Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, Precarietà, R-Esistenze, Welfare

Ruoli sociali: la donna come ammortizzatore sociale

Continuano le puntate del Femminismo secondo la depressa sobria.

Sapete quanto costa badare alla casa, alla famiglia, ai figli, agli anziani, ai disabili, ai malati? Costa tantissimo. Un welfare a misura di individuo avrebbe trovato il modo di alleggerire il peso di queste responsabilità a chiunque o le avrebbe suddivise equamente per tutti i generi, invece essendo la nostra una società di impostazione cattolica, che mira alla famiglia eterosessuale come modello sociale, quelle responsabilità le ha assegnate solamente alle donne. Le donne ammortizzano una spesa di miliardi di euro annui che lo Stato risparmia per reinvestirli non nella salute, sempre più volta alla privatizzazione, non nell’istruzione, anch’essa diretta verso la forma aziendale, ma negli armamenti, nella difesa, nella struttura delle forze dell’ordine, un ordine che ha radici patriarcali e che i patriarchi farebbero di tutto per mantenere tale.

Tutte le donne che si sono ribellate a questo ordine hanno pagato con la vita, sono state perseguitate e uccise, vedi la caccia alle streghe in pieno periodo di declino economico in cui era urgente che le donne riassumessero i ruoli per i quali le corti, i re, i governi, volevano risparmiare. Immaginare una società anche a misura di donna costerebbe poco, soltanto un po’ di buon senso. Invece alle donne è assegnato il ruolo di cura e quando è la donna stessa ad averne bisogno è più semplice che i mariti si facciano da parte o che i figli paghino una badante, dunque un’altra donna, per risolvere il problema.

Uno sciopero generale delle donne da tutti i ruoli di cura farebbe crollare ogni paese del mondo. Non se lo aspettano né lo temono perché questi ruoli sono stati costruiti a suon di ricatti psicologici. Ci sono i figli che sono delle madri, i mariti di cui occuparsi, i vecchi che sarebbero solo, i disabili di cui non si occuperebbe nessuno, i malati privi di assistenza. E le donne? Per quelle negli anni ottanta le donne del partito comunista, complici a legittimare una riforma economica che precarizzava il lavoro, ci raccontarono la favola della politica dei tempi. Meno lavoro, più part tipe, più tempo per noi. Non era vero. Era solo un favore fatto alle aziende, esattamente come quando si parla di incentivi alle assunzioni per le donne che sono state fuori dal mercato del lavoro per un bel po’ perché hanno cresciuto i figli. Quegli incentivi non convengono a nessuno, mi disse un imprenditore tempo fa, perché alla fine li danno solo se fai contratti a tempo indeterminato e dunque ti resta sul groppone la donna dipendente che non puoi licenziare se non per giusta causa. Ma oggi probabilmente non è neppure più così perché possono licenziarti quando vogliono.

Ma in quel tempo, quando si parlò di contratti co.co.co. e contratti a progetto tutte facevano finta di non sapere che i datori di lavoro ci facevano firmare fogli in bianco per licenziarci ad ogni maternità o anche al minimo avviso di problemi di salute. Con i contratti a progetto per esempio non ti pagano le ferie né la malattia. E tantissime donne sono rimaste a casa a fare le casalinghe, stanche di cercare lavoro inutilmente, dato che nessuno le voleva assumere perché costituivano un rischio troppo forte per le aziende. Di queste donne che non hanno più trovato lavoro, la mia generazione, quelle che per un soffio hanno perso possibilità di stabilizzazione, saltando da un lavoro ad un altro, accumulando competenze variegate che poi non servivano a nessuno in particolare, moltissime sono state colpite da depressione. Il 96 % delle donne soffre di depressione e tra queste oltre l’87% è senza lavoro.

Se i numeri non sono un’opinione questo non dovrebbe essere considerato un caso. C’è un rapporto preciso tra la precarietà delle donne, spinte a svolgere soltanto ruoli di cura, e la malattia mentale. In questi giorni dovendo fare giri tra ospedali e centri di salute mentale ho intervistato un po’ di donne più o meno della mia età, anche più giovani. Le mie coetanee raccontavano la stessa storia. Lavori temporanei finché nessuno le ha più assunte perché troppo vecchie secondo gli standard aziendali. L’esperienza non contava niente. Le più giovani dicevano di fare un paio di lavoretti ma niente di certo, dopo una laurea si intende, e non potevano progettare niente, perciò il calo di matrimoni o di nascite che si vorrebbe addebitare alla femmina amazzone in carriera ma che in realtà dipende dal nostro stato di totale precarietà. Perciò porgo a voi – donne – qualche domanda, le vostre risposte non varranno ai fini statistici ma potremo farci un ragionamento importante attorno, sotto e sopra:

1 – quanti anni hai?

2 – hai un lavoro? e se non ce l’hai come e chi ti mantiene?

3 – svolgi lavoro di cura? se sì per scelta o obbligo?

4 – soffri di quale disturbo mentale?

Mandatemi le risposte per mail a abbattoimuri@gmail.com e io manterrò il vostro totale anonimato come sempre.

Aspetto voi per fare un’analisi più accurata. Grazie

Eretica

Antonella

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