Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: depressione e tentato suici.dio

Appunti per la mia autobiografia.

Nell’ultimo periodo di gestione del progetto di Abbatto i Muri ho saltato fasi, ho lasciato le mie compagne da sole, senza spiegare niente, parlando di vaghi problemi di salute. Poi tornavo e in uno di questi ritorni ho ideato e condotto la campagna #tuttacolpamia che mi ha portata allo stremo delle forze. La campagna era giusta, ed è stata efficace, io però non avevo misurato il potere che aveva ogni racconto nel risvegliare miei dissidi interiori. Non ero pronta, non ero forte abbastanza. L’ho condotta fino alla fine poi ho dovuto prendere tempo, staccare e piangere. E piangevo per le storie lette, per le vostre vite spezzate, il vostro sangue versato, le umiliazioni che avete subito, le mortificazioni che non avete potuto nominare. Mi sono fatta carico di troppo in un momento di enorme fragilità. Non potevo interrompere, non volevo lasciarvi da sole, mi preoccupavo di lasciarvi inascoltate. Ma ora posso confessarvi che per me è stata dura. Non il fatto in se’, perché se la mia vita fosse andata per il verso giusto avrei potuto raccogliere le fragilità di ciascuna e coccolarla come sarebbe stato giusto, Come dovrebbe essere giusto fare in ogni spazio femminista che si rispetti. Alla fine mi sono inchiodata sul divano a vedere serie tv coreane, apprendendo una lingua che non so a che mi servirà, sposando il disimpegno che una intellettuale come me non dovrebbe sposare. Avrei dovuto approfittarne per leggere libri di filosofia, forse. Macchè. I drammi coreani sono il meglio del meglio se sei depressa e non vuoi ascoltare nessuno e tantomeno te stessa.

Il litigio con il mio compagno è avvenuto per un’inezia. Io sento sempre freddo, palermitana a nord uguale freddo, semplice. Lui voleva tenere il riscaldamento al minimo preoccupandosi delle bollette. La faccenda preoccupante era il fatto che dormivo di giorno, quando fa più caldo, e restavo sveglia la notte. Così è nata una discussione e lui disse che non ce la faceva più, voleva il divorzio. Sapete di quelle discussioni che terminano con porte che sbattono e qualcuno che se ne va? Ebbene per noi precari è impossibile cercare un altro posto dove andare. Calpesti l’orgoglio e resti anche se vorresti mandare a fare in culo il mondo intero. Anche se vorresti dire di tutto e di più sapendo che quello non è il momento giusto per parlarne. Ogni parola detta in un momento di furore sembrerà una bestemmia, diventa una ferita. Io sono stata ferita. Io l’ho ferito. Feriti ed entrambi nella stessa casa. Poi lui è risultato positivo al covid e dovette alloggiare altrove per non infettarmi ed io ero sola, senza prospettive future, senza contatti col mondo esterno, con questo maledetto lockdown che mi impediva di partire, il vaccino non ancora fatto per la mia agorafobia. E sì, dove la metto l’agorafobia? Come faccio a uscire?

Ho bevuto alcol e mi ha fatto schifo ma sono riuscita a dormire un po’. Il secondo giorno non ha funzionato e allora ho dato solo un’occhiata alla mia ancora di salvezza, la mia scatola con i farmaci che oramai avevo interrotto. Era piena di sedativi misti ad altra roba. Se mischio questo con questo e ci bevo sopra dovrei farcela in un tot di ore. Lui non dovrebbe neppure accorgersene. Quando lui farà partire chiamate di soccorso perché non rispondo al telefono sarò già cadavere. Un felice, soddisfatto, cadavere.

L’agorafobia è iniziata poco a poco. L’ultima uscita per una firma da un notaio e subito a casa. Poi vedevo il vuoto. Oltre la soglia c’è il vuoto, vado giù, tutto è distorto, non trovo punti di appoggio, le luci mi danno fastidio. Così è cominciata. Non sapevo dove andare. Non potevo andare da nessuna parte e per tutto il resto ci pensano i rider, malpagati ma tanto utili per le depresse agorafobiche come me.

Mi ero chiusa dentro, sicura che nessuno potesse entrare. Avrebbero impiegato un bel po’ prima di raggiungermi. Abbastanza per farmi arrivare in un altro bel posto. Un posto in cui abbuffarsi fa parte del metodo alimentare quotidiano. Quand’era iniziata? Con mio padre che parlava delle mie gambe grosse. Con la ginnastica, tanta da sfinirsi. Con i digiuni e poi le abbuffate. Anoressia, poi bulimia, poi di nuovo anoressia. Infine collaudavo fuori il mio nuovo corpo, quello che per gli altri era sempre uguale. Io lo vivevo in modo diverso. Avevo digiunato per tre giorni e quindi doveva essere diverso, migliore, mi dava sicurezza, un’andatura da star. Mi sentivo bellissima. Poi arrivava l’abbuffata e mi vedevo brutta, dunque non uscivo. Poi non sono più riuscita ad alternare e l’abbuffata divenne la regola. Ingrassavo e basta. Niente sicurezza, andatura a testa bassa, vergogna e senso di colpa in borsa e nella mente pensieri malsani.

Ognuno di quei pensieri porta azioni malsane. Se io non mi amavo nessuno poteva amarmi e se qualcuno diceva di amarmi allora era lui che non meritava il mio amore. Il cane che si morde la coda. Ho amato e sono stata riamata rare volte, con la sicurezza di meritare quell’amore. Per il resto forse è stato attaccamento, il bisogno di essere amata, ma quello che avrei dovuto cercare era qualcuno che riconoscesse il mio valore. Non qualcuno che voleva inserirmi nel suo progetto di vita come cosa fatta, in una lista di azioni compiute. Non qualcuno che voleva cambiarmi per adeguarmi a quel progetto che non era il mio. Non qualcuno che alla fine mi disprezzava perché non ero adeguata a quel progetto, il suo. Con più sicurezza e autostima avrei dovuto cercare qualcuno che riconoscesse il mio reale valore, per ciò che sono e non per quel che avrebbe voluto io fossi. Ho incontrato solo una persona così e non è mio marito. Perciò non è colpa sua se vuole il divorzio. Avrei dovuto dirgli che non ero fatta per lui, avrei dovuto resistere alle sue insistenze, alle dichiarazioni, alle dimostrazioni d’amore. Avrei dovuto dirgli che non era me che amava ma solo l’idea che di me si era fatta nella sua fantasia. Ora che mi conosce meglio ha deciso, non vuole più e non voglio più neanch’io. Smettiamola con questa farsa. Posso perciò, sapendo che tutta la vita che ho speso è stata spesa per passione, amore, ideali e sogni, posso allora farla finita. Ho vissuto abbastanza. Non credo di avere molto altro da dare e la depressione è cosa certa, lo so, mi fa dire cose strane, mi fa restare a guardare la vita che mi scorre davanti, ma io so, intimamente, che non sarò mai felice, dunque colgo l’occasione per condire un altro frullato, stavolta più sostanzioso, meno amaro, al cioccolato e sedativi.

Non è colpa mia per come sono nata, per la famiglia in cui sono nata, per quello che mi è capitato dopo e ancora che mi capita adesso. Non è colpa mia se amo scrivere più di quanto ami spolverare o fare il bucato. Ma mia è la responsabilità di decidere quando finire. E odierò chiunque si frappone fra me e il mio progetto.

Frullato fatto e ingerito. Soccorso effettuato. Hanno sfondato una finestra. Le mie prime parole al risveglio, in ospedale: “ti odio”.

Eretica Antonella

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