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Cronache postpsichiatriche: perché resto bloccata qui

Appunti per la mia autobiografia.

Sono ancora in ospedale, reparto psichiatrico, mi abituo all’odore, mi concentro sui libri che mi hanno consegnato. Per ogni rigo impiego un quarto d’ora. Non ho mai letto così lentamente. Frase, pensieri, cosa farò, dove andrò a stare, non voglio restare con lui, odio il fatto che lui stia bene e voglia andare avanti. Leggo un’altra frase, e sì, sono un’egoista. Lo so che gli sto facendo passare l’inferno. Ma che razza di donna sono diventata? Buona solo per fare ricatti emotivi.

Interrompo la lettura del libro, il punto non è lui, dovrei chiedermi cosa voglio io. Se fossi economicamente indipendente vorrei restare? Poi penso ai primi anni, quando ero autonoma e lui diventava appiccicoso. Ricordo che la sua concezione di coppia era quella di due persone che pensano uguale, si muovono uguale, fanno tutto uguale. Io gli dicevo che se in una coppia sopravvivono due individui differenti significa che sanno stare bene insieme, senza dover rinunciare a nulla, senza tarparsi le ali. “Io non sono così”, diceva e quando peggiorò la mia depressione mi sembrava che a lui facesse quasi piacere. Essere indispensabile, starmi vicino. Forse all’inizio l’ha presa come un mio modo di arrendermi. Io, però, mi sentivo violata, dalla situazione, da tutto, perché l’autonomia per me è fondamentale. Dunque pensavo e ripensavo al fatto che forse per lui l’unico modo per avermi accanto così come gli piace è assistermi nella malattia. Ma no, non posso credere che lui abbia mai pensato questo o che ci creda. Non credo mi volesse bisognosa di accudimenti per rendermi dipendente da lui.

Se non fossi stata male io dopo un po’ probabilmente sarei volata via. Ero sempre in movimento, non volevo legami stabili a meno di non viverli con chi accetta questo lato di me. La malattia mi ha stroncata. O è forse la malattia a farmi dire questo? Con chi potrei prendermela se non con lui? Quando l’attaccamento è diventato potente lui mi ha sempre incoraggiato a partire, andare, cambiare città, Stato, cercare lavoro altrove. Sono stata mesi in viaggio e lui si lamentava per le poche telefonate ma per il resto mi sembrava okay. E se non lo fosse stato?

Quando gli chiedo perché dobbiamo separarci lui non parla dei traumi dovuti al tentato suicidio e alla mia depressione. Dice che non andava bene neppure prima. Quel prima a cui si riferisce è con l’altra me, indipendente, attivista, in movimento, con idee diverse dalle sue, con progetti in parte diversi dai suoi che ho fatto conciliare per stargli vicino. Ma non era abbastanza. Dunque qual è il problema?

Vivere con una persona depressa non è semplice e questo io lo so bene, l’ho capito, ed è capitato che lo trattassi male, ma è anche capitato che lui mi chiedesse sesso quando per i farmaci la mia libido era a zero e con la menopausa la questione è peggiorata. Perché hai fatto sesso con un’altra? E lui ha risposto “sono tre anni che aspetto”, ovvero tre anni che mi chiedeva sesso. Ma non può essere così semplice perché sono una donna intelligente e non do tanto valore a queste cose. La monogamia non deve essere una condanna per nessuno dei due. Dunque? Penso e ripenso e sono ancora in ospedale. Chiusa in una stanza con la finestra a sbarre. Un lungo corridoio grigio e una sala da pranzo asettica. Finti sorrisi sui volti delle infermiere e pazienti che non si guardano negli occhi.

Leggo un’altra frase, poi mi scappa da piangere e forse dovrei piangere fino all’ultima lacrima perché in questi anni le ho tenute tutte dentro, non ne ho fatta scivolare giù neppure una. Piango perché mi pare tutto così assurdo e strano. Non sto bene. Non so da dove cominciare. Non ho il controllo su questa dannata malattia e vedo altre donne, in reparto, depresse come me, forse da un po’ più tempo, e penso che non voglio diventare come loro. Io sono una persona creativa, sono una persona che non può restare ferma nello stesso posto per troppo tempo. Allora perché sono bloccata qui. Perché.

Eretica Antonella

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