Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, Precarietà, R-Esistenze

Molestie sul lavoro

Secondo la legge per risolvere il problema basta fare una denuncia. Nei fatti non è così. La molestia sul lavoro può essere realizzata attraverso battute sessiste, barzellette a sfondo sessuale, atteggiamenti equivoci, palpeggiamenti, e qualunque genere di comportamento che ti metta a disagio e provochi turbamento. Generalmente la molestia sul lavoro si svolge in maniera subdola, senza un pubblico, senza prove concrete che attestino che la molestia sia realmente avvenuta. Secondo stereotipi e pregiudizi di genere una donna che subisce molestia sul lavoro subisce innanzitutto colpevolizzazione e giudizi persino da parte delle altre donne che sosterranno che la vittima abbia comportamenti che incoraggiano un certo tipo di atteggiamento da parte del datore di lavoro per trarne giovamento con avanzamenti di carriera.

Uno dei pregiudizi ricorrenti in relazione alle donne che denunciano di aver subito molestie sul lavoro e quello che lei se la sia cercata per cercare di ottenere vantaggi di qualunque tipo. Se molte donne si schierano contro altre donne vittime di molestia sul lavoro e perché vige l’interiorizzazione del maschilismo di cui abbiamo già parlato nel capitolo precedente. Ci sono donne che pensano esattamente come i maschilisti che la donna abbia oro tra le cosce e che sappia farlo fruttare bene per ottenerne vantaggi. La verità e che i datori di lavoro molto più spesso molestano donne ricattabili, con problemi personali, con figli a carico, possibilmente non sposate, forse divorziate o separate. Ancora più spesso vengono molestate le donne migranti che possono restare in questa nazione solo grazie al permesso di soggiorno ottenuto tramite dichiarazione del datore di lavoro che le assume. La donna molestata raramente trova solidarietà presso le colleghe e i colleghi di lavoro. prima di pensare ad una qualunque denuncia la donna molestata deve fare i conti con la possibilità di perdere quel lavoro e quindi quel necessario introito economico che nessun futuro le risarcirà.

Nel caso di donne migranti quella denuncia può voler dire la perdita del diritto al permesso di soggiorno. Perciò le donne sopportano individui viscidi che mettono loro le mani addosso contando sulla propria impunità. Se la donna avesse quantomeno la solidarietà di colleghe e colleghi di lavoro potrebbe fare in modo di ottenere dei testimoni per gli episodi di molestia. Per esperienza so che colleghe e colleghi ritengono che se tu sei la vittima di una molestia evidentemente te la sei cercata perché a loro non capiterebbe mai qualcosa del genere. Io denunciai di essere stata molestata da un mio datore di lavoro al capo di quel gruppo il quale mi disse che gli avrebbe parlato sedando i suoi istinti. Colleghe e colleghi erano informati sebbene egli non si facesse scrupoli a palpeggiarmi davanti a loro. Il risultato fu che il mio contratto non venne rinnovato. Se mi fossi rivolta a un sindacato o se avessi fatto il regolare denuncia di molestia sessuale sarebbe cambiato qualcosa? Dubito che colleghe e colleghi si sarebbero schierati con me perché anche loro avevano qualcosa da perdere. Quindi si tratta di un terreno scivoloso che proprio per questo favorisce il reiterarsi di azioni moleste da parte dei datori di lavoro.

Fui molestata anche in un ristorante dove facevo la cameriera, pagata in nero, ed era un lavoro a me necessario per campare. In questo caso invece di rivolgermi a qualcuno dissi a lui stesso che se mi avesse rimesso le mani addosso gliele avrei tagliate. Non so quanto lui prendesse sul serio la mia minaccia ma credo che il fatto di ricorrere alla legge in certi contesti ti faccia apparire più debole. Dunque l’idea che tu possa cavartela da sola sembra fare più paura ad un datore di lavoro molesto che potrebbe così pensare che in realtà hai risorse inaspettate e non sei così indifesa. Di fatto lui smise di mettermi le mani addosso. Con ciò non voglio incoraggiare nessuna ad adoperare soluzioni da giustiziera. Ritengo sia necessario utilizzare le leggi esistenti ma non senza il supporto di un centro antiviolenza o di una rete di donne che possa esserti utile, supportarti, eventualmente aiutarti a trovare un altro lavoro. E non bisogna dimenticare che la molestia sul lavoro porta con sé uno strascico di disagio psicologico che può sfociare in depressione o autolesionismo. La rabbia e la frustrazione represse a lungo in situazioni di questo tipo possono generare disturbi dei quali in genere la legge non tiene conto né per valutare un risarcimento morale che sia degno di questo nome né per fornire assistenza psicologica alle vittime che di sicuro non hanno solo bisogno di un militare per stendere il verbale della denuncia. Il problema della salute mentale come conseguenza ad un atto di molestia prolungato, per esempio, può diventare talmente ampio da far nascere ideazioni suicidarie. Perciò è necessario un approccio alla violenza di genere che tenga conto di tutto questo.

   

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6 pensieri su “Molestie sul lavoro”

  1. Da tempo ho perso fiducia nella “legge”, nelle istituzioni e nello Stato. La legge, nella pratica, si applica troppo discrezionalmente (e non a ragione). Non mi va giù che se fai una denuncia quelli se ne possono semplicemente sbattere facendo finta che non esista. Non è giusto. E con questo decade tutto il Sistema della giustizia, che è davvero una barzelletta, in definitiva, se uno ha il coraggio di vedere le cose per quel che sono, e non per come le raccontano.

  2. Provo a spiegarti cosa c’è che non va in un articolo altrimenti largamente condivisibile e in grado di suscitare empatia anche in un antifemminista:

    “La molestia sul lavoro può essere realizzata attraverso battute sessiste, barzellette a sfondo sessuale, atteggiamenti equivoci, palpeggiamenti, e qualunque genere di comportamento che ti metta a disagio e provochi turbamento.”

    Sai qual’è il problema?
    A me fa arrabbiare se un datore di lavoro mette le mani addosso a una lavoratrice subordinata e ricattabile: è una cosa che grida vendetta.
    Poi però viene quel BARZELLETTE A SFONDO SESSUALE e noi lo leggiamo come: se io racconto una barzelletta a un collega e c’è una femminista in ascolto quella tenterà di farmi passare dei guai.
    Posso pure capire che non gradisci che io racconti A TE delle barzellette a sfondo sessuale: se però prima avevi tutto il mio accoratissimo supporto, adesso già penso che tu sia noiosa e rompicoglioni, ma si può sopportare.
    Invece dei tuoi turbamenti derivanti da eventuali barzellette che io racconto a un altro e non a te: non me ne frega proprio niente, e si passa anzi il limite: che è quel limite passato il quale uno perde tutta l’empatia, e dice “forse è meglio se la fanno scappare, perchè è una mina vagante: a mali estremi estremi rimedi”.
    Capito qual’è il problema?
    A tirare troppo la corda, la corda si spezza: la solidarietà non è una cosa da poco, perché anche a mostrare solidarietà e prendere posizione ci si espone e si rischia.
    Quindi è molto più saggio chiederla SOLO sulle cose SERIE, come la prima che ho citato.

    1. Seriamente: a chi dovrebbe interessare cosa, per te, è giusto che lei scriva oppure no?
      A chi interessa cosa è serio, per te, e cosa non lo è?
      Non importa a nessun* cosa per te non sia sessismo.
      C’è sempre quest’idea di potere classista dove chi è discriminato deve dimostrare qualcosa per meritare supporto e solidarietà da chi non lo è. Scendi dal piedistallo. Non si elemosina il rispetto, nessuno deve convincerti, nessuno deve farlo in modo da non disturbarti troppo.
      Che sciocche pretese.
      Se la tua idea di sessismo non corrisponde alla realtà è solo un tuo problema, non di chi scrive.
      .

      1. A chi dovrebbe interessare cosa pensa chiunque altro?
        Qual’è quindi lo scopo di comunicare con gli altri?
        Vedi, secondo il tuo ragionamento non c’è alcuno scopo nel comunicare con gli altri.

        Ma a differenza tua chi tiene un blog lo fa perché vuole comunicare qualcosa agli altri, e quindi gli interessa il pensiero altrui.

        Non vedo come possa esserci solidarietà per chichessia se si parte dalla base che non interessa ciò che pensano gli altri, è proprio un controsenso pensare che a qualcuno non freghi nulla di quel che pensano gli altri ma poi ritenga che possa esistere solidarietà tra le persone: la solidarietà non è mica una cosa mitologica che esiste in assenza di qualsiasi altra interazione umana: è una cosa NATURALE, che cresce senza problemi, se si pongono le condizioni per svilupparla.

        Insomma se la solidarietà fosse una pianta il tuo modo di ragionare sarebbe il diserbante.

        1. Hai volutamente frainteso quello che ho scritto per mettermi in bocca frasi che non mai detto e che non penso. Un mezzuccio che ritengo patetico.

          Tu non stai dando la tua opinione, stai facendo del mansplaining e zittendo le persone che parlano di abusi, stai riscrivendo il significato di sessismo, stai dicendo che toni devono essere usati per essere credibili.
          Ripeto: non sei nessuno per farlo, nessuno elemosina la tua solidarietà considerato quello che ti permetti di scrivere.

          Ps: visto che ti sei permesso di screditarmi affibbiandomi ragionamenti che non ho mai fatto mi sembra inutile continuare un infinito rispondere a fanta-commenti che produrrai per riparare all’orgoglio ferito. Ti auguro un buon proseguimento, da solo.

          1. Hai proprio scritto che la solidarietà per chi è discriminato deve essere automatica, anche se tale persona se ne strafrega di opinioni e sentimenti altrui.
            In pratica ci sarebbe un “diritto alla solidarietà” per “chi è discriminato”.
            Prendiamo per buono che ci sia un “diritto alla solidarietà” per “chi è discriminato”: non è affatto scontato che la “parte debole” in tutte le occasioni sia quella che pensi tu.
            Infatti nel caso un datore di lavoro allunghi le mani sulla dipendente non c’è alcun dubbio su chi sia la parte forte e chi sia la parte debole.
            MA nel caso che Tizio racconti una barzelletta a sfondo sessuale a Caio e Sempronia la ascolti e faccia passare dei guai a Tizio, NON è affatto chiaro chi sia la parte forte e chi sia la parte debole, e se Sempronia crea effettivamente problemi a Tizio allora 99% la parte privilegiata è Sempronia, che ha il potere di censurare le conversazioni altrui, è Sempronia che ha dato prova di avere maggiore potere istituzionale.

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