Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Violenza

Il Consenso appreso da chi dice che lo fa per il tuo bene

Mentre rivedo e faccio l’impaginazione in un unico file delle storie della campagna #tuttacolpamia mi viene in mente che la parola che contraddistingue tutte le storie è “consenso”. Ma non parlo del fatto che se dici No nessuno, e dico nessuno, potrà mai toccarti. Non parlo del fatto che quel consenso può essere a volte dato e poi ritirato in qualunque momento, in tal caso lui dovrà fermarsi o si chiama stupro. Parlo del fatto che la parola Consenso viene utilizzata in molti modi e richiesta sempre e comunque per il tuo bene.

Si parla, per esempio, di consenso in caso di intervento chirurgico. Si parla di consenso in caso di interruzione di gravidanza o di procedure per il parto. Si parla di consenso quando ti ricoverano in un reparto psichiatrico e il tuo consenso è dato nel matrimonio. Nessuno spiega effettivamente a cosa stai acconsentendo in realtà. E tutto ciò per cui neghi il consenso devi chiarirlo volta per volta e con molta fatica.

Mio padre diceva che per il mio bene dovevo acconsentire al fatto che lui avrebbe potuto compiere qualunque azione, in nome del mio benessere. Con il mio relativo consenso dunque mi picchiò, mi chiuse in camera, mi fece passare le pene dell’inferno.

Quando diedi il consenso per avviare le procedure del parto di sicuro non avevo acconsentito al taglietto tra vagina e ano, non avevo acconsentito all’introduzione forzata della mano dell’ostetrica prima che il tempo delle doglie finisse e non avevo acconsentito alla mossa della anziana signora che a costo di rompermi le costole si tuffò con i gomiti su di me per far venir fuori il figlio. Quindi dove inizia e dove finisce il consenso?

Quando diedi il consenso per l’aborto non avevo acconsentito ai commenti viscidi dell’uomo in camice che accarezzava la mano della giovane vicina di barella né ai commenti sessisti dell’infermiera che tradendo la sua professione diceva che oramai mi ero liberata e dunque potevo dedicarmi alla carriera (quale carriera poi!).

Quando diedi il consenso per stare nel reparto psichiatrico non avevo acconsentito alla somministrazione di ogni farmaco senza esserne informata preliminarmente. E c’è da dire che quando non sei tu a poter dare il consenso vale quello del tuo tutore. Il mio tutore assente in reparto non poteva di certo sapere quali trattamenti sarebbero stati praticati su di me.

Così vale per i tutori della giovane anoressica che per il suo bene avevano acconsentito che le si praticasse la contenzione. Ma sapevano quanto sarebbe durata? Sapevano che la loro figlia urlava per tutta la notte fin quasi a perdere il fiato?

Se ci fosse un limite preciso alle modalità attraverso le quali forniamo il nostro consenso quando si parla del nostro corpo forse non ci sarebbero fraintendimenti neppure con i rapporti sessuali. Sì ho acconsentito a fare sesso con te ma non ho mai acconsentito per la penetrazione anale.Oppure non ho mai acconsentito al fatto che tu tieni la mia testa giù talmente forte, mentre ti faccio un pompino, al punto di impedirmi di respirare. E se questi gentiluomini continuano a insistere dicendo che lo vuoi anche tu, che ti piace, è per il tuo bene, da qualcuno devono averlo imparato.

C’è un equivoco di fondo su ogni cosa riguarda il consenso in relazione ai nostri corpi. Questa non è una cosa di poco conto.

E questo. Ho interrotto l’impaginazione perché dopo aver letto decine di storie di stupri mi sono detta che il mio cervello doveva respirare un po’. Eccovi il mio respiro.

Eretica Antonella

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1 pensiero su “Il Consenso appreso da chi dice che lo fa per il tuo bene”

  1. Più in generale possiamo dire che viviamo in un mondo ipocrita che applica “leggi” che quando fanno comodo si applicano, quando no, non si applicano. E spesso qualcuno può farti notare il tuo bruscolino nell’occhio, mentre chi parla magari ha una trave ficcata in culo (vedi pure vignette di Altan).

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