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Cronache postpsichiatriche: il silenzio delle famiglie violente

La famiglia violenta generalmente è muta. I toni elevati sono dedicati ai momenti in cui la trama si fa burrascosa. Mia madre era la prima a svegliarsi. Doveva preparare il sugo per il pranzo e poi stirare una montagna di cose lavate a mano. Doveva essere tutto a posto per celebrare il risveglio del giovin signore, si fa per dire. Mentre mio padre si affrettava a prepararsi per andare al lavoro emetteva grugniti. Mia madre lo seguiva ora con acqua e bicarbonato perché sentiva acidità allo stomaco, ora con un tè e due fette biscottate. Poi gli serviva la camicia appena stirata e arrivava l’urlo “dove sono i tuoi figli… ancora dormono?”. Se ero ancora a letto temevo il momento in cui lui avrebbe sbattuto forte il pugno sulla porta. Quello era il suo buongiorno. Poi tornava ad urlare “dove sono i calzini” e mia madre arrancando li deponeva accanto a lui. Io la immaginavo come un cane ansimante che porta la palla in bocca da servire al suo padrone. “E falli alzare i tuoi figli…” e lei annuiva, silenziosamente, obbedientemente, senza emettere un fiato.

Lui camminava, passo militare, e poi scendeva le scale, infine sbatteva il portone ed era fuori. A quel punto tutti tiravamo un sospiro di sollievo. Se per caso aveva dimenticato qualcosa, le chiavi, il portafogli, mia madre era pronta a consegnarglielo senza che ci fosse bisogno di chiedere. La giornata continuava. Noi andavamo a scuola, mia madre svolgeva le faccende. Noi tornavamo da scuola e mia madre continuava a svolgere faccende. Io aiutavo ad apparecchiare, assaggiavo il sugo per misurarne la cottura. Si contavano i minuti, eccolo sta arrivando, buttiamo la pasta, e ci disponevamo secondo l’ordine voluto da lui. I genitori capotavola, i figli a fianco. Io accanto a mio padre perché lui voleva essere sicuro che fossi vicina quando doveva tirare una sberla. Se cambiavo posto dovevo ritornare al mittente. Non c’erano domande, cosa hai fatto a scuola, come è andato il lavoro. Lui voleva solo silenzio. Se prima del suo arrivo dimenticavamo la radio accesa dovevamo subito spegnerla. Se stavamo ridendo per qualche ragione dovevamo ingoiare la risata e assumere la posa seria che si confaceva al suo umore.

Non ricordo di averlo quasi mai visto di buon umore. La nostra esistenza era fastidiosa, rumorosa. Dovevamo respirare poco e con calma. Se il pranzo andava bene, ovvero nulla lo aveva fatto infuriare, se non c’erano stati litigi, se lui non aveva dovuto affaticarsi ad acchiapparmi per picchiarmi, dopo il pranzo lui andava a fare il riposino. Durava circa un’ora. Ed era un tempo infinito. Io lavavo i piatti silenziosamente. Se solo un cucchiaio scivolava per terra disturbando il suo sonno lui bestemmiava per tutto il resto della giornata. Silenziosamente sparecchiavamo, spazzavamo, ci accomodavamo per fare i compiti. Non potevamo parlare tra noi, tossire, starnutire, senza che lui si incazzasse. Quando il giovin signore finiva il riposino ristoratore urlava per le scale e mia madre accorreva per dargli qualunque cosa lui chiedesse. Ho sempre pensato che fosse quello il momento in cui mia madre doveva concedersi per quel paio di minuti di sesso che mio padre esigeva. Sarà per questo che il sesso a mia madre ha fatto sempre un po’ schifo. Non credo lei abbia mai provato un orgasmo.

Poi lui si rivestiva e andava a fare un giro in piazza per misurarsi con i notabili della zona o capitava di dover rientrare in ufficio per fare lo straordinario. Avevamo due ore tutte per noi. Radio accesa, io ballavo e cantavo, poi uscivo per strada in bicicletta o per giocare con altri coetanei, allo scadere del tempo dovevamo rientrare. Tutto ricominciava da capo. Si preparava la cena, si apparecchiava la tavola, si rimetteva in ordine, io aiutavo mia madre con i lavori che lei non aveva potuto finire, spolverare e passare la cera erano le mansioni che generalmente mi affidava. La cena andava come per il pranzo. Silenziosamente. Salvo cruente battaglie e cinghiate. Dopo cena si riordinava, lui scendeva in salotto e accendeva la televisione. Era lui a scegliere il canale e il tempo che potevamo trascorrere a guardare qualunque cosa. Infine spegneva, ci mandava a letto, lui andava a dormire e mia madre continuava a stirare ancora un po’. Io di solito tenevo una lucina bassa per poter leggere. Se mi scopriva erano guai. Mi lasciava al buio. Il giorno dopo tutto da capo.

Credo di aver comunicato con la mia famiglia più da adulta che nel resto della vita. Ma le famiglie disfunzionali, violente, sono silenziose. E rompere quel silenzio costa caro. Carissimo.

Eretica Antonella

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