Appuntamento con lo psicologo, disavventura con i mezzi pubblici, da agorafobica a “rispettate il mio spazio per favore”, proseguendo con gli appunti per la mia autobiografia.
I primi appuntamenti sono per conoscersi, ha detto, poi vedremo il tipo di obiettivo da porci e la terapia adatta per te. Sì, certo, bene. Parlo e parlo per un’ora e lui alla fine mi dice, come se si fosse ricordato di qualcosa, quasi per caso, che nel periodo in cui non ascoltavo nessuno, non rispondevo a nessuno, non parlavo con nessuno, forse non ascoltavo neppure me stessa. E Boom. In realtà ogni rumore esterno mi ricordava me. Tutte le voci mi ricordavano me. Qualunque cosa non fosse anestetizzante, come i drammi coreani, mi ricordava me, il mio dolore. Perciò quando il mio quasi ex mi ha obbligata ad ascoltarlo per dirmi che voleva il divorzio non ho reagito a lui o contro di lui. I giorni successivi per me sono stati un prova e riprova a rianestetizzare il dolore ma non potevo. Quella voce mi obbligava a riascoltarmi e tutto il dolore di anni e anni di traumi non elaborati, dolore di tutto ciò che avevo accantonato per sopravvivere ritenendolo a volte risolto, tutto quanto mi è piombato addosso. Mille voci che urlavano dentro di me e volevano farsi sentire. In quei giorni ho bevuto, e non lo faccio mai perché l’alcol mi fa schifo, ho ingerito sedativi e poi altri sedativi. Nulla. Non sono più riuscita a spegnere il dolore. Urlava come un forsennato quel dannatissimo stronzo e così eccomi sveglia. Col carico di dolore e il resto. Ecco me.
Inutile nascondersi, basta vergognarsi, basta non rispondere al telefono, non comunicare. Basta non ascoltare me stessa. Se non lo faccio il dolore mi trasforma in qualcosa di alieno, un mostro a due teste o non so. Allora eccomi, shampoo fatto, manicure azzardata, smalto nero e via dallo psicologo. All’andata con un passaggio in macchina e al ritorno sarebbe stato utile forse che qualcuno mi filmasse per rivedere le assurde girandole per non connettermi al mondo. Troppo mondo, troppo davvero. Ho preso il bus, respirando a fondo, seduta nel mio posto e un tale mi veniva addosso. Capita sempre ma non oggi. Non a me. Non doveva capitare. E ho fatto la matta urlando “rispettate il mio spazio per favore”. Ho aggiunto un vano gesticolare per sembrare ancora più contagiosa e temibile e il tipo si è allontanato. Ho fatto la corsa a occhi chiusi. Il resto a piedi.
Rivedrò lo psicologo la prossima settimana. Il prezzo è decente, 50 euro, grazie a chi ha fatto donazioni, posso permettermi un po’ di sedute senza preoccuparmi. Continuerò a pensare e ripensare all’ascoltare me stessa. Ci sto provando, cari e care, ci provo davvero. Vi abbraccio.
Eretica Antonella
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1 pensiero su “Cronache postpsichiatriche: avevo dimenticato di ascoltare me stessa”