Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze, Strega

La nostra rabbia vi seppellirà

Più leggo le storie di donne che hanno subito molestie, stupri, violenze e più la rabbia sale. Perché mi rifiuto di sentirmi impotrente. Ho sempre rifiutato l’idea che le cose dovessero essere quelle, ma sì lasciamo perdere, tanto non cambia niente, e mi sono assunta la responsabilità di voler cambiare qualcosa, per me stessa, per le altre, con tutta la fatica che ciò comporta. Perché sono cresciuta anch’io in luoghi in cui c’era la gara dei piccoli maschi a chi ti toccava prima il culo o il seno. Perché il mio corpo come quello di molte altre è sempre stato meta di scommesse, conquiste, bottino di guerre, premio per chi ce l’aveva più grande, l’ego. Perché ho vissuto in spazi perfino troppo stretti in cui vecchi bavosi insistevano per volermi trascinare dove avrei potuto leccare il gelato (ti piace leccare il gelato, vero?), e tutto questo accadeva quando avevo otto, dieci, dodici anni, figuriamoci a quattordici, mentre io cercavo di capire chi ero e tentavo di sopravvivere con tutte le mie forze per stabilire un discreto rapporto con me stessa.

Mi è capitato di essere trascinata dal gruppo che mi ha violata e toccata dappertutto, mi è capitato di sentirmi un oggetto inanimato quando un lui decideva di racchiudermi tra le sue cosce per negarmi il piacere di scegliere. Ho dovuto determinare quel che per me era sessualità buona nel bel mezzo dei ricatti e dei sensi di colpa. Perché è difficile concludere che basta che tu sappia quel che ti piace se tutti fanno a gara per importi quello che piace a loro. Ti piacerà vedrai, ti deve piacere, fattelo piacere, non senti anche tu quel pizzico di eccitazione? E se dicevi di no quante volte avrebbero accettato impunemente la risposta? Se dicevi di no eri frigida, strana, pazza, insensibile o semplicemente una troia che si era fatta divaricare troppo e che aveva perso sensibilità in mezzo alle gambe.

Com’è possibile che un giovane ragazzo non capisca la differenza tra una semplice chiacchierata sul sesso e il consenso a fare del sesso insieme. Quante volte mi hanno detto che da come vestivo o mi muovevo davo l’idea di essere disponibile. Ma è anche possibile che lo fossi ma disponibile con chi? E per cosa? E quando ho capito cosa mi piaceva era anche più difficile. Ero diretta, schietta, senza pudore, a scanso di equivoci dicevo cosa volevo e se non potevano offrirmelo allora pace e bene e andate a fare in culo. Quindi in quel caso sei puttana, ancora, perchè sai cosa vuoi e lo rivendichi. Perché ti rifiuti di essere un oggetto e diventi soggetto. E ti chiamano puttana se urli che il tizio sul bus ti sta tastando il culo, sei troia perché al lavoro non dovresti essere così sexy altrimenti dai l’idea di starci e poi il datore di lavoro ti molesta. Sei troia perché dici di no e lo sei perché dici di sì senza esitare. Lo sei comunque perché quel che gli uomini dalla sessualità insicura non hanno ancora capito è che non possono avere il controllo sulle scelte e le azioni di un’altra persona. E se non hanno il controllo il loro animo da bulli potenziali o in atto si deprime e non sanno cosa fare o dire. Diventano esseri balbettanti concentrati su una sola cosa: il loro ego, che spesso coincide con le voglie del loro cazzo.

Ma quanta rabbia per tanti pensieri e tanta analisi sprecata per cercare di spiegarmi il comportamento di tizio e caio. Quanta rabbia per il tempo speso a sentirmi in colpa per qualunque cosa, sempre. Quanta rabbia. E se da questa rabbia alla fine non viene fuori un urlo, personale o collettivo, verrà fuori l’autodistruzione. E quanti modi di farci male conosciamo noi donne, per tutto ciò che dobbiamo patire. Quanti tagli, e abbuffate, e pillole e altri mille metodi che ci fanno soffrire e ci fanno sentire ancora più sole. Se questa è la cultura del domani figuriamoci cos’era quella di ieri. Bisogna urlare che è necessario cambiarla. Che non ci tocchino neppure per sbaglio, che non pretendano di avere il controllo sui nostri corpi e la nostra sessualità. Che non osino mai più ferirci, percuoterci, farci del male. Perché soffriamo da così tanto tempo, in silenzio, da sole, che è l’ora che la voce diventi collettiva e perciò lo sforzo di raccontarsi ad altre ci rende un pochino più forti. Anche solo un po’. Perché non succede solo a te, a te o a te. Succede a tutte, tutti i giorni, e tutte noi paghiamo amaramente per quello che ci hanno fatto. Sarebbe il momento di dire basta. Insieme.

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