Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, R-Esistenze, Recensioni

Sono Sangue Pazzo e me ne vanto!

Dal mio ultimo libricino, Sangue Pazzo, ecco un estratto:

“Qualunque sia l’opinione degli altri sulla depressione io posso dire che una persona depressa è ancora viva, resta lì da qualche parte, continua ad esistere e ha il diritto di essere considerata come un’identità con una propria storia, un proprio vissuto. Da persona depressa non ho smesso di credere nelle idee in cui credevo prima, non ho smesso di essere di sinistra e femminista. Non ho smesso di avere dubbi e non ho smesso di usare il mio senso critico. Una persona depressa ha diritto ad autorappresentarsi, ad esprimere la propria opinione e a raccontarsi. Io non sono soltanto una persona che soffre di una malattia mentale. Non è questo che mi caratterizza. Non è questo che fa di me quella che sono. 

La depressione è solo uno dei tanti aspetti che compongono la mia identità. Non per questo ho smarrito ricordi o mi si può ingannare dissimulando quando interpreto la realtà per quella che è. Non per questo mi si può ingannare dicendomi che non ricordo bene, banalizzando le mie sensazioni, togliendomi credibilità. La depressione è una malattia che sto curando con i farmaci adeguati, con l’assistenza di una psichiatra competente e cercando di risolvere i miei traumi con l’aiuto di uno psicoanalista. 

La mia vita resta nelle mie mani, non ho bisogno di tutori che mi rappresentino, nessuno mi può togliere il diritto di scegliere le terapie per la mia malattia, i medici di cui posso servirmi.  La depressione non è un capriccio, non è un comportamento per attirare l’attenzione, non cambia in meglio o in peggio la mia personalità. Così è per i disturbi dell’alimentazione. La bulimia nervosa, il cui senso difficilmente verrebbe compreso da mia madre la quale curava ogni problema familiare con un pranzo sufficiente per sfamare un esercito, non mi rende meno persona di qualunque altra. 

Questo disturbo influenza comportamenti, induce all’isolamento, rende difficili gli incontri a cena o a pranzo. Questo disturbo rende difficile la socialità tanto quanto la depressione. Ma da quel che ho visto negli ultimi mesi quei comportamenti non erano influenzati tanto dai disturbi quanto dallo stigma che ne derivava.   Dichiarare pubblicamente di soffrire di depressione e bulimia ha reso per me più semplice accogliere in casa ospiti, uscire e camminare all’aperto, incontrare persone, accettare contatti a me prima estranei.  Dunque posso dire che quei comportamenti erano influenzati davvero dallo stigma e non dai disturbi in quanto tali. 

Ora che posso manifestare serenamente quello che sono e i disturbi di cui soffro, seppur con prudenza, non ho problemi a socializzare, ad accettare visite o restituirle per quel che mi è possibile.  Scrivo tutto questo per ricordarmi chi sono, quello che sto attraversando, e che in un certo qual modo comincio perfino ad essere orgogliosa di quel marchio che mi è stato dato da bambina. Io sono sangue pazzo e me ne vanto. Penso che esserlo mi abbia reso migliore, abbia amplificato lo spettro delle mie zone di ascolto, mi abbia resa più sensibile a tanti problemi che altrimenti avrei ignorato, mi abbia permesso di stringere un contatto privilegiato con altre solitudini ancora vincolate dallo stigma sociale sulle malattie mentali. 

Essere sangue pazzo mi ha dato la possibilità di riflettere su quali sono le risorse disponibili in questo Stato nel settore della salute mentale. Mi ha permesso di indagare sui criteri di attribuzione di servizi o sul riconoscimento dell’opinione del paziente negli ospedali psichiatrici. Mi ha permesso di scoprire che esiste ancora la pratica della contenzione o l’elettroshock contro cui tante lotte Basaglia e i basagliani avevano fatto. Essere sangue pazzo mi ha permesso di trovare un minimo di equilibrio riuscendo a dare un nome a quello che ho vissuto e che sto vivendo. Una cosa che ci insegnano da femministe è che nominare la violenza ci permette di affrontarla e trovare un modo per sconfiggerla. Dalla lezione femminista traggo la forza per nominare la depressione e la bulimia senza vergognarmene. Della mia debolezza faccio un punto di forza. Della mia vulnerabilità e fragilità manifesta faccio un punto di discussione.  Rifletto per esempio su quello che dicevo all’inizio, ovvero il fatto che per credenza popolare si ritenesse che il sangue pazzo fosse ereditario soltanto in linea femminile. Confrontando i dati che ho trovato sul sito del Ministero della Salute scopro che tra tutte le persone affette di depressione più del 90% risulta essere di sesso femminile. Non posso dunque non pensare al fatto che la depressione derivi anche da stereotipi e discriminazioni di genere. Con la coscienza di quello che sono e di cui soffro posso declinare un personal politico femminista differente, che comprende la salute mentale come punto di discussione che ci riguarda. Se io non fossi nata femmina, anzi se non fossi stata cresciuta per essere la perfetta femmina adatta a ruoli domestici e di cura, se non fossi stata brutalmente picchiata da mio padre e dal mio ex marito ogni qualvolta esprimevo esigenza di libertà di scelta, se non avessi dovuto scontrarmi con molestie sessuali, stupro, body shaming, apprezzamenti o deprezzamenti del mio corpo in funzione del desiderio sessuale maschile, forse oggi non soffrirei di depressione post traumatica e di bulimia. 

Forse non mi sarei mai preoccupata di dover essere magra e bella per somigliare a modelli estetici irraggiungibili quali erano quelli delle modelle le cui foto erano pubblicate su riviste di moda. Se la questione di genere non c’entra con questi fattori allora bisognerebbe dar seguito a chiacchiere paternaliste di scienziati ottocenteschi che presumono ancora esista l’isteria per la donna. Della depressione e dei disturbi dell’alimentazione in realtà la scienza sa molto poco e molto poco considera l’influenza sociale che deriva dagli stereotipi di genere per ripensare in termini preventivi la cura di queste malattie. Le nostre menti sono soggette a influenze sociali. Noi siamo il risultato dell’educazione che abbiamo ricevuto. Solo diseducandoci rintracciamo un nuovo corso, una strada diversa per noi. Ma dello sforzo che dobbiamo fare per far coincidere l’identità ottenuta dall’educazione con l’identità utopistica che vorremmo per noi nessuno sa realmente niente. Nessuno sa quanto sia faticoso dismettere i panni della femmina educata per ruoli domestici e di cura per vestire panni che usiamo cucirci addosso andando per tentativi e nella speranza che ci facciano sentire più a nostro agio con noi stesse. In questa lotta furibonda tra quel che eravamo e quel che vogliamo diventare c’è qualche vittima. 

Quelle vittime siamo noi, con le nostre contraddizioni, intente a liberarci dal maschilismo interiorizzato, con la fatica di reinventarsi ogni giorno senza seguire modelli a noi noti. Sentendo forte la responsabilità di creare percorsi nuovi che siano utili ad altre, nel frattempo quel che perdiamo è un po‘ di noi per barattarlo con qualcosa che può darci un senso di estraneità e sfinimento.

Per esempio: femminista non si nasce, si diventa. Quel divenire rappresenta la lotta che compiamo per separarci dal passato e inventare qualcosa di nuovo. Se dalla mia non avessi avuto una indole creativa e la curiosità verso tutto ciò che è nuovo probabilmente sarei rimasta incline a replicare il modello materno. Non so davvero quanto debba essere difficile per tutte cercare di reinventarsi e quanto questo possa provocare frustrazione e sofferenza. Per quel che so la mia sofferenza ora si chiama depressione e bulimia. Da ciò capisco che sebbene non sia sotto il mio controllo la soluzione a questi miei problemi posso però contribuire a svelarne l’origine per quel che mi riguarda. (…)

Sono Antonella, mi chiamano Eretica, mi chiamavano sangue pazzo, e sono viva.”

Il resto potete leggerlo acquistando l’ebook QUI

Presto Online anche il cartaceo.

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