Attivismo, Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache Postpsichiatriche: gli anni delle prime battaglie politiche

Per la mia autobiografia. Appunti.

A circa 15 anni mi intromisi in un viaggio organizzato da alcuni anarchici che andavano a Comiso per partecipare alla manifestazione contro la mania guerrafondaia della Nato di usare la Sicilia come immondezzaio dei suoi missili Cruise. Potete leggere i libri o gli articoli scritti da Antonio Mazzeo sulla presenza di Basi Nato in Sicilia, su come l’isola fu trasformata in poco tempo in una zona di guerra. C’era anche Sigonella e chi ha informazioni più recenti saprà del Muos in provincia di Caltanissetta. In ogni caso tra l’espletamento di un dovere e di un altro e tra una legnata e l’altra di mio padre io riuscii a fare questo viaggio e mi ritrovai finalmente in un mondo che mi assomigliava. C’erano persone che arrivavano da mille città italiane e anche europee. Mi sentivo Alice nel paese delle meraviglie. Non fosse che ad un certo punto in tanti cominciarono a correre, e io con loro, per sfuggire alle cariche della polizia. Era curiosa la maniera in cui ci guardavano le persone del luogo, contadini che stavano nelle campagne dei dintorni e che scambiavano gli anarchici settentrionali per americani. Molti rimasero lì a campeggiare alla meno peggio, io trovai un passaggio e mi feci riportare alla base. Mia madre chiese dove ero stata e glielo dissi. Dato che il pericolo del momento era quello di schivare i proiettili per strada per via della guerra tra cosche mafiose lei non si preoccupò. Mio padre non se ne rese neppure conto. Ero stata a studiare non so dove. Lo seppe dopo e mi punì a cinghiate. Ma quello che avevo visto e vissuto mi aveva dato energia e voglia di resistere. C’era un Dio da qualche parte, erano i compagni anarchici, io li avrei scovati e avrei cambiato il corso della mia vita. Non sarebbe stato così semplice ma sognare non costava nulla.

Dopo qualche anno la guerra di mafia si intensificò. Si arricchivano con l’edilizia, i finanziamenti pubblici per dighe mai completate, la svendita di terreni demaniali, molti dei quali furono consegnati alla Nato per farci le loro basi. Sostanzialmente compivano furti, rubavano benessere, risorse, sogni, prospettive. Poi nel 1982 fu approvato il decreto La Torre e con l’associazione a delinquere di stampo mafioso c’era poco da scherzare. Più tardi si pretesero le certificazioni antimafia per dimostrare che le aziende edilizie erano pulite. Senza poter sfruttare soldi pubblici, almeno fino a quando non avrebbero inventato altri metodi creativi per farlo, assegnare la proprietà delle imprese alle suocere o alle mogli, ad esempio, le cosche finirono in guerra per poter introdurre droga nei territori. Perciò c’erano i vecchi che dicevano di no e i giovani rampanti che volevano arricchirsi subito e dicevano di si. Noi facevamo il Toto/Cadavere, io e altri compagni di scuola, scommettendo sul morto successivo. Era abbastanza semplice, ci si conosceva tutti, e tutti – forze dell’ordine incluse – sapevano chi fossero i padrini della zona e chi i concorrenti. Se veniva ucciso un padrino il prossimo sarebbe stato l’appartenente all’altra cosca.

In un modo o nell’altro io vivevo in guerra in casa e in guerra fuori casa. L’interesse politico mi catturò completamente e passavo le giornate a cercare di ingraziarmi il genitore per poi poter partecipare al consiglio comunale. Fare la cagacazzo di presenza durante sedute in cui non veniva neppure verbalizzato nulla perché mancava il segretario era spossante ma entusiasmante. In quelle sedute venivano votate delibere, affidati appalti, tutto senza verbale. Poi lo risistemavano nel silenzio della stanza del sindaco dove restava in attesa il boss mafioso con i piedi poggiati sulla scrivania. Molti consigli comunali di quel tipo furono poi sciolti per mafia. Ciò che vidi e di cui fui testimone fu davvero tanto, forse troppo. Quando passeggiavo in piazza con le mie compagne uno dei boss si avvicinava e sputava per terra, uno mi sputò addirittura in faccia, perché seppe che scrissi un volantino che non gli piacque molto. Ero temeraria, incosciente. Non riuscivo a liberarmi dalla violenza in famiglia ma almeno fuori avrei voluto fare ciò che volevo io. In quel caso era mia madre che continuava a dirmi di farmi i cazzi miei. Mio padre aveva una strana espressione, una specie di ghigno di soddisfazione. Quasi come se fosse orgoglioso. A quanti lo fermavano dicendogli di rimettere a posto la figlia scapestrata lui rispondeva con una alzata di spalle, i giovani, i figli, sono fatti così, non gli si può dire niente. Se solo avesse voluto mi avrebbe riempito di botte, come faceva per altri motivi, ma evidentemente su questo, il comunista che era in lui riemergeva.

Perciò con mio padre ho sempre avuto un rapporto di odio e amore. Mi comprava libri da leggere ma mi picchiava se non avevo finito di lavare le scale. Mi accordava il permesso di fare battaglie antimafia ma mi sputava veleno e mi dava della troia se mi vedeva con un ragazzo. I miei modelli di riferimento erano parecchio contraddittori. La madre martire, agnello sacrificale della famiglia, il padre violento ma con un vago interesse politico. Chi mai avrei dovuto diventare? L’unica voglia che avevo era quella di scappare, lontano, più lontano, per poter fare ciò che volevo. Studentessa, senza possibilità di lavoro, non in quei luoghi e non sotto il naso di mio padre che se avesse saputo di me che cercavo lavoro mi avrebbe trafitta come una santa martire, non avevo alcuna possibilità. Mi restava Recanati, gli scritti di Leopardi, gli esercizi di scrittura imitando gli stili danteschi o di qualunque altro autore fosse nel mio programma di studio. I miei viaggi stavano tutti nella scrittura. Quando scrivevo immaginavo mondi diversi. E io ero lì. Protagonista di quelle storie.

Alla prossima puntata.

Eretica Antonella

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