono le migliori. Poi prese a chiuderli nel cassetto del como’. Li trovarono alla fine. Avevano il sangue ucciso pure loro.

Mia nonna era giovane. L’uomo che aveva sposato era più vecchio di venticinque anni. A quel tempo era così. Anche suo padre era molto più vecchio di sua madre.

Carmela aveva il sangue pazzo. Rosso vivo. Tutto il paese lo vide. Era una macchia estesa, tracotante, su un lenzuolo steso al vento. Vergine acclarata.

Poi lei scoprì che per qualche motivo il suo matrimonio non era valido. Suo figlio prese allora il suo cognome. Lei decise di togliersi la vita refrigerando la vulva. Voleva mischiare sangue mestruale e acqua gelida. A quel tempo si pensava fosse un buon rimedio per porre fine alle vite infelici. Ne ricavò solo un gran raffreddore.

Mio nonno tornò con qualche soldo. Dicono che avesse praticato strane alchimie. Faceva cose con le erbe. Così mi diceva Carmela.

Riuscì a prendere un terreno a mezzadrìa. Lui faceva tutto il lavoro. Il raccolto andava al padrone. Una parte la teneva mio nonno.

La terra era in un buon punto. C’era anche l’acqua. Mio nonno stava attento a non guardare il sangue del fascismo. Mi hanno sempre detto che non era vero che con le camicie nere si poteva dormire con la porta aperta. All’inizio forse fu così. Perché Mussolini non tollerava che i mafiosi si sentissero senza padroni. Che anzi offrirono a lui stesso protezione quando il gerarca varcò lo stretto. Poi, invece, gli finanziarono l’occupazione. Non tutti. Alcuni. Per gratitudine che il Prefetto Mori gli avesse tolto di mezzo un po’ di concorrenza.

Altri mafiosi si rifugiarono in America  e quando ebbero raccolto sangue su sangue allora minacciarono di riprendersi la Sicilia. Questo fu lo sbarco degli americani. Mio nonno stava attento uguale. Perché non c’era differenza. Lasciavano buono il raccolto per il padrone. Il resto però lo pretendevano.

Con i fascisti mio nonno faceva a piedi chilometri e chilometri ogni giorno. Dopo il lavoro. Dopo la stanchezza. Andava a nutrire le famiglie dei suoi fratelli. Quelle delle sue cognate. Sfamava tutti. In silenzio. Senza eroismi. Rischiando di sanguinare per non farsi scoprire il carico di grano. Quella era la sua arma. Con quella tirava fuori dalle grinfie dei fascisti parenti e amici meno prudenti di lui.

Per darsi un’alone di mistero ricominciò la pratica dell’alchimia. Così tornarono a chiamarlo Black Man.

Gli americani misero i mafiosi a fare i sindaci dei paesi. Mio nonno quasi non poteva più dividere il raccolto col padrone.  I contadini già erano stati tutti uccisi. Sparavano padroni e mafiosi.

Poi i criminali delle grandi stragi non servirono più. Troppo chiasso. Gli affari, per prosperare, avevano bisogno di silenzio. Stavano arrivando soldi, appalti, ferrovie.

A questo punto esisteva già il sangue di mia madre. Il nonno lottò fino alla fine per riscattare il terreno. Dove aveva lavorato tutta la vita. C’era quasi. La ferrovia espropriò tutto. Mio nonno morì lasciandomi i suoi libri di magia e il rimpianto per non averlo vissuto a fondo. Mia nonna restò con tre figli. Uno lo amava come fosse l’uomo da sempre desiderato. Lui era quello che la faceva felice. La trattava da Dea.

Non fu mai complice di mia madre. Non come lo fu con suo figlio. Con lui era l’amore. Con lei era un eterno sacrificio.

Mio padre gironzolava in quella casa. Questioni di sangue. E perché mio nonno aveva sfamato pure lui. Per mia madre non c’era un posto. Fecero la fùitina. Il sangue andava e veniva. Per tre figli rimasti in vita. Per due embrioni scivolati via. Per una sorella, morta prima di portarmi via la madre.

Lei non ebbe abbastanza sangue per tutti noi. Quello di mia sorella sparì prima di arrivare. Mio padre la considerò una creatura inutile. Finì lei stessa per negare la sua esistenza.

Io serbai tutto il carico di aspettative per il mio sangue efficiente. Era il mio biglietto da visita. La mia carta vincente. Salve, ho le mie cose. Buondì, sono indisposta. Lietissima, ho il mio ciclo. Il mio sangue non è difettoso. Ha già funzionato. Può funzionare ancora. Sono una figlia degna.

Ho preso il seme di un uomo come tutti gli uomini delle mie madri. C’erano le luminàrie della festa del santo. Il fuoco ardeva rabbioso. Rosso pure quello.

Sono durata poco. Ho il sangue pazzo anch’io. Mi esce dalla testa. Mi riempie i capelli. Mio padre ululava che era meglio se ne usciva un po’ dalle ferite. “Non ti preoccupare! Tanto è sangue pazzo. Meglio no?”

Ho fatto un travaso di sangue. Per mia sorella. Ora io non mi sento così perfetta. Lei non si sente così invisibile. Si è spezzato il cerchio. Dentro. Fuori.

Mentre padre, marito mi obbligavano a sanguinare, fuori era tutto rosso. I mafiosi succhiavano linfa. I vecchi fascisti un po’ gli facevano guerra. Gli americani non sono mai più andati via. Quello che restava dei vecchi contadini era un tutt’uno con la democrazia cristiana. Si trattava di sangue consociativo. C’era il grosso affare della droga. Dovunque i piedi stavano attaccati al suolo. Era il sangue di quelli che non volevano altro sangue. Uomini, donne, bambini. Giornalisti, padri e madri di famiglia, giudici, poliziotti. Perché con un nemico vampiro si sta da una parte sola. I vivi e i morti. Può sembrare confuso, ma l’esame dei gruppi sanguigni e’ un lusso che non ci si può permettere. Si rischia di causare un’emorragia. Le guerre dovrebbero essere fatte sempre da lontano. 

Qualcuno dovrebbe pagare. Ma quelli non pagano.

Ho vissuto un’altra guerra. Stessa confusione. Stessi capitani. Il sangue era ovunque. I nemici diversi, ma forse uguali. Un nemico per forza. Il mondo di fronte. Quello di Genova. Anche quella guerra era meglio farla da lontano. Gli eserciti si comportano tutti allo stesso modo. Le regole sono le stesse.

Qualcuno dovrebbe pagare. Ma quelli non pagano.

Il mio sangue si licenzia dalle guerre di discendenza. E’ disponibile per trasfusioni. Solo se ne è davvero convinto.

Il mio sangue ha generato un maschio. Gli ho raccontato che la magherìa versa il mestruo nel caffè per farlo bere come pozione d’amore. Lui, per fortuna, ride. Fa il count down dei giorni che mi mancano. Tira fuori lo scudo e l’elmetto. Ho dieci giorni al mese. Quelli buoni. Durante gli altri non sono più io. Adesso infatti è il mio sangue che scrive…

###############:::::::::::*******°°°°°°°°°°°°°°################# Curiosità: a Palermo quando una persona piace molto, garba parecchio si dice che “fa sangue” – “Mi fai sangue!” è il massimo della passione. Uno dei vezzeggiativi più diffusi, nelle relazioni affettuose, d’amore, è “Sangu miu” che significa letteralmente “Sangue mio”. Come dire “Gioia mia”, “Amore mio” ma con quel tanto di carnale e passionale tipico da relazioni del sud.

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