Comunicazione, Culture, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze

Una ragione per vivere

A che punto sto? Vediamo… Sto al punto in cui sento una quiete interiore che mi addolcisce ma mi fa pensare che io stia perdendo la spinta verso un obiettivo. Dopo aver tanto parlato di me e del mio passato mi pare di essere incline a comprendere le ragioni di tutti. Incluso mio marito. No, non sono diventata santa né intendo diventarlo. Solo che In me vince quasi sempre la parte razionale, alla faccia di chi dice che le donne sono emotive. Non piango, non mi arrabbio, ripenso a certe cose e mi viene da ridere. Prendo tempo che mi serve per trovare una nuova ragione per vivere. Quella ragione potrei essere io? Non lo so. Non mi torna. Piuttosto intendo qualcosa che mi incuriosisca, qualcosa di nuovo, che ancora non conosco e che mi piacerebbe conoscere. Sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli, sapete com’è, per un’anima depressa gli stimoli rappresentano la vita stessa. Cerco un po’ di bellezza e mi pare di averne vista tanta ma di essermi persa qualcosa durante il corso degli anni, soprattutto durante gli ultimi dedicati semplicemente a sopire il dolore. Quando il dolore è sveglio si è pronti anche a recepire il resto, quello che di bello il mondo ti riserva, eppure al di là dei libri, la bella scrittura, che penso non sarò mai in grado di equiparare, mi pare tutto fermo.

Un po’ mi ricorda l’ultima lontana visita al paese natìo, con strade tutte uguali, negozi ancora aperti, la gente sempre la stessa. Non è un cliche. Ci sono certi luoghi in cui il tempo pare essersi fermato. Tutto rimane immobile e la gente che vi abita fa lo stesso. Perciò me n’ero andata a cercare conoscenza altrove e sempre più altrove fino alla fine degli altrove che ad un certo punto volgono al termine. Mi chiedo cosa avrei da dare o da dire più di quello che ho già dato e detto. Mi chiedo quanto io sia necessaria, al di là della mera sopravvivenza, nella partecipazione di utopie condivise. Sento di aver partecipato a piccole e medie rivoluzioni e poi più niente. Forse le speranze insorgono dove c’è meno stanchezza, più intelligenza condivisa, più relazioni con i mondi nuovi. Ma a parte i mondi che conosciamo mi sembra che tutti siamo fermi a replicare schemi di lotta e di ragionamento. Non c’è bellezza in questo. Non riesco a coglierne l’utilità a parte la necessaria interazione con le persone alle quali lasciare responsabilmente un’eredità di memorie condivise.

Quello che sento e penso, in questa solitaria elucubrazione, è il fatto che mi sfugge qualcosa, a volte una parola, una frase, un ritornello, un ritmo di musica, una nota, un volto, il nome di quella tal persona alla quale ho praticato una fellatio. Forse fa parte del processo di invecchiamento, la perdita di entusiasmi, quando acquisisci consapevolezza del fatto che esistono le maniere dogmatiche di rapportarsi al mondo e poi ci sei tu, oramai svezzata, disincantata, come se nulla potesse più sorprenderti o nulla entusiasmarti. E qui avverto il rischio di diventare la matrona che dice alle donne giovani che quella tal battaglia fu già fatta e così via. Quando toccava a me ascoltare maternali speravo di ritirarmi in silenzio prima di recitarne alcune. Ma sono ancora qui e a dispetto di tutto continuo a curiosare per scovare qualcosa di bello, uno scopo, una ragione per vivere.

Per il momento scrivo per non morire e scrivo per respirare. La ragione per vivere forse la scoverò in seguito. E’ così che parla una depressa? O così parla una donna adulta, oltre la menopausa, con battaglie fatte e vinte, molte perse, con lutti da affrontare e amori da rinnovare o dimenticare. Spero che la Dea delle femministe mi dia un segnale, potente, forte, giacché l’udito non è più come quello di una volta. Le botte, sapete, sempre in testa, creano danni a lungo andare. Un bel segnale, da un mondo lontano, da qualche civiltà aliena, da forme di linguaggio differente, senza che io debba dolermi di rileggere manuali di revisionismo ora del fascismo poi del sessismo. Senza che io debba dispiacermi della morte della parola scritta, comunicata e urlata, per dare voce alle emozioni, ai traumi e ai sentimenti, perché mi pare di essermi risvegliata in un momento di analfabetismo politico in cui tutti dicono qualcosa per sentito dire e poi lasciano commenti tanto per fare, senza che vi sia uno sforzo, una sferzata alle coronarie, un ideale che ti piglia il cuore oltre la mente. Non è che io stia dicendo che era bello quando era peggio. Non ho mai rimpianto il passato figuriamoci adesso. Ma vedo ripetere schemi identici da troppo tempo e vedo relazioni fondate su irrigidimenti identitari che ci impediscono di comunicare su quel che siamo noi, per davvero. La nostra indole profonda, la nostra complessità, il nostro modo di essere perfettibili ed umani.

Se c’è qualcun@ che può darmi spunti vi prego ditemi, ne ho bisogno. Sto sempre qui, su questo blog, nella mia stanza tutta per me, a cercare il modo di navigare lontano e volare un po’ più in alto. Con le ali un po’ provate ma ancora funzionanti.

Un abbraccio miei cari e mie care

Eretica Antonella

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2 pensieri su “Una ragione per vivere”

  1. Direi che c’è sempre qualcosa da scoprire nelle pieghe delle nuvole, nelle gocce di pioggia incastonate come diamanti in mezzo alle foglie, nel rumore che fa la felicità! Splendido post!🎩

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