Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: anni ’80, il Pci, la questione di genere

Riflessioni sulla mia autobiografia.

Anni ottanta. Zona della Sicilia massacrata dalla guerra di mafia, battaglie tra bande che volevano prendere il potere nel territorio. Sparatorie a tutte le ore del giorno e della notte. Cadaveri ritrovati dappertutto. Innocenti, bambini inclusi, colpiti da proiettili volanti. Coprifuoco. Io ero immersa in riflessioni filosofiche sul perché io sono io e non sono qualcun altro. “Perché sono nata femmina e non maschio. Perché mi è toccato questo luogo, questa famiglia. E’ il caso? Ho fatto qualcosa di male nella mia vita passata? Esiste una vita passata o una futura?” Al tempo della Cresima chiesi al parroco perché bisogna credere in Dio e lui disse “per fede”. Io non avevo fede. Atea.

In chiesa d’altro canto non mi insegnavano nulla di più o di meno rispetto a quello che mi veniva imposto in famiglia. Io sono io, sono nata femmina. Il mio destino è segnato. Posso studiare ma solo per elevare il mio status e risultare appetibile per un buon partito, un laureato magari. Come professione posso scegliere, si fa per dire, di fare la maestra elementare, un altro ruolo di cura per aver tempo da dedicare alla famiglia. Posso imparare a guidare la macchina ma solo per accompagnare parenti all’ospedale per le emergenze o forse, in futuro, per accompagnare a scuola i figli. Nulla mi veniva concesso per me stessa, per la mia indipendenza. Non c’era azione che in famiglia si compisse per favorire la mia autonomia. Dovevamo stare tutti a pietire, al bisogno, quel che mio padre teneva sempre sotto controllo, inclusa la cioccolata, rinchiusa in un armadietto del quale lui solo possedeva la chiave. Dovevano avergli rubato molte cose da piccolo (alla fine della seconda grande guerra) per diventare tanto paranoico e accentratore, maniaco del controllo e in costante stato di ansia.

Io ormai ero abituata ad agire in stato di guerra. Quando scoppiava una crisi si infondeva in me una calma innaturale e di conseguenza sapevo cosa fare e come farlo. Mio padre bestemmiava e sbuffava a ripetizione se solo bisognava cambiare una ruota. Io mutavo e diventavo distaccata in tempi di crisi. Sarei potuta diventare un ottimo chirurgo, forse. A vivere la maledizione di essere femmina non ero di certo la sola. I racconti di molte mi facevano pensare che era meglio lasciar stare. Era andata così. Non dovevo prendermela. E’ il fato. Ma io non mi rassegnavo e tentando di trovare una strada per liberarmi dalla morsa ho compiuto una somma di errori infiniti. Però non mi rassegnavo. Alle superiori gli studenti più grandi, gli universitari, ci chiamavano in piazza per manifestare contro la mafia. Le caratteristiche della struttura mafiosa erano di una grande famiglia protetta dall’omertà. Somigliava tanto alla mia famiglia ma parlare di violenza di genere non era il momento. Ero fuori tema. Il sessismo non era argomento di discussione neppure nei partiti di opposizione. C’era il pci, per noi giovani la fgci. Quelle erano attività che mio padre approvava. Era strano, lui. Mi portava la colazione dopo un’occupazione a scuola ma se mi vedeva camminare da sola con un ragazzo poi mi picchiava a sangue.

Mi aveva però fatto leggere testi complicati e non avevo neppure 15 anni. La rivoluzione russa, i grandi autori russi, lui era comunista. Ma nel partito comunista di donne si parlava come “la questione femminile”. C’erano alcune responsabili che andavano in giro per le città a spiegare che le femmine avevano responsabilità nella cura familiare, dei figli, e che per questo bisognava richiedere una politica dei tempi. Il tempo della cura, per la famiglia e i figli, a margine il tempo per noi stesse, farci lo shampoo o cose così. La politica dei tempi, con la richiesta di lavoro part time per le donne, legittimò in seguito la riforma economica che diede il via alla precarizzazione del lavoro (i contratti co. co. co., poi diventati co. pro.). Così imparai come le donne e le questioni considerate femminili potevano essere usate dalla politica per legittimare riforme di merda che avrebbero rovinato la vita a tutti. Complimenti alle donne del Pci.

Intanto io diventai la seccante presenza in comune dove esigevo che venisse applicata la legge sulla trasparenza, perciò dovevano darmi quei maledetti atti sugli appalti della tal opera edilizia che era rimasta incompleta o era sprofondata per inesatte perizie geologiche pagate fior di quattrini. Io sono io, sono femmina, sono una seccatura, una cagacazzo. Contattai il giornale siciliano per eccellenza L’Ora dove un caporedattore mi disse che avrebbe accettato articoli sulle faccende di mafia. Mandavo articoli su dettatura telefonica, per un tot di battute ero pagata un tot di Lire. Niente, ma ero orgogliosa di me. A casa dicevano che con la scrittura non si mangia, non è lavoro per te, devi ancora finire gli studi e poi sposarti, è pericoloso, in definitiva fatti i cazzi tuoi. Alcuni notabili del comune incazzati per le mie insistenze fermavano mio padre e gli dicevano di rimettermi al mio posto. A distanza conobbi I Siciliani di Pippo Fava, uno dei miei punti di riferimento ideale era Peppino Impastato. Aver letto tanto nella mia breve vita mi aveva reso le idee chiare. Volevo che la mia voce arrivasse più lontano, oltre Recanati, non volevo crepare di inedia e stramaledicendo il mio sesso. Volevo fare cose importanti perché io ero importante, almeno per me stessa.

Autostima bassa, ma sicurezza nell’abilità della scrittura tanta. Se solo fossi stata più consapevole e avessi avuto brave maestre o più strumenti avrei iniziato allora a occuparmi di questioni di genere. Più tardi mi resi conto che avrei dovuto resistere ed essere orgogliosa di essere nata femmina. La questione di genere era ciò da cui partire, per riappropriarmi della mia vita, per disimparare ogni brutta cosa trasmessa dalla mia famiglia, per mandare ‘affanculo tutto e tutti e finalmente respirare. Almeno per un po’.

Eretica Antonella

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