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Cronache postpsichiatriche: gli anni della malattia nascosta

Appunti per la mia autobiografia.

Il termine che più si adegua alla situazione è impostore. Ho vissuto gli ultimi anni come impostora. Campagne per l’accettazione del corpo e io non accettavo il mio. Campagne per il superamento della condizione di vittima di violenze e non avevo superato la mia. Per il resto è stato difficile. Ho ascoltato le storie delle altre con empatia e senza pregiudizi. Ho cercato di evitare che su ogni storia si spargessero giudizi nefasti. Non sono riuscita a partecipare a riunioni o assemblee femministe perché non mi sentivo a posto con me stessa. Non avevo l’aspetto giusto, il peso giusto, il corpo giusto. Non sono riuscita a relazionarmi con le compagne perché ciò che avevo da dire non era la mia verità, non era ciò che stavo vivendo. Non potevo andare a prendere una pizza con le altre perché mangiare mi faceva tornare la bulimia, non la smettevo più. Non potevo cucinare in casa o sentire l’odore di roba cotta altrimenti ricominciavo a mangiare. E dopo aver mangiato c’erano i sensi di colpa e di nuovo altro cibo. Poi ho fatto un intervento di chirurgia bariatrica, mi hanno dimezzato lo stomaco, e di cibo ne entrava molto meno e dunque per un po’ sono stata tranquilla, ma l’altro aspetto della malattia non smetteva di torturarmi. La depressione maggiore, come l’avevano chiamata. mi faceva venire pensieri orrendi, sul futuro, sulla vita, su tutto. L’isolamento è diventata l’unica opzione. Divano, casa, l’unico luogo in cui mi sentivo al sicuro. Senza parlarne con nessuno. Smettendo anche di parlare con qualunque psichiatra, mettendo da parte farmaci per quella eventuale occasione in cui non ci sarebbe più stato nulla da fare, come una consolazione, una via d’uscita.

Tutto ciò che avevo fatto non valeva nulla, io non avevo valore, non mi sentivo all’altezza, non avevo nulla da dire, nulla da aggiungere. Poi ascoltare le storie delle altre mi ha fatto stare male, interrompevo a volte e poi ricominciavo e di nuovo a riposo. Infine il buio. Lontana dall’attivismo, lontana da tutto e da tutti, completamente sola, mentre mi anestetizzavo con cibo e serie tv in streaming. Tanto rumore per non ascoltare nessuno e soprattutto per non ascoltare me stessa. Le tante cose irrisolte, tutte quelle verità che umilmente avrei dovuto confessare come una delle qualunque firme che inviano la propria storia alla pagina facebook di Abbatto i Muri. Salve sono Eretica e sono un’impostora. Soffro di disturbi alimentari e di depressione, si è aggregata l’agorafobia e non so come dare risposte ai vostri problemi perché io non ne ho per i miei. Sono in procinto di separarmi, il mio compagno vuole lasciarmi ma non prima che mi sia rimessa in sesto. Sono qui con una connessione grazie al suo buon cuore e alla sua disponibilità. Non so cosa farò in futuro, cerco di ricominciare da capo, riprendendo in mano il filo dei ricordi per descrivere la mia autobiografia, buona come terapia, per capire, per non dimenticare, per ascoltare una voce lontana che parrebbe essere la mia ma è confusa con quella di molte altre e non la riconosco. Non so che fare.

Vorrei impegnarmi nell’attivismo, cercare ancora di lottare per un mondo migliore ma sono tanto stanca e non so davvero quale mondo io attualmente sia in grado di progettare. Mi sento un peso e non emano luce, brillante intelligenza, neppure al buio. Resta solo il buio, io, i libri, la scrittura. Mi chiedo quante altre donne siano nelle mie stesse condizioni, come facciano a vivere, chi le sostiene, mi chiedo se ho ancora qualcosa da dare, se qualche mia intuizione può rivelarsi utile. Mi sento talmente vuota, sorelle, al punto che l’unica cosa che posso donare è la mia vita, o quel che ricordo di essa. Nella mia mente ci sono tante domande senza risposta e mentre scrivo ho sempre la sensazione che qualcuno verrà a bruciare ciò che ho scritto. Mi sento la bambina che scappava dalle botte di papà o la moglie che riparava i colpi inferti dal marito. Mi sento la lavoratrice molestata e ricattata sul lavoro. Mi sento senza forze, senza particolari abilità da spendere in una professione, senza capacità di reinventarmi come ho fatto altre volte.

Dal ricovero in psichiatria porto con me un dolore all’anca sinistra, quella precipitata e quasi spezzata mentre sfuggivo alla presa delle infermiere. Della donna che correva, saltellava, ballava sempre non è rimasto più nulla. E vorrei davvero comunicare speranza per dare ad altre la forza di combattere questo male ma non è nelle mie corde, non in questo istante. Sento la mia intimità in frantumi, il mio corpo rotto, il mio cervello tenuto assieme con colla d’uso comune e aspetto la sera per prendere i farmaci per dormire e poi dormo, senza sognare. Il sonno dei farmaci inibisce la fase Rem, quindi niente sogni ma neppure incubi. Niente più chiacchierate o urla nel sonno. Niente che non sia un silenzioso dormire nella medesima posizione in cui ho poggiato il corpo la sera prima.

Non posso prendermela con nessuno. Mio padre è morto. Mia sorella: morta pure lei. La famiglia che non mi ha mai considerato parte di essa resta in frantumi e io sono totalmente sola. Mi consolano le voci amiche, mi conforta vedere il mio quasi ex compagno ancora attorno a me, ma è un capitolo chiuso, finito, e non so da dove ricominciare. Questa depressa sobria deve chiedere scusa per molte cose e deve smettere di arzigogolarsi compiacendosi di essere malata. Questa non sono io. Sono solo il residuo che i farmaci lasciano venir fuori mentre l’amputazione mentale continua e il mio caos diventa una vuota normalità.

Non so cos’altro dire per il momento. Scusate. Spero di intravedere qualche risposta in più durante il prossimo incontro con lo psicologo.A presto..

Eretica Antonella

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