Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, R-Esistenze, Storie

Molestie su minori e omertà a protezione dei pedofili

Vi parlerò di due casi, di cui sono a conoscenza. Perché di questo argomento infido parlano fin troppo senza sapere nulla, molto spesso di pancia ma non è un argomento che va affrontato di pancia ma con la testa.

Il primo: padre molesto, stupratore, di cinque figlie. Sono scappate tutte, prima o poi, anche prima della maggiore età. Non seppero salvarsi a vicenda. Madre assente, totalmente presa dal ruolo della matrona meridionale che con il cibo intende saziare appetiti e cancellare ogni problema. Se quando la prima delle sorelle fuggite avesse detto alla successiva vittima quello che le sarebbe capitato e così via fino all’ultima ragazzina, almeno alcune di loro avrebbero vissuto senza quel trauma. Ma in quella famiglia si sviluppò un misto di amore e odio per cui quando il padre cominciò a guardare con altri occhi la sorellina, quella più grande ne fu indispettita, si sentì abbandonata. Quello era l’unico modo che lei aveva per sentirsi amata dal padre e quel misto di sentimenti e vergogna, sensi di colpa e coinvolgimento emotivo la portavano a non vedere di buon occhio la sua rivale. Mi raccontarono di un gioco che il padre usava fare, la sera, dopo aver bevuto, con la moglie già a dormire, come fanno le brave casalinghe, pronte a svegliarsi presto l’indomani, il padre chiedeva alle bambine di ballare, in camicia da notte, e lui applaudiva, le faceva sentire speciali, poi riservava il gioco più speciale ad una sola, finché rimase l’ultima, la più giovane, fuggita di casa a sedici anni, per raggiungere le sorelle maggiori. La prima, per poter andare via, aveva accettato di sposarsi e accolse con sé tutte le altre, poi si separò, rimasero solo loro, le sorelle. Il padre non smetteva perché le bambine crescevano, perché continuava, fino all’adolescenza. Dunque non si può proprio parlare di una “malattia” quanto del vizio del padre padrone di coltivare un harem con figlie femmine pronte a sostituire l’indesiderabile moglie.

Tutte le sorelle ebbero poi storie complicate con gli uomini, l’ultima sceglieva quelli che la picchiavano, perché voleva essere punita, si sentiva in colpa. Poi il padre morì e tutte tirarono un sospiro di sollievo. Fu a quel punto che si scagliarono contro la madre, le dissero tutto, e le attribuirono parte della responsabilità. Perché lei sapeva e non fece mai nulla, per il buon nome della famiglia, per non perdere il favore dei vicini, per poter ricoprire un ruolo sociale privo di pecche. La moglie rimase così da sola, senza nessuno, per lungo tempo, mentre le figlie cambiarono città e alcune anche Paese, allontanandosi il più possibile da tutto.

Secondo: una bambina viene molestata dal nonno, un altro padre padrone che pensa che le femmine siano buone solo per fare una cosa. La bambina lo dice alla madre la quale le proibisce di parlarne, perché non era vero, solo immaginazione. Quando arrivò dall’estero la sorella con una nipotina, il nonno le invitò a restare con lui ma lei rifiutò. Le due sorelle sapevano, non per sentito dire, ma per essere state vittime di quel padre. Dopodiché erano andate avanti con le loro vite, quel padre dimostrò attaccamento verso le figlie, ne favorì i matrimoni, diede loro soldi per le case, perché lui non era uno qualunque ma un cittadino perbene, benvoluto, rispettato e che viveva nel benessere. La madre non disse alla figlia di tacere per proteggere il padre ma per proteggere se stessa, la strada che aveva compiuto, la sua famiglia, i figli. La molestia alla bambina fu dovuta ad un momento di “distrazione”, potremmo dire. Nell’intenzione della madre c’era il fatto di non voler distruggere tutto, i legami familiari, le complicità, la rete fitta di omertà costruita per conservare intatto il buon nome di quell’uomo stimato da tutti. D’altro canto le due donne non avevano parlato ai mariti delle circostanze accadute. Si vergognavano troppo e volevano soltanto dimenticare. Il nonno morì, quella bambina crebbe e tentò il suicidio almeno un paio di volte fintanto che non fu sottoposta a terapia per depressione e disturbo bipolare.

Se un fenomeno come la molestia sui minori può proliferare è perché si lega agli affetti, alle cose non dette, ai ruoli sociali, al giudizio sociale, ai pregiudizi della gente. Le donne si preoccupavano per la madre, in questo caso, perché ne sarebbe uscita distrutta e non avrebbe potuto mai più guardare le nipotine allo stesso modo sapendo quanto era successo. Una vittima dopo l’altra, compiacendo un uomo che in una femmina, parente o meno, vedeva solo un modo per procurarsi piacere.

La maggior parte delle volte in cui mi hanno parlato di molestie su minori c’erano di mezzo ancora legami, omertà, cose semplici da capire e difficili da smontare. Non si trattava del mostro venuto da fuori o del perverso satanico che con i bambini compiva riti magici. Solo legami parentali, stretti, infinitamente infidi, esattamente come quelli che si realizzano nel caso delle violenze domestiche. Ma nel picchiare un bambino non c’è disonore, per la nostra società di benpensanti. Anzi veniva considerato un buon metodo educativo dunque semmai arriva la sorpresa ad ogni denuncia fatta. Nel molestare un minore invece il disonore c’è tutto, e c’è soprattutto per le molestie sui bambini, i maschi, dato che la cosa che la società moralista e puritana odia più di tutto non è lo stupro ma l’omosessualità. Il fatto che un bambino possa essere stato infettato scatena le ire dei genitori. Se una bambina viene molestata a molti sembra quasi normale.

Se si vuole parlare di pedofilia quindi vanno considerati un insieme di fattori determinanti: il mostro è sempre in famiglia, l’omertà è costruita a protezione del benessere familiare e del mostro, la rabbia più profonda arriva se viene molestato un figlio, perché le femmine, si sa, sono nate per quello, per essere molestate in eterno, perché peccatrici e tentatrici.

Ho un terzo caso, a proposito, e lo liquido in fretta perché non posso svelare troppi dettagli. L’unico è che quando la bambina disse di essere stata molestata dallo zio, la moglie, quindi la zia, disse che lei era una puttanella e che sicuramente aveva fatto qualcosa per tentarlo. Di puttanelle è pieno il mondo, così ci considerano da piccole e poi da grandi. Quella bambina, la puttanella, aveva otto anni all’epoca del fatto. Mi pare che da discutere ci sia un bel po’ e forse meglio dei soliti assalti al mostro, senza capire perché è difficile disinnescare una violenza su minori in questa bell’Italia in cui la famiglia eterosessuale è benedetta, santificata, senza considerare il fatto che sia un concentrato di traumatiche vicende contro donne e bambini. Non siete d’accordo?

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