Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: quando mio padre tentò di uccidermi

Per la mia autobiografia.

Mio padre era il tipico paternalista che quando si parlava di violenza sulle donne diceva che avrebbe spaccato il muso ai violentatori. Il paternalista è quella figura che si elegge a protettore delle donne e all’occorrenza spiega il femminismo alle femministe. Se io non avessi preso legnate in quantità da quell’uomo probabilmente gli avrei pure creduto ma sapevo quanta ipocrisia c’era nelle sue parole e oggi so quanta ipocrisia ci sia nelle parole di ogni paternalista che incontro. Li individuo solo dall’odore, perché le mie narici ne sono state impregnate per tutta la mia vita. La strada in cui vivevo era una sorta di teatro dell’orrore. Ogni pomeriggio, tornata da scuola, potevo ascoltare i litigi delle altre famiglie, tutti urlavano e tante ragazzine venivano rimesse al proprio posto dai padri protettori per una ragione o per l’altra. Nessuno interveniva e tutti erano complici perché vigeva la regola del farsi i cazzi propri, anche quando sembrava che stessero scannando una persona come si scanna un animale.

La stessa complicità valeva quando le urla arrivavano da casa mia, dove c’era una acustica meravigliosa al punto che, nei momenti di pace, mi allenavo a cantare in cima alle scale per sentire l’eco della mia stessa voce. Il gergo di mio padre nei confronti dei maschi cattivi era sempre lo stesso. Potevano essere “cornuti“, “vastasi“, “figli di puttana“. C’entrava sempre una donna che aveva la colpa di averli generati o di averli traditi. Non esisteva una definizione come “stronzo” o “violento” che li citasse per ciò che erano. Per le ragazze i termini variavano da “troia” a “puttana” a “pazza“. Mio padre lo diceva delle mie compagne di scuola, delle ragazze con cui ogni tanto passeggiavo in piazza, delle signore che conversavano con mia madre al mercato. Io respiravo sessismo e misoginia a tutte le ore e dunque per il solo fatto di essere femmina meritavo gli stessi appellativi a patto che obbedissi agli ordini paterni eseguendo anche le virgole dei suoi discorsi.

Mio padre non mi mandava mai alle gite scolastiche perché ovviamente lui immaginava che lì si sarebbero svolte delle orge pazzesche. L’unica volta che concesse l’autorizzazione fu quando si organizzò una scampagnata con la supervisione del prete. Lì un ragazzo mi disse che gli piacevo e lo baciai. Mio padre non so come lo venne a sapere e andò a minacciare il prete per non aver saputo proteggere la mia verginità. Di fatto perciò non c’era da fidarsi neppure dei preti. Lui non sapeva che se solo io avessi voluto avrei potuto salire in macchina con chiunque, nascondermi rannicchiata nel sedile posteriore, come facevano in tante con i propri fidanzati, per poi ritrovarmi nel bosco dove c’erano zone in cui tutti facevano sesso a tutte le ore. Quasi mi dispiaceva per il fatto che mio padre fosse tanto ingenuo. Giudicava questa o quella una brava ragazza e io sapevo che viveva una sessualità attiva fin dai 13 anni, e poi dava della troia alla mia compagna di scuola che si vergognava perfino di rivolgere la parola ad un maschio. Nessuna in ogni caso meritava di essere chiamata così.

Dato che non sapevo niente di sesso un bel giorno comprai una rivista che esisteva in quel periodo e che si chiamava “Due Più” dove si spiegava come contrarre la vagina per ottenere migliori orgasmi e pubblicava pagine con tutte le tipologie di peni in circolazione. Era una rivista educativa per adolescenti che poi non fu più pubblicata (peccato) il cui valore formativo per me fu fondamentale perché la prima volta che feci sesso sapevo già com’era la masturbazione e se in coppia sapevo di aver diritto a provare l’orgasmo. Nei pomeriggi dopo la scuola io andavo in un posto vicino dove c’era una radio libera che trasmetteva di tutto. Mi piaceva esprimermi in maniera creativa e cominciai inventando oroscopi e poi mettendo musica che preferivo. Lì conobbi il mio primo vero ragazzo, più grande di me di 4 anni, e quando mio padre venne a sapere da qualcuno che ci aveva visti camminare insieme in piazza mi disse solo che dovevo stare attenta. Mi chiesi come mai non mi avesse punita e picchiata. Il punto era che quel ragazzo era figlio di buona famiglia, destinato a diventare un medico e dunque un buon partito. Allora compresi che mio padre era un ipocrita di merda che mi aveva picchiato senza motivo per tutta la vita per conservarmi illibata fino all’arrivo del principe azzurro di buona famiglia. Non era fatto per me e lo lasciai.

L’anno dopo presi la patente. Facevo ancora l’ultimo anno delle superiori perché ne avevo saltato uno per assistere mia nonna, mia madre e chiunque in casa mia dove tutti erano ammalati e io la sola femmina che poteva svolgere funzioni casalinghe. Presa la patente mi rifiutai di ricevere lezioni di guida dall’ansioso padre il quale mi avrebbe sicuramente spinto a fare un incidente (vai piano, la frizione, l’acceleratore, la frizioneeeeeeee). Presi lezioni e imparai poi con l’auto di una compagna di scuola. Questa cosa di poter prendere la macchina e andare ovunque mi faceva sentire finalmente più libera e un bel giorno, in assenza di mio padre, osai. Presi la sua macchina con l’idea di riportargliela prima che lui potesse accorgersene. Volevo solo dimostrare di potercela fare anche se sapevo che mai e poi mai lui mi avrebbe affidato la sua preziosa automobile.

Arrivai al bosco, parcheggiai correttamente, feci un giro di corsa, annusai l’aria e i fiori e poi ripartii. Disgraziatamente al ritorno c’era traffico e impiegai un po’ più di tempo del previsto dato che facevo attenzione affinchè nessun graffio fosse poi scoperto sulla vettura. Strada piena di curve, nessun sorpasso azzardato, ingresso cittadino, quartieri e infine la strada di casa mia dove mia madre mi aspettava col garage aperto. Mio padre aveva l’abitudine di entrare in garage a marcia indietro. Mia madre invece mi mise fretta e dunque entrai e parcheggiai a marcia avanti. Cosa mai potrà succedere, dicevo a me stessa. Al massimo mi sgriderà ma forse si complimenterà per aver riportato la sua macchina senza danni. Era ora di pranzo, mio padre rientrò dal lavoro, lui era paranoico e controllava sempre tutto, dunque controllò anche il garage e vide l’auto parcheggiata diversamente.

Da quel momento in poi iniziò la baraonda. Iniziò a urlare, mia madre disse “nasconditi“, io cercai rifugio nella mia stanza. Lui prima andò in cucina poi ridiscese e com’era ovvio mi trovò. Io ero serena, non mi aspettavo nulla di più delle solite legnate. Lui si scagliò contro di me, si mise cavalcioni sopra di me e cominciò a stringermi il collo. Lo sguardo inferocito, mia madre che tentava di staccarlo e lui che non voleva. Strinse finché non svenni. Poi mi risvegliai e c’era mia madre svenuta per terra, che si era fatta un grosso bernoccolo in testa, mio padre che la trascinava per metterla a letto, io che dicevo di chiamare l’ambulanza, per lei, mio padre che urlava che era tutta colpa mia “hai visto? hai fatto stare male tua madre…“. Tremavo come una foglia e poi mi avvicinai a lei che strinse l’occhio per dirmi che andava tutto bene. Era una sceneggiata tipica di casa mia, con tanto di prova svenimento per sedare il problema. In quell’occasione dissi a mia madre “ma perché non lo lasci?” e lei “e poi chi vi dà da mangiare?” e la discussione si chiuse così. Mio padre andò a chiudersi in bagno per lavarsi le mani e pisciare e tutti quanti in processione dovemmo presenziare al pranzo di famiglia senza dire una parola.

Mio padre precisò che “tu non sei maschio… non puoi prendere la macchina e andare in giro da sola”. Che non ero maschio già lo sapevo e lui me lo aveva ricordato mille volte ma in quell’occasione mi fu chiaro che se volevo qualcosa avrei fatto bene a prendermela perché da lui non avrei mai potuto aspettarmi niente. Ero solo una figlia femmina. Timidamente chiesi perché allora mi aveva fatto prendere la patente e lui rispose “nel caso tua sorella o tua madre si sentono male e io non ci sono… finché tuo fratello non diventa maggiorenne“. Ecco tutto. Solo in caso di urgenza massima e di morte imminente. Lui era stato chiarissimo: se ci avessi riprovato mi avrebbe ucciso. E non si trattava più solo di una minaccia.

Alla prossima foto.

Eretica Antonella

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